La rivolta di Firmo è stato un episodio di usurpazione verificatosi nell'Impero romano all'epoca del regno di Valentiniano I.
Contesto storico I misfatti di Romano
Nel corso del breve regno di Gioviano e dei primi anni di regno di Valentiniano I, la Tripolitania fu colpita dalle incursioni degli Austuriani, una tribù di Barbari residenti nella zona di frontiera della provincia.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.2 Essi giustificarono i loro saccheggi con il proposito di vendicare un loro connazionale, di nome Stacao, condannato al rogo dai Romani per aver compiuto alcuni atti fuorilegge, tra cui il proposito di tradire la provincia.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.3. Fu così che, per vendicare il loro connazionale, a loro dire ingiustamente giustiziato dai Romani, gli Austuriani cominciarono a compiere incursioni già nel corso del breve regno di Gioviano. Temendo tuttavia di avvicinarsi a Leptis, che era una città prospera e molto popolata, ma soprattutto fortificata da mura molto resistenti, essi occuparono i distretti che la circondavano, che erano assai fertili, per tre giorni, uccidendo gli agricoltori o costringendoli a ripararsi nelle caverne. Bruciarono inoltre le provviste che non potevano trasportare, tornando nelle loro dimore carichi di molto bottino e prigionieri, tra cui il principale nobile di Leptis, un uomo di nome Silva, che avevano trovato insieme alla sua famiglia nella propria residenza.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.4.
La popolazione di Leptis, atterrita da tale disastro improvviso, implorarono la protezione del Comes Africae Romano, da poco promosso a comandante delle truppe comitatensi di stanza in Africa. Quando però questi giunse nella città alla testa dell'esercito e ricevette la loro richiesta di intervenire in loro soccorso contro i Barbari, egli affermò che non avrebbe agito se non fossero state fornite provviste e quattromila cammelli per le proprie truppe.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.5. A tale risposta i cittadini di Leptis rimasero stupefatti, replicando che dopo le devastazioni e le calamità a cui erano stati esposti appariva per loro impossibile soddisfare tali richieste. Dopo aver atteso quaranta giorni senza che le sue richieste fossero state soddisfatte, il Comes Romano si ritirò senza aver compiuto alcuna impresa contro il nemico.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.6.
La popolazione di Tripoli, intenzionata a protestare per il comportamento di Romano, il giorno della riunione successiva, assunse Severo e Flacciano come ambasciatori con il compito di recarsi alla corte di Valentiniano I e consegnargli alcune raffigurazioni dorate della vittoria per celebrare la propria ascesa al trono, e per riferire del miserabile stato della provincia.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.7. Quando Romano ne venne a conoscenza, egli inviò un cavaliere come messaggero al magister officiorum, Remigio, suo parente, chiedendogli di assicurarsi che, per decisione dell'Imperatore, ogni indagine sulla questione fosse affidata al deputato e a lui stesso.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.8. Gli ambasciatori giunsero pertanto alla corte imperiale e, avendo ottenuto l'udienza con l'Imperatore, essi gli riferirono dello stato miserabile della provincia, presentandogli un decreto del loro concilio il quale riferiva un ampio resoconto dei fatti. Quando l'Imperatore lo lesse, non si fidò né del rapporto del magister officiorum, il quale difendeva l'operato del Comes Africae Romano, né dell'esposto della popolazione di Tripoli; ma promise un'accurata indagine sulla questione, la quale tuttavia andò incontro a ritardi e altre problematiche.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.9.
Nel frattempo i cittadini di Tripoli vennero di nuovo attaccati dagli Austuriani, incoraggiati dai loro precedenti successi: essi devastarono gli interi territori di Leptis e di Oea, portando rovina e desolazione dovunque essi saccheggiassero, e ritirandosi con un enorme bottino, dopo aver ucciso molti degli ufficiali, tra cui Rusticiano, uno dei sacerdoti, e Nicasio, l'edile.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.10. Quest'invasione non fu respinta per il fatto, che all'entrata degli ambasciatori, la conduzione degli affari militari, affidata in un primo momento al praeses Ruricio, era stata successivamente trasferita al Comes Africae Romano.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.11. Quando un messaggero fu inviato in Gallia riferendo del disastro all'Imperatore, quest'ultimo, adiratosi alla notizia, decise di inviare il suo segretario Palladio nella provincia per liquidare la paga ai soldati sparsi per l'Africa. Palladio, che deteneva anche il rango di tribuno, si preoccupò altresì di esaminare tutto ciò che era avvenuto in precedenza a Tripoli, essendo un ufficiale che godeva della fiducia di Valentiniano I.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.12.
Nel frattempo gli Austuriani, incoraggiati dai successi precedenti, proseguirono i loro saccheggi, impadronendosi di un ampio bottino e facendo prigioniero di un cittadino di nome Micone, che fu riconsegnato agli abitanti della città dietro riscatto; Micone comunque perì due giorni dopo.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.14. Questi avvenimenti incoraggiarono la pertinacia degli invasori, che giunsero persino ad assaltare le mura di Leptis, che fu invano assediata per otto giorni; disperando di poterla espugnare, alla fine gli assedianti levarono l'assedio e ritornarono nella loro patria.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.15. In conseguenza di questi avvenimenti, i cittadini, ancora dubbiosi della loro sicurezza, prima ancora del ritorno degli ambasciatori che avevano inviato in precedenza, inviarono Giovino e Pancrazio per esporre all'Imperatore un resoconto fedele delle loro sofferenze: questi inviati incontrarono i precedenti ambasciatori, Severo e Flacciano, a Cartagine; procedendo il viaggio, arrivarono alla corte di Treviri.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.16.
Quando poi Palladio arrivò in Africa, Romano, che era a conoscenza che il segretario di Valentiniano I era venuto ad indagare sulla questione, inviò ordini agli ufficiali dell'esercito di pagarlo con la parte principale del soldo per i soldati che aveva portato con sé, ed essi obbedirono; con questa mossa Romano sperava di poter ricattare Palladio, consapevole che questi era una persona di grande influenza, essendo la persona più prossimamente connessa ai principali ufficiali del palazzo.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.17. E così, essendosi improvvisamente arricchito, Palladio raggiunse Tripoli e portò con sé nei distretti devastati Erectio e Aristomene, due cittadini di grande eloquenza e reputazione, che gli esposero tutte le sofferenze patite dai loro concittadini e dalle popolazioni dei distretti limitrofi.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.18. Dopo essersi accertato della lamentevole desolazione della provincia, si recò da Romano, rimproverandolo per la sua inazione e minacciando di riferire all'Imperatore un accurato resoconto dei fatti. Romano replicò ricattando Palladio a sua volta: gli riferì che in tal caso avrebbe riferito di come Palladio, che aveva una reputazione di segretario incorruttibile, si fosse impadronito del denaro che era stato inviato come donazione ai soldati.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.19. Ricattato da Romano, e non intendendo rovinare la propria reputazione e perdere il favore dell'Imperatore, Palladio, ritornato a corte, riferì a Valentiniano I atroci falsità, affermando che i cittadini di Tripoli si lamentassero senza ragione.
Pertanto egli fu inviato in Africa per la seconda volta con Giovino, l'ultimo di tutti gli ambasciatori, in quanto Pancrazio era deceduto a Treviri, per indagare sui fatti connessi con la seconda ambasceria. Inoltre l'Imperatore diede ordine che Erectio e Aristomene fossero condannati al taglio della lingua, in quanto Palladio aveva riferito che costoro si fossero resi rei di alcune affermazioni offensive.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.20. Il segretario e il deputato giunsero a Tripoli. Romano inviò uno dei suoi sottoposti insieme a Cecilio, il suo assessore e nativo della provincia, per corrompere la popolazione, spingendola ad accusare Giovino di aver riferito falsità all'Imperatore; le minacce contro Giovino si rivelarono talmente gravi da costringerlo a confessare di aver mentito.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.21. Quando Valentiniano I fu informato dell'esito della seconda inchiesta, egli ordinò l'esecuzione di Giovino in quanto reo di falsità, insieme ad altre persone, accusate di complicità; inoltre ordinò che il praeses Ruricio fosse giustiziato con l'accusa di falsità, con l'aggravante che il suo resoconto conteneva alcune espressioni violente e intemperate.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.22. Ruricio fu giustiziato a Sitifis, mentre il resto degli accusati furono condannati a Utica per sentenza del vicario Crescenzo. Ma prima dell'esecuzione degli ambasciatori, Flacciano, mentre era esaminato dal vicario e dal comes, fu assalito dai soldati inferociti, e per poco non fu ucciso: lo accusarono di aver rifiutato di fornire i mezzi necessari per poter intraprendere una qualsiasi spedizione, impedendo così la difesa della popolazione di Tripoli.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.23. Con tale accusa fu gettato in prigione, in attesa della sentenza dell'Imperatore; ma riuscì a evadere e a trovare riparo a Roma, dove si nascose per qualche tempo, fino al suo decesso.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.24. In conseguenza di questa memorabile catastrofe, gli abitanti di Tripoli non osarono più inviare ambascerie all'Imperatore, temendo che così avrebbero soltanto peggiorato le cose. Tempo dopo Palladio, essendo stato congedato dal servizio, si ritirò a vita privata.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.25.
Il Conte Teodosio giunse dunque in Africa per reprimere l'usurpazione di Firmo e, come gli era stato ordinato, indagò sull'operato di Romano, trovò tra le sue carte, una lettera compromettente di una certa persona di nome Meterio indirizzata a Romano, che svelava che Palladio, ricattato da Romano, aveva riportato falsità all'Imperatore, in modo da salvare Romano dalla punizione.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.26. Quando la lettera fu inviata alla corte di Valentiniano I e letta, Meterio fu arrestato per ordine di Valentiniano, e confessò che la lettera fu effettivamente opera sua. Palladio ricevette quindi l'ordine di presentarsi per essere giudicato, ma si suicidò approfittando dell'assenza delle guardie, che stavano trascorrendo l'intera notte in chiesa in un giorno festivo della religione cristiana.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.27. Nel frattempo, Erectio e Aristomene, che si erano nascosti quando avevano appreso che erano stati condannati al taglio della lingua, sentendosi sicuri ora che la verità era emersa, si recarono a corte. Graziano, successore di Valentiniano I, avendo ottenuto informazioni attendibili sull'abominevole tradimento, li inviò a processo al proconsole Esperio e al deputato Flaviano; questi ufficiali, dopo aver sottoposto Cecilio a tortura, ottennero da lui una completa confessione di aver spinto la popolazione a lanciare false accuse contro gli ambasciatori.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.28. Romano nel frattempo si recò a corte, portando con sé Cecilio, con l'intento di accusare i giudici di pregiudizi in favore della provincia; ed, essendo stato graziosamente ricevuto da Merobaude, richiese che fossero chiamati più testimoni.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.29. E quando questi testimoni giunsero a Milano, e mostrarono prove apparentemente corrette, ma in realtà false, che essi erano stati falsamente accusati, essi vennero assolti, e ritornarono a casa, mentre Remigio già qualche tempo prima, quando regnava ancora Valentiniano I, dopo essersi ritirato a vita privata, si era suicidato.Ammiano Marcellino, XXVIII,6.30.
Causa prossima della rivolta