L'attentato di via Rasella è stato definito «il caso italiano di memoria divisa più rilevante sia per la durata nel tempo che per la molteplicità dei significati», «uno degli emblemi più evidenti della discordia che c'è nel Paese in materia di memoria storica». Dopo aver suscitato reazioni contrastanti fin dall'indomani del suo compimento, l'attacco gappista è stato al centro di una discussione pubblica pluridecennale., divenuta «una storia infinita, una contesa inesauribile di ambito nazionale che si ridesta ad ogni occasione con rinnovata animosità».

Molte delle polemiche verso l'azione partigiana sono state condotte da ambienti di destra., imputando ai gappisti la responsabilità principale del massacro delle Fosse Ardeatine. I gappisti sono stati accusati tra l'altro di non essersi presentati ai tedeschi, i quali – secondo una versione dei fatti demistificata dalla storiografia. – avrebbero dato inizio alle esecuzioni solo dopo aver vanamente chiesto agli attentatori di costituirsi. Altri aspetti discussi, tanto nel dibattito pubblico quanto in sede storiografica, sono stati: la legittimità morale della scelta di compiere un attentato di tale entità, considerati il pericolo per l'incolumità dei civili presenti sul posto e l'alto rischio di esporre la popolazione e i prigionieri a dure rappresaglie; l'utilità militare dell'azione, anche in rapporto all'andamento delle operazioni alleate sui fronti di Cassino e Anzio in quel periodo; l'opportunità di alzare il livello dello scontro in una città nelle particolari condizioni di Roma, la cui salvaguardia dalle ostilità era oggetto di notevoli sforzi diplomatici da parte del governo italiano e del Vaticano; le caratteristiche del reparto attaccato, il Polizeiregiment "Bozen", del quale si è discusso il valore militare e simbolico come obiettivo.

Inoltre, a partire dalla fine degli anni 1970, nell'area della sinistra libertaria e nonviolenta si discusse dell'influenza culturale esercitata dalle azioni gappiste sui gruppi terroristici di sinistra attivi durante gli anni di piombo. Se critici come il politico radicale Marco Pannella e il filosofo Norberto Bobbio accostarono in vario modo il terrorismo gappista a quello dei gruppi eversivi di quegli anni, il Partito Comunista Italiano negò decisamente ogni affinità tra i due fenomeni e tra i rispettivi contesti storici.

Secondo una testimonianza resa negli anni 1990 da Mario Fiorentini, che fu uno degli organizzatori dell'azione partigiana, l'opinione pubblica prevalente le è sfavorevole: «A Roma, se interpelli dieci persone su via Rasella, probabilmente tre capiscono il punto di vista dei gappisti e lo sostengono, due non sanno che dire, e cinque sono contrari». La testimonianza di Fiorentini fu raccolta da Alessandro Portelli fra il luglio 1997 e il novembre 1998. Secondo Portelli, detta opinione pubblica «si fonda su alcune idee ricorrenti: che la rappresaglia fosse automatica e quindi prevista dai partigiani; che si sarebbe potuta evitare se i partigiani si fossero "presentati" come si racconta che abbia fatto il carabiniere Salvo D'Acquisto; che i tedeschi non fossero responsabili della strage, ma meri esecutori di ordini»..

Via Rasella e Roma città aperta

I fatti del marzo 1944 condizionarono la realizzazione del famoso film Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, la cui produzione iniziò pochi mesi dopo la liberazione di Roma. A causa della loro forte carica divisiva, l'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine non furono ricostruiti e nemmeno menzionati nella pellicola, nonostante fossero gli episodi più significativi dell'occupazione tedesca della città. Uno dei personaggi principali, il sacerdote don Pietro Pellegrini, muore fucilato a Forte Bravetta come don Giuseppe Morosini, pur essendo originariamente ispirato alla vittima delle Fosse Ardeatine don Pietro Pappagallo. Secondo il critico cinematografico Stefano Roncoroni, studioso del film di Rossellini, fu una «sostituzione in corsa [...] sicuramente dovuta alla volontà di non evocare il luogo reale dov'era morto don Pappagallo, le Fosse Ardeatine, per non rievocare la causa che le aveva prodotte, ovvero l'attentato di via Rasella».. L'omissione fu dovuta anche ai contrasti sulla valutazione dell'attentato sorti tra gli sceneggiatori Sergio Amidei e Ferruccio Disnan. Quest'ultimo, di fede liberale, lo giudicava «un'inutile dimostrazione di forza assolutamente non da compiere». Invece secondo Amidei, militante comunista (la sua casa in piazza di Spagna era stata un luogo d'incontro clandestino dei dirigenti del PCI durante l'occupazione tedesca), si trattava di un atto di guerra che rendeva onore a tutta la resistenza romana. I contrasti con Amidei furono all'origine dell'allontanamento di Disnan dai lavori del filmFerruccio Disnan, testimonianza in ..

Dibattito pubblico Anni 1940 Nel corso del processo a Herbert Kappler, iniziato nel 1948, l'Unità parlava dell'azione partigiana come del «glorioso attacco di via Rasella, dove 32 banditi nazisti finirono per sempre di credere nel Führer».

La rivista Capitolium, pubblicazione ufficiale del Comune di Roma, in occasione del quinto anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine nel 1949, pubblicò un articolo commemorativo a firma del segretario generale Gino Crispo, nel quale l'azione gappista è descritta come un avventato colpo di mano dettato da giovanile impulsività:

Lo stesso anno, per il quarto anniversario della liberazione d'Italia, l'intellettuale Franco Fortini scrisse per il quotidiano socialista Avanti! un duro articolo in cui criticava come ipocrite e retoriche le celebrazioni ufficiali dell'avvenimento da parte dei «padroni di oggi», ossia della maggioranza democristiana al governo. Fortini replicò all'accusa di aver «monopolizzato» la Resistenza che veniva mossa ai partiti di sinistra dai loro avversari, sostenendo che questi ultimi non avrebbero potuto elaborare un'interpretazione convincente della guerra di liberazione, ossia un'interpretazione non solo in termini di guerra nazionale ma anche di guerra civile e guerra di classe. In quest'ottica, Fortini riteneva che, tra tutti gli episodi della Resistenza, «quello che si dovrebbe meditare è forse il più sgradevole agli incerti: quello di via Rasella». Respingendo i valori dell'«eroismo» e del «martirio» – parole che secondo Fortini «non facevano parte del lessico mentale dei nostri compagni di via Rasella» – e ribaltando le tradizionali accuse che, sulla base di tali valori, venivano mosse ai gappisti, l'intellettuale fiorentino scrisse:

Fortini inoltre scrisse che l'attentato di via Rasella offriva un esempio per il futuro, qualora l'oppressione dei nuovi padroni americani, vaticani e democristiani – «I padroni di oggi, quelli lontani, d'America e San Pietro, e i loro funzionari vicini» che «mettono in serbo quotidianamente un tesoro di collera per il giorno dell'ira» – fosse diventata insopportabile: «ci sarà sempre del tritolo per distruggere gli stranieri e i servi-padroni che abitano fra noi, per rompere l'aria di Roma, quando divenisse irrespirabile».

Anni 1950 Il 14 febbraio 1950, l'Unità diede notizia «con il più vivo piacere» di «due piccoli episodi che dimostrano quanto rapida e pronta sia la reazione ai tentativi fascisti di rialzare la testa». Uno degli episodi, avvenuto il giorno precedente in via Nazionale a Roma, aveva visto Rosario Bentivegna schiaffeggiare un uomo che, nel conversare con altre due persone, si era espresso negativamente sui gappisti («vomitava insulti sui partigiani ed in particolare sul compagno Bentivegna», secondo la cronaca dell'organo di stampa del PCI). La vicenda si era conclusa in Questura, dove Bentivegna aveva denunciato l'uomo per calunnia, diffamazione e vilipendio delle forze armate della ResistenzaL'art. 290, comma 2, del codice penale italiano (come novellato dalla legge 11 novembre 1947, n. 1317) sanziona «chi pubblicamente vilipende le Forze armate dello Stato o quelle della liberazione».. L'uomo schiaffeggiato è identificato come un sacrestano nella denuncia redatta nel novembre 1951 dal questore di Roma, Saverio Polito, a seguito dell'arresto di Bentivegna per il coinvolgimento in disordini avvenuti durante una manifestazione comunista contro una riunione del Consiglio Atlantico a RomaIlenia Rossini, Conflittualità sociale, violenza politica e collettiva e gestione dell'ordine pubblico a Roma (luglio 1948-luglio 1960), Sapienza-Università di Roma (tesi di dottorato in Società, politica e culture dal tardo medioevo all'età contemporanea), Anno Accademico 2014-2015, p. 314..

Nel giugno 1951 il cancelliere della Repubblica Federale di Germania, Konrad Adenauer, giunse a Roma in occasione di una visita di Stato. Pasquale Balsamo, uno dei partecipanti all'attentato gappista, scrisse per l'Unità un articolo che denunciava l'«oltraggio ai romani» arrecato dalla visita di Adenauer, descritto come «un continuatore della politica degli Hitler e dei Krupp, un tedesco della stessa razza e della stessa ideologia dei Kesselring e dei Kappler», giunto in Italia per rinnovare insieme al capo del governo italiano, il democristiano Alcide De Gasperi, l'Asse Roma-Berlino di Hitler e Mussolini. I rappresentanti delle istituzioni italiane che avrebbero incontrato il cancelliere della Germania occidentale furono accusati da Balsamo, tra l'altro, di avere per anni «vanamente indicato all'odio dei cittadini i gappisti di Via Rasella, facendoli passare per i veri responsabili dell'eccidio delle Ardeatine; tacciandoli di vigliacchi, ricoprendoli delle più infamanti e vergognose calunnie che gli stessi criminali nazisti smentirono nei loro processi di Roma e di Venezia».

Il 24 marzo 1954, decimo anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, l'allora vicepresidente della Camera, il repubblicano Cino Macrelli, nel suo discorso commemorativo affermò che «per via Rasella passavano gli uomini che col ferro e col fuoco erano riusciti ancora una volta a dominare l'Italia», e che la bomba «puniva l'oltraggio e l'offesa dei nuovi Teutoni»Camera dei Deputati, II legislatura, resoconto stenografico della seduta del 24 marzo 1954 , p. 6389..

Nell'articolo che scrisse per l'occasione sull'Unità, Giorgio Amendola sostenne che l'attentato aveva risposto alla necessità di mobilitare energie popolari contro i tedeschi, in un contesto in cui «attesisti e capitolardi predicavano la rassegnazione e l'inerzia». Secondo Amendola, «l'eroismo dei G.A.P. di via Rasella e il martirio delle Fosse Ardeatine sono due momenti di una stessa epopea: quella della Resistenza romana». Circa la rappresaglia, il dirigente del PCI scrisse: «Quel sangue non fu versato invano. Tutti i popoli liberi trassero dal dolore e dallo sdegno suscitato dal massacro delle Fosse Ardeatine nuove energie per continuare la guerra fino alla vittoria. Gli italiani si unirono più strettamente alla Resistenza, e diedero ai partigiani un appoggio più vasto e più attivo».

All'articolo dell'organo di stampa comunista rispose polemicamente il quotidiano conservatore Il Tempo, le cui posizioni furono successivamente riprese da La Civiltà Cattolica, rivista dei gesuiti, che contestò in particolare l'attribuzione ai gappisti di via Rasella della qualifica di "eroi". Avendo Amendola scritto che l'azione gappista a via Rasella era stata eseguita in sostituzione di un attacco contro un corteo fascista annullato, i critici obiettarono – secondo le parole de La Civiltà Cattolica – che «i tedeschi furono ammazzati per combinazione, solo perché mancò ai comunisti l'occasione propizia per ammazzare gli italiani». La rivista dei gesuiti continuò proponendo argomenti sempre ricorrenti nella polemica su via Rasella, quali l'accusa della mancata presentazione, unita al confronto tra la condotta dei gappisti e quella del carabiniere Salvo D'Acquisto, nonché l'accusa di aver agito essendoci pochi uomini del PCI prigionieri: