La guerra del Kosovo fu un conflitto combattuto dal 28 febbraio 1998 all'11 giugno 1999, nell'ambito delle più ampie guerre jugoslave. Tra le principali cause delle ostilità vi fu la definizione dello status del Kosovo come nazione indipendente, fino ad allora appartenente alla Serbia, a sua volta facente parte della Repubblica Federale di Jugoslavia.
La guerra vide contrapposte le truppe federali jugoslave all'organizzazione terroristica dell'Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UÇK), che garantì l'indipendenza del Kosovo dalla Repubblica Federale della Jugoslavia. Nel marzo del 1999 la NATO intervenne nel conflitto con l'operazione Allied Force, una campagna di attacchi aerei contro la Repubblica Federale di Jugoslavia.
Il successivo accordo di Kumanovo, firmato il 9 giugno 1999, sancì la conclusione del conflitto, il ritiro delle truppe federali dal Kosovo e lo stabilirsi nella regione di un protettorato internazionale (UNMIK) sotto la protezione delle Nazioni Unite.
Contesto storico e politico
Il Kosovo nella Jugoslavia di Tito (1945-1980) Il conflitto albanese-serbo affonda le sue radici nell'espulsione degli albanesi, negli anni 1877 e 1878, dalle aree che furono incorporate nel Principato di SerbiaFrantz, Eva Anne (2009). "Violence and its Impact on Loyalty and Identity Formation in Late Ottoman Kosovo: Muslims and Christians in a Period of Reform and Transformation". Journal of Muslim Minority Affairs. 29 (4): 460–461. 10.1080/13602000903411366.Müller, Dietmar (2009). "Orientalism and Nation: Jews and Muslims as Alterity in Southeastern Europe in the Age of Nation-States, 1878–1941". East Central Europe. 36 (1): 70. 10.1163/187633009x411485.. Le tensioni tra la comunità serba e quella albanese in Kosovo durarono per tutto il 20º secolo, sfociando in diverse occasioni in gravi violenze, in particolare durante la prima guerra balcanica (1912-1913), la prima guerra mondiale (1914-1918) e la seconda guerra mondiale (1939-1945).
Dopo il 1945, il governo socialista di Josip Broz Tito attuò una repressione sistematica di tutte le manifestazioni di nazionalismo nel paese, cercando di garantire che nessuna repubblica o nazionalità acquisisse il dominio sulle altre.
In particolare, Tito diluì il potere della Serbia, la repubblica più grande e popolosa, istituendo governi autonomi nella provincia serba della Vojvodina nel nord e in Kosovo e Metochia nel sud. I confini del Kosovo non corrispondevano esattamente alle aree di insediamento etnico albanese in Jugoslavia (un numero significativo di albanesi rimase nella Repubblica Socialista di Macedonia, in Montenegro e in Serbia).
L'autonomia formale del Kosovo, istituita dalla costituzione jugoslava del 1945, non produsse particolari cambiamenti. La polizia segreta (l'UDBA) represse subito con la violenza i nazionalisti. Nel 1956 alcuni albanesi furono processati in Kosovo, accusati di spionaggio e sovversione. La minaccia del separatismo, inizialmente, era minima, perché i pochi gruppi clandestini che miravano all'unione con l'Albania non avevano una grande importanza politica. Il loro impatto a lungo termine divenne importante poiché alcuni di questi, in particolare il Movimento rivoluzionario per l'unità albanese fondato nel 1963 da Adem Demaçi, alla fine avrebbero formato il nucleo politico dell'Esercito di liberazione del Kosovo (fondato nel 1990). Lo stesso Demaçi venne arrestato insieme a molti dei suoi seguaci.
La Jugoslavia attraversò un periodo di forte crisi economica e politica nel 1969; un massiccio programma governativo di riforma economica ampliò il divario tra il nord, che rappresentava la parte più ricca del paese, e il sud, che rappresentava la sua parte più povera.
Le manifestazioni studentesche e le rivolte scoppiate a Belgrado nel giugno 1968, diffuse a novembre anche in Kosovo, vennero ben presto represse dalle forze di sicurezza jugoslave. Tito accolse comunque alcune delle richieste degli studenti: concesse alcuni poteri di rappresentanza per gli albanesi negli organi statali sia serbi che jugoslavi e acconsentì ad un migliore riconoscimento della lingua albanese.
L'Università di Priština fu trasformata in un'istituzione indipendente nel 1970, concludendo un lungo periodo in cui l'istituto era stato gestito come succursale dell'Università di Belgrado.
Sempre nello stesso periodo, nel 1969, la Chiesa ortodossa serba ordinò al suo clero di raccogliere informazioni sulla situazione dei serbi in Kosovo, cercando di fare pressioni sul governo di Belgrado affinché facesse di più per proteggere i loro interessi.
Nel 1974 lo status politico del Kosovo migliorò ulteriormente quando una nuova costituzione jugoslava concesse una serie allargata di diritti politici. Insieme alla Vojvodina, il Kosovo fu dichiarato provincia e ottenne molti dei poteri di una repubblica a pieno titolo: un seggio alla presidenza federale e una propria assemblea, forze di polizia e una banca nazionale.
Dopo la morte di Tito (1980-1986) Sebbene fosse ancora esercitato dal Partito Comunista centrale, dal 1974 il potere provinciale fu delegato ai comunisti albanesi. La morte di Tito, avvenuta il 4 maggio 1980, fu l’inizio di un lungo periodo di instabilità politica, aggravata dalla crescente crisi economica e dai disordini nazionalisti. La prima grande rivolta si verificò nella capitale del Kosovo, Priština, quando una protesta degli studenti dell'Università locale scoppiata per le lunghe code nella mensa si propagò rapidamente all'esterno. Tra la fine di marzo e l'inizio di aprile 1981 la protesta si diffuse in tutto il Kosovo, provocando manifestazioni di massa in diverse città.
I disordini furono repressi per ordine della Presidenza della Jugoslavia che proclamò lo stato di emergenza e inviò la polizia antisommossa e l'esercito, provocando circa un migliaio di vittime. Oltre al luogo delle crescenti tensioni tra albanesi (che aumentavano anche demograficamente) e serbi, il Kosovo rappresentava anche l'area più povera della Jugoslavia: il reddito medio pro capite era di 795 dollari statunitensi, contro la media nazionale di dollari.
Nello stesso anno, il 1981, circa serbi si trasferirono dal Kosovo alla Serbia centrale in seguito alle rivolte albanesi del mese di marzo. Le manifestazioni, infatti, provocarono diverse morti tra i serbi e la profanazione dei cimiteri serbi ortodossiThe Associated Press-October 17, 1981 "Minorities Leaving Yugoslav Province Dominated by Albanians". La Serbia reagì con un piano per ridurre il potere degli albanesi nella provincia e con una campagna di propaganda secondo cui il motivo principale dell'espulsione dei serbi dall'area erano i contrasti con la crescente popolazione albanese, piuttosto che il cattivo stato dell'economia. Nel 1982 i servizi segreti jugoslavi uccisero in Germania i fratelli Zeka, Gervalla e Kadri, guide politiche del "movimento politico per la liberazione del Kosovo". 33 formazioni nazionaliste furono smantellate dalla polizia jugoslava, che condannò circa 280 persone (oltre a 800 multate e 100 poste sotto inchiesta) e sequestrò depositi di armi e materiale di propagandaFinancial Times (Londra) 5 febbraio 1982–"Police fail to crush resistance in Kosovo".
Il Kosovo durante l'ascesa di Slobodan Milošević (1986-1990) Nel 1987 David Binder scrisse sul New York Times della crescente tensione etnica in Jugoslavia e del crescente nazionalismo tra gli albanesi del Kosovo, riferendosi in particolare al massacro di Paraćin, dove un soldato di etnia albanese nella JNA uccise quattro commilitoni. Binder - scrivendo della deposizione, da parte di Slobodan Milošević, di Dragiša Pavlović come capo dell'organizzazione del partito di Belgrado poco prima - riportò anche che "il signor Milosevic ha accusato il signor Pavlovic di essere un pacificatore troppo tenero con i radicali albanesi" e che "il signor Milosevic e i suoi sostenitori sembrano puntare la loro carriera su una strategia di conflitto con gli albanesi del Kosovo". L'articolo cita il segretario federale per la difesa nazionale, l'ammiraglio della flotta Branko Mamula, il quale affermò che "dal 1981 al 1987, 216 organizzazioni albanesi illegali con membri furono scoperte nella JNA". Mamula affermò inoltre che i sovversivi di etnia albanese si stavano preparando per "uccidere ufficiali e soldati, avvelenare cibo e acqua, sabotare, irrompere negli arsenali e rubare armi e munizioni, disertare e causare incidenti nazionalisti nelle unità dell'esercito".
L'atmosfera sempre più tesa tra serbi e albanesi portò alla diffusione di voci incontrollate d'incidenti, altrimenti banali, gonfiati a dismisura. Fu in questo contesto teso che l'Accademia serba delle scienze e delle arti (SANU) condusse un'indagine sui serbi emigrati dal Kosovo nel 1985 e nel 1986, concludendo che un numero considerevole era partito sotto la pressione degli albanesi.
Il cosiddetto memorandum SANU, trapelato nel settembre 1986, era una bozza di documento, a carattere confidenziale, che si concentrava sulle difficoltà (presunte o vere) politiche che i serbi si trovarono ad affrontare in Jugoslavia, indicando il deliberato accaparramento del potere serbo da parte di Tito e le difficoltà incontrate dai serbi fuori dalla Serbia. Prestò particolare attenzione al Kosovo, sostenendo che i serbi del Kosovo stessero subendo un "genocidio fisico, politico, legale e culturale" in una "guerra aperta e totale" in corso dalla primavera del 1981, e che serbi fossero emigrati dalla provincia del Kosovo nel corso dei 20 anni precedenti. Il Memorandum SANU provocò reazioni contrastanti: gli albanesi lo interpretarono come un appello alla supremazia serba a livello locale, sostenendo che gli emigranti serbi avevano lasciato il Kosovo per motivi economici, mentre sloveni e croati lo interpretarono come una minaccia, una richiesta di una Serbia più assertiva. I serbi erano divisi: molti lo accolsero, mentre la vecchia guardia comunista attaccò con forza tale memorandum. Tra coloro che lo denunciarono vi fu Slobodan Milošević.
Nel novembre 1988 il capo del comitato provinciale del Kosovo fu arrestato. Nel marzo 1989 Milošević annunciò una "rivoluzione anti-burocratica" in Kosovo e Vojvodina, limitandone l'autonomia e imponendo un coprifuoco e uno stato di emergenza in Kosovo a causa di manifestazioni violente, che avevano provocato 24 morti (tra cui due poliziotti). Milošević e il suo governo affermarono che le modifiche costituzionali fossero necessarie per proteggere i serbi rimasti nel Kosovo dalle "molestie" della maggioranza albanese.
Emendamenti costituzionali (1989-1994) Il 17 novembre 1988 i kosovari albanesi Kaqusha Jashari e Azem Vllasi furono costretti a dimettersi dalla direzione della Lega dei comunisti del Kosovo (LCK). All'inizio del 1989 l'Assemblea serba propose emendamenti alla Costituzione della Serbia, come la cancellazione della parola "socialista" dal titolo della Repubblica serba, elezioni multipartitiche, la rimozione dell'indipendenza delle istituzioni delle province autonome come il Kosovo e la ridenominazione del Kosovo come Provincia Autonoma di Kosovo e MetochiaKlip & Sluiter, pp. 12–13.. A febbraio gli albanesi kosovari manifestarono in gran numero contro la proposta, incoraggiati dai minatori in sciopero. A Belgrado i serbi, a loro volta, protestarono contro il separatismo degli albanesi del Kosovo. Il 3 marzo 1989 la Presidenza della Jugoslavia impose misure speciali che assegnarono la responsabilità della sicurezza pubblica al governo federale. Il 23 marzo l'Assemblea del Kosovo votò a favore degli emendamenti proposti, sebbene la maggior parte dei delegati albanesi avesse scelto di astenersi. All'inizio del 1990 gli albanesi kosovari organizzarono manifestazioni di massa contro le misure speciali, revocate il 18 aprile 1990 con la responsabilità della pubblica sicurezza nuovamente assegnata alla Serbia.