Nel 1938 fu protagonista a Roma di un fatto di sangue che in patria fu considerato come un episodio di protesta contro il colonialismo italiano, in seguito al quale fu condannato all'internamento in un ospedale psichiatrico giudiziario, in cui rimase per sette anni fino alla morte. Il gesto, mitizzato nel dopoguerra, è considerato dalla storiografia eritrea ed etiope un evento collegato alla resistenza etiopica contro l'occupazione italiana.

Negli anni 1970 venne insignito postumo del titolo onorifico di degiasmacc,. massimo titolo dignitario militare etiope.

Biografia Primi anni

Zerai Deres, di etnia tigrè, nacque il 21 megabìt 1908 del calendario etiopico (1º marzo 1915 secondo il calendario gregoriano) nel kebelèIl kebelè (in amarico: ቀበሌ, qäbäle) è una piccola unità amministrativa in Etiopia, analoga a un quartiere o a una frazione cittadina. di Adiyeheys del comune di Azzega, nella provincia di Serae. All'età di due anni rimase orfano di padre, cosicché la famiglia si trasferì a Azzega, villaggio di origine della madre, a una ventina di chilometri dall'Asmara, all'epoca capitale della colonia eritrea italiana. Convertitosi alla fede cattolica, studiò presso le scuole italiane della colonia, dove imparò la lingua italiana..

Il 6 novembre 1934, insieme ad altri tredici giovani eritrei, entrò con il nome di Francesco da Adiyeheys nel primo seminario serafico dei frati cappuccini di Saganèiti, fondato da padre Prospero da Milano. Abbandonò gli studi di fronte all'arroganza razzista dei suoi insegnanti, rimanendo però all'interno di un'associazione cattolica, in cui al sabato sera si studiava anche la storia dell'Etiopia.. In seguito trovò impiego come interprete.

Il 6 ottobre 1936, firmandosi come "Un indigeno", inviò una lettera di protesta all'editore del Corriere dell'Impero di Asmara., il quale aveva proposto l'abolizione di qualunque forma di promiscuità con gli "indigeni". Secondo Zerai, i nativi avevano fornito agli italiani i mezzi necessari per il loro sopraggiungere: nella sua ottica, il fraintendimento di quelli che per lui erano così tanti meriti e atti di eroismo compiuti a favore dell'Italia poteva essere indicativo solo di un governo straniero e imperialistico..

Nell'aprile 1937, poco prima di partire per l'Italia, si sposò. con una ragazza chiamata Alemash, conosciuta a Saganèiti.

Arrivo a Roma

In seguito al fallito attentato a Rodolfo Graziani (all'epoca viceré dell'Africa Orientale Italiana e governatore generale dello Scioa) avvenuto il 19 febbraio 1937 per opera di due eritrei, venne effettuata la sanguinosa rappresaglia di Addis Abeba (conosciuta in Etiopia come Yekatit 12), che comportò l'uccisione di migliaia di persone e l'arresto di molti aristocratici amhara, quattrocento dei quali circa furono in seguito deportati a Roma, Longobucco, Mercogliano, Ponza, Tivoli e all'Asinara...

Per far fronte alla gestione dei deportati abissini, Zerai Deres venne assunto dal Ministero delle colonie come traduttore per i nobili etiopi deportati in Italia: all'età di 23 anni, arrivò così a Roma nell'estate del 1937, poco dopo l'arrivo dei primi deportati abissini..

Durante il soggiorno nella capitale, seguì attentamente gli avvenimenti della guerra coloniale e con un crescente sentimento di rabbia e impotenza di fronte alle notizie che giungevano dall'Etiopia, traducendo per i ras abissini le notizie riportate dalla stampa italiana. Scrisse alcune lettere al fratello Tesfazion, rimasto in patria, in cui descriveva il clima di ostilità e razzismo in Italia, esprimendo la sua impazienza di ritornare a casa.

L'incidente al memoriale dei caduti di Dogali

Dopo aver ricevuto i documenti necessari per il ritorno in Eritrea, Zerai si recò a salutare tutti i conoscenti: in tale occasione gli venne affidata un'arma tradizionale da collezione, che avrebbe dovuto consegnare a suo superiore a Napoli, prima di imbarcarsi sul piroscafo diretto a Massaua nel Mar Rosso.

Il 15 giugno 1938, poco prima del suo previsto rientro in Eritrea, Deres si recò verso l'ora di pranzo in viale Principessa di Piemonte (oggi viale Luigi Einaudi), ove si inginocchiò ai piedi della scultura del Leone di Giuda, simbolo della monarchia etiope e della fedeltà del suo popolo, trafugata come bottino di guerra dagli italiani, portata a Roma e infine collocata sotto al monumento ai caduti di Dogali l'8 maggio 1937 in occasione del primo anniversario della proclamazione dell'impero.

Mentre intorno all'interprete si radunava una piccola folla, un militare italiano tentò di interromperlo nella sua devozione. A questo punto l'eritreo, urlando parole oltraggiose per l'Italia e il Duce e lodi per il Negus, estrasse una scimitarra colpendo il milite ferroviario Vincenzo Veglia, l'impiegato statale Ferdinando Peraldi e il maresciallo capo di fanteria Mario Izzo, che riportarono ferite lievissimeL'articolo 582 del codice penale italiano (Codice Rocco) definisce "lievissima" la lesione personale guaribile in meno di venti giorni. guaribili entro dodici giorni. Secondo alcune fonti giornalistiche dell'epoca, intervenne per fermare l'aggressione anche un garzone di una macelleria, che si scagliò con la propria bicicletta contro l'eritreo, riportando anch'egli un taglio. Altre fonti riportano il ferimento di diversi passanti..

Infine, giunsero due soldati che misero fine all'aggressione, esplodendo quattro colpi di pistola in direzione di Zerai Deres, che venne colpito dal milite ferroviario Pasquale Vaccaro alla coscia in maniera non grave.

Internamento e morte

L'episodio venne considerato dalle autorità come un'azione di un malato di mente: Zerai Deres venne quindi arrestato,. ricoverato e piantonato presso l'ospedale del Policlinico Umberto I. Il 1º agosto ne venne disposto il ricovero presso il manicomio di Santa Maria della Pietà in Roma, dove a seguito di osservazione venne dichiarato "delirante paranoicale in senso persecutorio". Giudicato come incapace assoluto d'intendere e volere e pertanto persona socialmente pericolosa, venne assolto dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che ne dispose il ricovero in manicomio giudiziario. Zerai venne poi trasferito ed internato nell'ospedale psichiatrico giudiziario "Vittorio Madia" di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.

Durante l'internamento, tentò incessantemente di provare la propria lucidità mentale, ma non fu mai creduto dai medici italiani, scrivendo anche diverse lettere alla famiglia. In una missiva datata 3 dicembre 1938, affermava di trovarsi in buona salute e chiedeva al fratello Tesfazion di restituire il titolo onorifico ricevuto dal governo italiano.

Zerai morì presso il manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto all'età di trent'anni, nel luglio 1945.

Rimpatrio della salma Nel 1938, Tesfazion Deres, già fondatore del Partito Eritrea Indipendente,. riteneva che il fratello Zerai fosse vivo e stesse bene in una prigione in Italia. Insieme ad altri eritrei interessò il ministro degli affari esteri etiope Embaié Uoldemariàm al fine di presentare il suo caso alla Corte Imperiale dell'Etiopia; per questo, Tesfazion scrisse una lettera di supplica indirizzata all'imperatore d'Etiopia Hailé Selassié per chiedere la messa a disposizione di un aereo per raggiungere l'Italia e riportare a casa suo fratello. La richiesta, tuttavia, non ebbe inizialmente riscontro da parte dell'imperatore.

Nel luglio 1939 Tesfazion riuscì finalmente a raggiungere il fratello nel carcere siciliano,. ma non poté far nulla per liberarlo.

Dopo la morte di Deres, il fratello lottò duramente per rimpatriare in Eritrea le spoglie,. che furono tumulate all'interno della chiesa di Santa Maria ad Azzega, di fronte alla quale è collocato un monumento che ritrae l'eroe nazionale insieme a due leoni.

Reazioni all'incidente del memoriale di Dogali

In un periodo di tensioni in cui per motivi politici Benito Mussolini stava programmando il rimpatrio in Etiopia di aristocratici abissini sgraditi a RomaVedi il telegramma del 24 maggio 1938 inviato dal capo di gabinetto Mergazzi del Ministero dell'Africa Italiano ad Attilio Teruzzi: Citato in . (nel luglio del 1939 ne sarebbero rimasti a Roma solo una novantina), quel piano venne improvvisamente accelerato quando nel giugno lo stesso Mussolini apprese che Zerai Deres, interprete per i ras confinati a Roma, aveva gridato invettive contro l'Italia e lodi a favore di Selassié di fronte al monumento ai Caduti di Dogali..

Informato inoltre che alcune persone erano rimaste gravemente ferite nel tentativo di mettere a tacere un eritreo, Mussolini andò su tutte le furie e ordinò il rimpatrio totale di tutti i nobili etiopi. L'incidente all'obelisco di Dogali fu ritenuto un fatto gravissimo dalle autorità fasciste: da un lato la censura fascista pose in fretta una coltre di silenzio, dall'altro lato vi fu un allarme generale che decretò il rimpatrio immediato «col primo mezzo [di] tutti gli interpreti indigeni attualmente residenti a Roma».. Il giorno stesso del fatto, il ministero dell'Africa italiana inviò un telegramma contenente la disposizione di rimpatriare immediatamente tutti gli interpreti indigeni, con un ordine perentorio:

Tuttavia il rimpatrio degli abissini proseguì a rilento, poiché ogni caso andava giudicato singolarmente e con attenzione; peraltro, a Roma risiedevano alcuni dignitari etiopi, tra cui i ras Sejum Mangascià, Ghetacciù Abaté e Kebbedé Guebret e il degiac Asrate Mulughietà, sospettati di avere ispirato la protesta di Zerai Deres; per questo motivo Attilio Teruzzi, sottosegretario al ministero dell'Africa Italiana, avrebbe preferito esiliare questi ultimi in Libia o nel Dodecaneso..

Mitizzazione

Al termine della seconda guerra mondiale la vicenda di Zerai Deres fu riscritta, mitizzata, drammatizzata e cantata in Etiopia per celebrarlo come un eroe della resistenza anticolonialista,Si veda ad esempio Citato in soprattutto da parte dei filo-etiopi contrari alla separazione dell'Eritrea dall'Etiopia.

In particolare, grazie alla prevalenza della tradizione orale, si andarono ad aggiungere numerosi e anche contrastanti dettagli che esaltarono il personaggio, fino a farlo divenire, tutt'oggi in Etiopia ed Eritrea, un eroe nazionale leggendario che lottò e morì per l'unità del Paese.. La resistenza anticolonialista di Zerai, ridotta a un semplice gesto spontaneo e simbolico di disperazione, ma inequivocabile e immediatamente comprensibile a tutti in un contesto in cui l'oralità era prevalente su quella scritta, "gli aprì le porte del pantheon nazionale"..