La marina da guerra nell'antica Grecia, che non può essere generalizzata a tutte le poleis, ma solo ad alcune di esse, rimase direttamente soggetta all'espansione territoriale, che era sia il fine sia la condizione necessaria.

Oltre alle poleis e ai successivi Regni ellenistici, per quanto riguarda il Mediterraneo dell'antichità classica seppero dotarsi di una potente flotta anche l'antico Egitto,Vedi marina militare egizia. Fenicia e Cartagine, Roma.Vedi marina militare romana.

Dal punto di vista dei suoi strumenti, la guerra in mare aveva proprie necessità, completamente diverse dal combattimento di terra. Quindi, ci sono alcune contraddizioni tra originalità tecnica delle attività marittime e la loro subordinazione alle attività terrestri; contraddizioni che sono evidenti in sezioni delle navi da guerra delle flotte militari e nelle tattiche navali.

Navi da guerra

Le navi da guerra mantennero, per tutta l'antichità, alcune caratteristiche tecniche che delineavano sempre un modo abbastanza preciso di utilizzo strategico e tattico.

In primo luogo, esse differivano dalle navi mercantili per la loro forma allungata, che sempre valse loro il soprannome di barche "lunghe". Veloci, e di solito dotate di grande manovrabilità, erano comunque molto piccole, cosa che spesso le rese preda di tempeste, anche se c'era l'abitudine di non farne uso durante la brutta stagione. In breve, erano navi armoniose ma fragili.

In secondo luogo, esse differivano dalle navi mercantili per il loro sistema di propulsione, in quanto, anche se erano dotate di una o più vele che venivano issate durante la navigazione, al momento del combattimento venivano azionate a forza di remi.

Una prima conseguenza era che gli spazi limitati, a causa dei rematori, non consentivano lo stoccaggio di grandi quantità di cibo e acqua, da qui la necessità di frequenti soste per i rifornimenti. Capitò anche che queste macchine da guerra valevano tanto quanto gli uomini che le comandavano e, per così dire, venivano personalizzate. Il consumo di energia e, soprattutto, l'abilità dei rematori, era frutto di una lunga esperienza, a da loro dipendeva in gran parte il risultato di una battaglia.

Infine, per consentire loro di svolgere le proprie funzioni militari, le navi da guerra dovevano avere accessori essenziali; da un lato un rostro per allontanare le navi nemiche e, d'altra parte, le piattaforme di combattimento per i soldati. Questi due accessori, noti nelle variabili di sviluppo dall'antichità, venivano utilizzati nell'abbordaggio e nello speronamento, le due tattiche di guerra marittima prevalenti al tempo.

Origini della marina da guerra

Le prime navi da guerra, riconoscibili dai loro remi e dalla loro forma allungata, apparvero in un piatto di terracotta del III millennio a.C., scoperto a Siro, un'isola del mar Egeo, nonché in un dipinto di una nave del XVII secolo a.C. trovato a Volos in Tessaglia.

Nuovi dettagli possono essere visti nelle rappresentazioni, più o meno schematiche, della civiltà micenea: vele, alberi e piattaforme di prua e di poppa.

All'inizio del I millennio a.C. si hanno descrizioni di Omero, spesso convenzionali e stereotipate, ma a volte anche ricche di termini marinari e di suggestive descrizioni, come quando si parla di "navi nere" o "navi vuote", "ben collegate", "ben fatte" con la prora blu o rossa, così leggere che ogni notte si potevano trarre fuori dall'acqua e tirarle in secca sulla riva e così basse che era facile saltare sulla terraferma.

Tuttavia, c'è un dettaglio che Omero non menziona, anche se già in uso al suo tempo: Il rostro di prora che è chiaramente testimoniato dall'inizio dell'VIII secolo a.C. in recipienti di ceramica geometrica.

La più comune di queste navi era quella spinta da 20 o 30 rematori (triacóntera) o 50 rematori (pentecontera), suddivisi tra fiancata destra e sinistra. A volte, alla fine dell'VIII secolo a.C., queste navi avevano i vogatori disposti su due livelli, nacquero così le biremi (dikrotoi).

Il merito di questa invenzione è da attribuire ai Fenici, che in quel periodo apparvero in tutto il mar Mediterraneo, o agli stessi greci; forse al corinzio Aminocle che, secondo Tucidide. si sarebbe distinto a Samo, nel 704 a.C., nel creare la samainaNulla di più si sa di questo personaggio che ha spinto la cantieristica. - confrontare Dionigi di Alicarnasso, e

Il regno delle trireme

Dalle bireme, che avevano un centinaio di rematori, si passò alle trireme (o triere, secondo il termine romano triremis), il cui nome appare per la prima verso alla metà di VI secolo a.C. nei poemi di Ipponatte.

Secondo Erodoto., questo tipo di nave venne utilizzato alla fine del VII secolo a.C., al tempo del faraone Necao II, che fece scavare un canale tra il Nilo e il Mar Rosso "largo abbastanza per far transitare due triremi che vogavano in senso opposto" prima di costruirne alcuni esemplari, destinati al mare settentrionale (Mediterraneo), e al golfo Persico destinati al mare di Eritrea.

È molto improbabile che gli egiziani siano stati gli inventori; sarebbero stati piuttosto i Corinzi, che avevano buone ragioni per migliorare il loro armamento marittimo, nella prima metà del VII secolo a.C., a causa della loro guerra contro Corcira.

Altri storici sono a favore di una datazione diversa; tra i più antichi (fine dell'VIII secolo a.C.), come quelli che seguono Tucidide, fu Aminocle ad inventare le trireme; altri più moderni (fine del VI secolo a.C.) sostengono che, dal 535 a.C., Policrate di Samo dovette il suo potere ad una flotta composta da pentecóntera.

In ogni caso, le triremi erano diffuse nel mar Mediterraneo orientale dalla fine del VI secolo a.C. Policrate di Samo inviò 40 trireme in aiuto del re persiano Cambise II nel 525 a.C..

Nel 494 a.C., durante la rivolta ionica contro l'impero achemenide, Chio ne poté allineare 100, Mileto 80, Lesbo 70 e Samo 60.

La flotta inviata da Dario I nel 490 a.C. era costituita da 600 trireme, mentre Gelone di Siracusa, dieci anni dopo, ne offrì 200 ai greci in cambio del comando supremo in mare. Senza contare che gli Ateniesi, grazie agli sforzi di Temistocle, poterono contare su più di 200 triremi durante la seconda guerra persiana.

Gli esperti si ingegnarono a risolvere il difficile problema dello smistamento dei remi a bordo delle triremi, con alcune rappresentazioni che sono difficili da interpretare e testi rari, non meno enigmatici nei loro dettagli. Si può comunque affermare che i boccaporti dei remi, non erano collocati alla stessa altezza e che l'equipaggio di una trireme aveva sempre tre categorie di vogatori: tranitas, zigitas e talamitas, per un totale di circa 170 uomini.

Ci sono solo tre possibilità per distinguere le diverse categorie di vogatori disponibili all'interno di una nave, disponendoli in basso, in posizione mediana o in alto. Le prime due soluzioni, che consistono nel distribuirli da prua a poppa, in tre gruppi di rematori concedendo la manovra di ogni remo a tre uomini, non ebbe molti sostenitori in passato, tra quelli che non volevano prendere in considerazione la sovrapposizione di tre banchi di vogatori. Tuttavia, il problema venne finalmente risolto a favore della terza soluzione, con alcune varianti, dal dettaglio molto comprensibile.

I rematori del banco inferiore, chiamati talamitas, azionavano i loro remi attraverso oblò situati a circa 50 cm sopra la linea di galleggiamento e, per questo motivo, i remi erano protetti da guarnizioni in cuoio che evitano l'ingresso di acqua a bordo. I rematori dei banchi mediani, chiamati zigitas si trovavano sotto il ponte, mentre quelli dei banchi superiori, chiamati tranitas erano disposti su banchi in legno siti sul ponte, che si chiamavano parexeiresia,

Quindi le posizioni delle linee di rematori erano sovrapposte, ma anche sfalsate sui fianchi della nave. Così riuscirono a non forzare, per ragioni di sicurezza, l'altezza dei bordi (2,20 m) e ad uniformare la lunghezza delle pale (4.17 m, tranne quelle del centro del trireme, che erano di 4,40 m). Pertanto, l'unità tripartita di remi, che diede il nome a questo tipo imbarcazione, era disposta in obliquo.

Su ogni lato della trireme c'erano 27 di queste unità, alle quali vennero aggiunti, in funzione del profilo dello scafo, due tranitas solisti, in posizione anteriore e posteriore. Poiché ciascuno era situato a una distanza di circa 90 cm dal suo vicino, la lunghezza della trireme non superava troppo quella della vecchia pentecontera, dove operavano 25 rematori allineati (doveva raggiungere circa 36 m), ottenendo un significativo aumento della capacità e consentendo di sviluppare una velocità, senza le vele, di più di cinque nodi.

Di contro, i vogatori dovevano essere necessariamente ben addestrati e sufficientemente coordinati con la loro linea di rematori per non scontrarsi con i colleghi di linea.

L'età ellenistica: la tentazione del gigantismo

Ad iniziare dal IV secolo a.C., si riscontrarono i primi segni precursori della corsa al gigantismo navale. Nel 339 a.C. a Siracusa, gli ingegneri di Dionisio I, che avevano al loro attivo lo sviluppo della catapulta, avevano inventato le quinquereme (con cinque file di vogatori) e costruito le quadrireme (con quattro file di rematori).

È molto probabile che si trattasse soltanto di prototipi, più o meno di successo, e che l'invenzione dei modelli definitivi a quattro e cinque file di vogatori fu dovuta più ai Fenici o ai Ciprioti poco prima di essere soggiogati da Alessandro Magno. Quel che è certo, è che all'inizio della sua spedizione, la maggior parte della flotta orientale consisteva di quinquereme, mentre la flotta ateniese (325 a.C.) aveva ancora 360 trireme, sole 50 quadrireme e 7 quinquereme.

Nel 314 a.C. Demetrio I Poliorcete chiese ai Fenici che gli costruissero una nave a sette file di rematori; nel 301 a.C. ce n'era una a tredici file e nel 288 a.C. un'altra con quindici e sedici file. Poi Antigono II Gonata (276 a.C.) fece iniziare a costruire, a Corinto, la Isthmia che aveva 18 file di rematori.

Tolomeo II Filadelfo (282 a.C.-246 a.C.) incaricò Pirgotele di costruirgli, a Cipro, navi a 20 e 30 file di rematori, prima che Tolomeo IV Filopatore (221-203 a.C.) si vantasse di avere una nave con 40 file di rematori, della quale Caligeno diede una relazione particolareggiata:

In questo caso, si trattava di una nave di prestigio, un vero giocattolo reale. Ma non possiamo dire lo stesso delle navi precedenti. Ad esempio, ecco la composizione della flotta di Tolomeo II Filadelfo, che consisteva di 366 unità: due navi da 30 file di rematori (uno dei quali era di punta), una da 20, quattro da 13, 2 da 12, 14 da 11, 30 da 9, 5 da 6, 17 da 5 e 224 di più piccole dimensioni.

La questione, dal punto di vista tecnico, di queste super galere, che rimane molto controversa, è il principio di sovrapposizione dei vogatori per gestirne il loro enorme numero. Mentre il numero di file inferiore a 24 può essere spiegato bene combinando il numero di file di remi e i vogatori assegnati a ciascun remo, quando si arriva a 30 o 40 file, occorre cercare ulteriori spiegazioni. Forse, come suggerito dalla descrizione di Caligeno, considerando una nave a doppio scafo, tipo catamarano. Difficile aumentare il numero dei vogatori mentre l'altezza dei rifugi era limitata. In una nave di 10 file, come quella utilizzata da Marco Antonio nella battaglia di Azio del 31 a.C., il ponte era a non più di 3 metri sopra il livello del mare.

Altro tipo di navi Nel suo complesso, la flotta militare antica, aveva un certo numero di navi specializzate, la cui costruzione e manutenzione erano dettate dalle particolari funzioni loro affidate.

Alcune erano destinate al trasporto di truppe o delle loro cavalcature. Altre servivano come corrieri, come ad esempio la Paralo ad Atene. Altre erano modellate sulle navi pirata destinate a combattere e distruggere queste ultime.