La seconda guerra di Morea fu combattuta tra la Repubblica di Venezia e l'Impero ottomano tra il 1714 e il 1718. È stato l'ultimo conflitto tra le due potenze e si è concluso con una vittoria ottomana e la perdita del possesso principale di Venezia nella penisola greca, il Peloponneso (Morea); tale sconfitta veneziana sarebbe potuta divenire ancora più pesante se non fosse stato per l'intervento della monarchia asburgica, nel 1716: infatti, le vittorie austriache sul fronte del Danubio costrinsero gli Ottomani alla firma, nel 1718, del trattato di Passarowitz, che pose fine alla guerra. Il conflitto è noto anche con il nome di settima guerra ottomano-veneziana. o la piccola guerra; in Croazia è nota anche come guerra di SinjMatica hrvatska Josip Ante Soldo: Sinjska krajina u 17. i 18. stoljeću (knjiga prva), Matica hrvatska ogranak Sinj, Sinj, 1995, ISBN 953-96429-0-6.
Contesto storico Alla fine del gennaio 1699 si concludevano con la pace di Carlowitz i negoziati tra l'Impero ottomano e i vittoriosi componenti della Lega costituitasi tra il 1683 e il 1686 in avversione al Turco. Fra di essi vi faceva parte pure la Repubblica di Venezia, la quale dopo 15 anni di ininterrotte campagne belliche, attraverso le imprese del “peloponnesiaco” Francesco Morosini acquistava nuovi territori nell'Oltremare, al termine della prima Guerra di Morea.
La Dalmazia veneta, i cui confini raggiunsero la cosiddetta linea Grimani (dal nome del commissario veneto che li delimitò), si ingrandì notevolmente attraverso l'annessione delle città di Knin, Signo e Ciclut, al pari dell'Albania veneta, dove venivano annesse Castelnuovo e Risano; nel mar Jonio entrava a far parte della Repubblica di Venezia l'isola di Santa Maura, nell'arcipelago del mar Egeo l'isola di Egina, ma soprattutto il Regno di Morea (così era chiamato pomposamente dai veneziani l'odierno Peloponneso), sino all'istmo di Corinto.
Veniva altresì eliminato il tributo annuale di ducati che sino ad allora da oltre cent'anni la Serenissima aveva dovuto corrispondere alla Porta per il mantenimento del possesso di Zante (500 ducati dal 1503, stabiliti a nel 1573). Tali conquiste portavano allo Stato da mar veneziano cospicui territori, anche se il sultano ottomano per mezzo dei propri rappresentanti a Carlowitz fu risoluto a non cedere a Venezia le altre terre poste a nord della Morea cadute pure esse in mano della Repubblica Veneta nel corso del conflitto (tra le quali la piazzaforte di Lepanto), che avrebbero permesso di arginare e difendere con maggior efficacia una potenziale futura offensiva turca via terra diretta nel Peloponneso..
La guerra
Non passò molto tempo che l'Impero ottomano, difatti, meditò di riprendersi quanto era stato costretto a cedere alla Serenissima pochi anni prima, in primis la Morea, e recuperare quindi il controllo dell'Egeo. La Sublime Porta aveva ripreso fiducia in merito alle proprie capacità belliche a seguito dell'esito fortunato della guerra contro la Russia nel 1711, ed oltretutto Venezia con la proclamazione della neutralità al conflitto dinastico per il trono spagnolo (guerra di successione spagnola), era rimasta isolata diplomaticamente. Il momento per aprire una ennesima recrudescenza armata con la Repubblica Veneta fu perciò considerato propizio, così il 9 dicembre del 1714 cogliendo a pretesto la cattura di una nave ottomana e l'asilo politico dato al vladica di Montenegro, il quale sconfitto dalle armate turche si era rifugiato a Cattaro dove i veneziani si erano poi rifiutati di consegnarlo, il gran visir Silahdar Damat Ali Pascià arrestò il bailo veneziano di Costantinopoli Andrea Memmo, dichiarando guerra alla città lagunare.
Già pochi mesi prima, il Memmo aveva posto in guardia il Doge Giovanni II Corner sugli ingenti preparativi militari effettuati dalla Porta, quali il riattamento delle principali fortezze antistanti il Levante Veneto, l'arruolamento di truppe in Bosnia e in altre province dell'Impero turco, l'intensa attività di costruzione navale incorsa nell'Arsenale di Costantinopoli. Al precipitare degli eventi, Venezia nominò capitano generale da mar Daniele Dolfin e provveditore generale in Morea Alessandro Bon. Quest'ultimo tuttavia poteva opporre al turco nel Peloponneso solamente poco più di uomini regolari e uno scarso quantitativo di milizie locali. In un dispaccio inviato alla Repubblica in quel periodo, lamentò infatti egli di come Napoli di Romania, capitale del Regno di Morea, possedesse solamente soldati, e quantunque si aspettasse un rinforzo di oltre 500 teste, la difesa del sito ne richiedeva almeno .
L'apporto dei greci abitanti di Morea nei confronti dei veneziani si rivelò d'altronde piuttosto scarno, soprattutto perché essi sotto la dominazione turca avevano goduto di larghe autonomie, a discapito invece delle misure accentratrici di Venezia, presenti sia dal punto di vista commerciale che da quello religioso (vigeva il divieto di comunicare con il patriarcato di Costantinopoli). Perfino i Mainotti (residenti nella Maina), da sempre conosciuti come i più zelanti sostenitori della presenza veneziana in Morea, titubavano ad appoggiare la Serenissima per non esporre il proprio paese a saccheggi e devastazioni da parte dei turchi. Per quanto riguarda il naviglio militare in dotazione di San Marco, alla vigilia della seconda guerra di Morea erano dislocati nel riparto del Levante 8 navi di linea, non completamente equipaggiate, come lamentava in una relazione del dicembre 1714 il capitano straordinario delle navi, e 11 galere.
Dei rinforzi pervennero dalle isole Ionie, constanti in 2 galere e 2 galeotte provenienti da Zante, 1 galera allestita a spese di Cefalonia e 620 soldati forniti dai fratelli Logoteti di Zante. Nell'arsenale di Venezia nel frattempo venivano varati i vascelli San Francesco e Terrore, unitamente all'armamento di altri presenti negli scali..... Allo scopo di ricevere sostegni anche dagli Stati europei, la Repubblica Veneta si appellò al pontefice e al Sacro Romano Impero in vista dell'aspra lotta che l'avrebbe presto opposta agli ottomani. Tuttavia, se lo Stato della Chiesa assicurò un simbolico sostegno immediato con l'invio di 6 galeotte e 4 galere, l'imperatore, reduce dal lungo conflitto di successione spagnolo, esitava a distogliere truppe dal sud Italia dove si temeva una spedizione militare degli iberici volta al recupero delle terre perse, mostrandosi inizialmente indifferente agli eventi che colpivano la città lagunare. Nel corso della guerra, ausili di bastimenti da battaglia, seppur alquanto esigui, pervennero comunque da Spagna, Portogallo, Repubblica di Genova, cavalieri di Malta e Granducato di Toscana, anche per l'intercessione offerta da papa Clemente XI...
La perdita dei domini veneziani nell'Egeo
La prima azione intrapresa dalla Repubblica Veneta fu quella di inviare l'Armata Grossa veneziana agli ordini del capitano straordinario delle navi Fabio Bonvicini, nei pressi del Capo Matapan (Peloponneso), allo scopo di fornire protezione ai convogli che vi transitavano da Venezia diretti a Napoli di Romania (capitale del Peloponneso), mentre il capitano generale da mar Dolfin restò a Climinò (nell'isola ionica di Santa Maura), in attesa del sopraggiungere delle forze navali alleate e di quelle inviate dalla Dominante. Il naviglio ausiliario arrivò a Corfù nel giugno 1715, ma dopo un mese di conce solamente l'11 luglio successivo si congiunse ai legni marciani nelle acque di Patrasso. Tale ritardo spinse il Dolfin, che disponeva di 22 vascelli, 22 galere, 2 galeazze e 10 galeotte, oltre a 4 galere pontificie, 2 maltesi, 3 toscane e 2 genovesi, ad intraprendere la decisione di non recarsi con le proprie forze nell'Arcipelago a contrastare il naviglio nemico, veleggiando su Modone con l'intento di fornire ausilio alla siffatta piazza, prossima a subire l'assalto turco.
L'attacco ai possedimenti della Repubblica Veneta nel Levante, fu pianificato dall'Impero ottomano per l'estate del 1715. Il provveditore veneziano in Morea, date le esigue forze disponibili rispetto alla vastità del territorio da difendere (costituito da ben 1600 chilometri di coste frastagliate), deliberò di abbandonare le zone di Mistrà, Calamata, Calavvita, Gastuni, Arcadia, Patrasso, concentrando armati e abitanti nella difesa delle piazze di Napoli di Romania (Nauplia), Corinto, Malvasia, Modone, Castel di Morea, e nelle due fortezze di Chielafà e Zarnata, poste nel sud del Peloponneso nella penisola della Maina. Le piazzeforti della Morea erano appena state rimodernate dalla Serenissima negli ultimissimi anni di permanenza nel Regno, tuttavia l'avanzata ottomana fu tanto rapida quanto fortunosa. La flotta turca, complessivamente forte di 58 navi a vela tra ottomane, barbaresche ed egiziane, 5 brulotti, 30 galere, 60 galeotte e numerosi bastimenti da trasporto, il 5 giugno sbarcò un numeroso gruppo di armati presso Tino, isola veneziana dell'Egeo, la quale, su decisione del governatore Bartolomeo Bobbi e del comandante Bernardo Balbi che constatarono il mancato appoggio dei greci, capitolò senza combattere. Il presidio della piazzaforte fu trasportato a Nauplia, dove il Balbi fu giudicato per la propria condotta e condannato alla prigione perpetua, sorte riservata anche a Francesco Bembo, arresosi il 7 luglio presso la seconda e ultima isola dell'Arcipelago rimasta in mano a Venezia, Egina.
Contemporaneamente l'armata di terra ottomana, costituita da oltre uomini al comando del Gran Visir, penetrava in Morea dall'istmo di Corinto il 20 giugno, cingendo d'assedio l'omonima piazza 9 giorni più tardi. Nonostante i propositi di resistenza del Provveditore straordinario Giacomo Minotto, il 4 luglio dopo un intenso bombardamento che fece crollare il portone principale, i veneziani si arresero. Analoga fu la sorte a cui andò incontro Napoli di Romania, difesa da regolari e volontari circa. Seppure la bontà delle fortificazioni fece sperare una lunga resistenza, l'inesperienza degli artiglieri, la scarsità delle forze e la mancanza di minatori contribuirono fortemente alla caduta del sito il 17 luglio dopo 9 giorni di assedio. Particolarmente audace in tale occasione fu l'azione effettuata da parte di un commando turco, il quale, impadronitosi del molo arrivandovi a nuoto e scalando la muraglia, ove non erano presenti difensori, occupati a respingere l'attacco via terra, penetrò indisturbato in città. Alla perdita di Nauplia tenne dietro quella di Castel di Morea l'8 agosto, stretta in blocco dai turchi da solo 4 giorni, di Modone per l'ammutinamento del presidio al provveditore Vincenzo Pasta, il quale era invece intenzionato a continuare la resistenza, e infine di Malvasia.
Quest'ultima, la più munita fortezza veneziana del Peloponneso eretta su uno scoglio in posizione quasi imprendibile a detta degli stessi ottomani, capitolò per volontà del Provveditore Federico Badoer senza che fosse stato sparato un colpo di fucile, comportamento che comportò al patrizio veneto la condanna alla prigionia. Alla fine di agosto dunque l'intera Morea con l'isola di Cerigo giaceva nuovamente in potere degli ottomani, i quali in pochi mesi avevano dissolto l'impero marittimo creato da Francesco Morosini dopo lunghi anni di sanguinose lotte...