O aspectata in ciel beata et bella anima che di nostra humanitade vestita vai, non come l’altre carca: perché ti sian men dure omai le strade, a Dio dilecta, obedïente ancella, onde al suo regno di qua giú si varca, ecco novellamente a la tua barca, ch’al cieco mondo à già volte le spalle per gir al miglior porto, d’un vento occidental dolce conforto; lo qual per mezzo questa oscura valle, ove piangiamo il nostro et l’altrui torto, la condurrà de’ lacci antichi sciolta, per dritissimo calle, al verace orïente ov’ella è volta.
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Italo ardito, a che giammai non posi di svegliar dalle tombe i nostri padri? ed a parlar gli meni a questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio? E come or vieni sí forte a’ nostri orecchi e sí frequente, voce antica de’ nostri, muta sí lunga etade? e perché tanti risorgimenti? In un balen feconde venner le carte; alla stagion presente i polverosi chiostri serbâro occulti i generosi e santi detti degli avi. E che valor t’infonde, italo egregio, il fato? O con l’umano valor forse contrasta il fato invano? (Ad Angelo Mai)
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