Il sito archeologico della città antica di Falerio Picenus è situato in frazione Piane di Falerone, sulla sinistra del fiume Tenna e sulla via che da Urbs Salvia conduceva ad Asculum. Compresa nella regione V, divenne colonia, forse sotto Augusto, e come tale fu ascritta alla tribù Velina. Venne distrutta in una data imprecisata e abbandonata dagli abitanti, forse nel X secolo, che ripararono sul vicino poggio (m. 432 s. m.) dando vita all'odierno centro di Falerone. Si trova a circa 2 km dall'odierno centro di Falerone, in provincia di Fermo.

Origine e storia

Nel 90 a.C. ai piedi del Mons Falarinus (poi Falerone medievale), è ricordata la sconfitta dei Romani guidati da Gneo Pompeo Strabone da parte dei socii Piceni comandati da Gaio Vidacilio, Publio Ventidio e Tito Lafrenio, nel percorso delle legioni romane verso Fermo.Appiano, Ρωμαικά, 1, 47-48. Del 29 a.C., nella centuriazione augustea della Valle del Tenna, è l'edificazione di Falerio Picenus punto di snodo fra Firmum, Urbs Salvia e Asculum. La rappresentazione grafica di Falerio Picenus nel codice Acernario del VI secolo, con le due porte, a nord verso Urbs Salvia, e a sud verso Novana e Asculum, ci conferma l'importanza del castrum.

L'esistenza di Falerio Picenus è già attestata nell'antichità. In particolare Balbo, agrimensore di Augusto, così recita in alcuni suoi frammenti raccolti da Frontino: "Ager Falerionensis limitibus maritimis et Gallicis est adsignatus". Anche Plinio il Vecchio ne menziona l'etnico elencando le popolazioni della V Regio Augustea nella Naturalis historia: "In ora Cluana, Potentia, Numana a Siculis condit nn.. intus Auximates, Veregrani, Cingulani, Cuprenses cognomine Montani, Falarienses, ...".

Non abbiamo informazioni certe sul periodo della fondazione di Falerio anche se il rescritto imperiale di Domiziano, datato 82 d.C. e relativo ad una annosa lite tra Faleronesi e Fermani sui subseciva, assicura che già nell’età augustea Falerio doveva essere una importante colonia.

Il Mommsen poi, nel suo Corpus Inscriptionum Latinarum. afferma che la fondazione di Falerio risale ad una assegnazione di terre avvenuta successivamente alla battaglia di Azio del 31 a.C. sottraendo dei territori a danno della vicina Fermum.

Nel IV e V secolo la sede del vescovo di Falerio passa a Fermo, segno evidente dello stato di decadenza della città romana, già preda di orde barbariche e del conseguente spopolamento e perdita di prestigio di centri romani a vantaggio di città più grandi.

La struttura urbana

La colonia di Falerio Picenus confinava a nord-est con quella fermana, a nord-ovest con Urbs Salvia, a nord con Pausola, a sud con Novana, ad ovest con Asculum. La particolare importanza economica e strategica dell’area derivava dalla vicinanza del fiume Tenna e dalla biforcazione della strada proveniente da Fermo: una direzione si sviluppava lungo il corso fluviale ed andava sino ad Ascoli, l'altra invece era verso Urbs Salvia.

Secondo i canoni allora correnti, la colonia era imperniata su due assi ortogonali: il cardo, in direzione nord-sud e coincidente con l'attuale via del Pozzo ed il decumanus che univa il teatro all’anfiteatro da est a ovest. Da queste due strade principali si ripartivano quelle secondarie che costituivano la struttura dell’insediamento urbano. La città doveva avere sicuramente una notevole consistenza, se si pensa che il suo perimetro si snodava per circa due miglia, senza considerare le aree esterne dedicate ai sepolcreti.

Due interi nuovi quartieri, di cui uno a carattere pubblico, sono stati individuati nel 2021 da Paolo Storchi, ricercatore dell'Università di Bologna, attraverso aerofotointerpretazione. Essi saranno oggetto nell'immediato futuro di ulteriori ricerche e scavi archeologici da parte dell'Università di Bologna e della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche.

Il parco archeologico

L'intera area archeologica può sommariamente essere divisa in due parti: la prima, quella centrale, risulta sostanzialmente compromessa dalla edificazione incontrollata avvenuta a partire dagli anni sessanta; la seconda, verso nord-est, è invece minimamente urbanizzata e quindi è suscettibile di riscoperta e valorizzazione. Molto positivo è il fatto che le superfici intorno al Teatro siano rimaste pressoché inedificate. Anche l’area che circonda l'Anfiteatro, per quanto in parte compromessa, offre ancora sufficienti spazi su cui poter intervenire.

Il Parco Archeologico di Falerio Picenus è stato istituito con l'attuazione della Legge Regionale n.16 del 1994 e costituisce da una parte il riconoscimento ufficiale del valore storico e culturale dell'area, dall'altra pone tutte le necessarie premesse per la sua progressiva valorizzazione.

Il Teatro

Il Teatro, situato all'estremità orientale dell'antico impianto urbano, è uno degli edifici teatrali romani meglio conservati delle Marche, seppure saccheggiato nella sua decorazione, con una capienza stimata di circa 1600 posti a sedere. Della monumentale costruzione, riconducibile all'età augustea, seppure completato sotto Tiberio, possono essere tuttora ammirati i primi due ordini della cavea, l'orchestra, i due ingressi laterali, il proscenio e quello che rimane dell'apparato scenico.

La cavea ha un diametro di circa 50 metri ed è costruita su costruzioni a volta. All'esterno la struttura mostra un prospetto ad archi dei quali restano numerose basi con semicolonne rivestite un tempo di marmo. Ben conservato è pure il proscenio che delimita l'orchestra con struttura a nicchie semicircolari decorate anch'esse con marmo. Dal Teatro vengono due statue di Cerere e altre due ora al Louvre. Il Teatro era sicuramente motivo di prestigio per la città. Verso la metà del II sec. d.C. fu abbellito con le statue donate ai Faleronesi da Antonia Picentina, moglie di Antonino Pio e sacerdotessa di Faustina Maggiore. Svetonio ci conferma l’importanza della città dicendo nella sua Vita Augusti che Ottaviano volle la colonia ‘quasi simile a Roma’.

Il Teatro, esplorato come gli altri monumenti a partire dagli scavi pontifici del 1777, è in ottimo stato di conservazione e viene ancora utilizzato per rappresentazioni teatrali. Sorge nella zona orientale della città romana, in corrispondenza dell'inizio dell'attuale abitato di Piane di Falerone ed è'gestito dalla Direzione generale musei Marche; l'area è dotata di un ampio parcheggio, ed è collegata con il Museo civico archeologico. Da essa le altre aree del parco sono raggiungibili a piedi.

L'Anfiteatro

A circa trecento metri dal Teatro, sul margine orientale della colonia, si trova l'Anfiteatro, risalente anch’esso al I secolo. Secondo una ricostruzione ottocentesca, l'edificio aveva naturalmente una pianta ellittica, con l'asse maggiore in direzione est-ovest e lungo 120 metri, mentre quello minore era di circa 105. Disponeva presumibilmente di dodici porte di accesso, di cui quattro davano direttamente nell'arena, mentre le altre otto davano accesso al podio ed alle gradinate che erano suddivise in tre diversi ordini.

Si pensa che l'Anfiteatro fosse circondato da un porticato al servizio dei circa seimila spettatori che in grado di ospitare. Probabilmente un grande velarium proteggeva le gradinate dal sole e dalle intemperie.

Dell'anfiteatro sono visibili solo alcuni settori del muro perimetrale, sufficienti tuttavia alla comprensione della poderosa struttura.

Altri monumenti

Lungo il tratto settentrionale del Cardo sorgono i resti di una grande cisterna di acqua detta volgarmente i "bagni della regina": si tratta di un serbatoio suddiviso in tre sezioni successive adibito alla distribuzione dell'acqua alla Colonia.

Sia all'interno che all'esterno dell'area archeologica si trovano numerose altre presenze storiche di importanza minore, ma comunque interessanti per lo studio e la ricostruzione dell’intera zona. Si tratta di resti di edifici pubblici civili e religiosi, di abitazioni private, di monumenti sepolcrali.

Gli scavi archeologici La storia dei rinvenimenti e degli studi che si svilupparono sul sito dell'antica Falerio ha origini piuttosto antiche. Fu Ciriaco d'Ancona nel quattrocento a scrivere per primo di rinvenimenti casuali di reperti. Il luogo, infatti, attirò sin dal Cinquecento l'interesse dello Stato Pontificio, in seguito al dissotterramento del rescritto bronzeo di Domiziano nel 1595 che fu donato al cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII. Sembra che il cardinale avesse praticato degli scavi a Falerio, ma non vi sono testimonianze precise.

Sempre nel cinquecento avvenne il recupero di due statue marmoree un "togato" e una "Demetra/Cerere". Si tramanda la notizia inoltre di scavi effettuati nel 1774 sotto Clemente XIV. La prima campagna di scavi risale al 1777 per volere di Pio VI. Vennero effettuati scavi anche a Cupra Marittima, Helvia Recina, Urbisaglia. Tali ricerche a Falerone interessarono l'area del Teatro e un impianto termale. Vennero rinvenuti due epigrafi latine, un frammento di mosaico figurato rappresentante un leopardo, un candelabro di cristallo di rocca e altri oggetti che vennero inviati ai musei Vaticani.G. de Marinis e G. Paci, Falerio Picenus, in Atlante dei beni culturali dei territori di Ascoli Piceno e di Fermo, Beni archeologici, p. 112-113, Provincia di Ascoli Piceno, Assessorato alla cultura, 2000. Fu ampiamente documentata dal notaio faleronese Barnaba Agabiti in un manoscritto pubblicato nel 1971 dal suo concittadino professor Pompilio Bonvicini. Dalla fine del '700 le ricerche archeologiche si svilupparono sempre più, anche se spesso si trattava di semplici spoliazioni eseguite senza le necessarie autorizzazioni e quindi clandestine.

Tra queste quelle avviate diverse anni dopo dai fratelli Raffaele e Gaetano De Minicis che nel 1836 iniziarono dei nuovi scavi nell'area del Teatro. Le autorità papali ordinarono subito il sequestro dei reperti ritrovati anche se i De Minicis riuscirono ad evitarlo promettendo di raccoglierli nella loro casa fermana. Nacque così l'importantissima raccolta De Minicis, che alcuni anni dopo andò però dispersa finendo in parte al Municipio di Fermo ed in parte presso quello di Falerone. Tanti reperti finirono comunque nelle mani di collezionisti privati e se ne persero definitivamente le tracce.

Dal 2020 è in atto una convenzione fra Comune di Falerone, Soprintendenza Archeologica delle Marche ed Università di Bologna per la valorizzazione del sito e il suo studio. Dopo un'analisi dei dati dalle esplorazioni precedenti, si è concentrata l’attenzione nell'area a nord-ovest del teatro romano, dove le immagini dai satelliti avevano evidenziato la presenza di Cropmark molto marcati che indicavano la presenza di strutture archeologiche.

È stata eseguita una prima fase di indagini non invasive, attraverso strumentazione diagnostica i cui dati, hanno restituito la configurazione di un intero quartiere pubblico, sepolto nell'area agricola e rimasto finora sconosciuto negli studi sull'impianto urbano della città antica.

La campagna 2023, è stata limitata a due saggi: Un saggio è stato aperto in una porzione angolare di una struttura absidata, che si è rivelata essere con certezza un tempio romano, anche grazie alla scoperta dei resti dei piani pavimentali con decorazione di pregio in lastre di marmo, che originariamente rivestivano anche le pareti interne dell’aula. L’altro sondaggio stratigrafico è stato effettuato in una porzione contenente strutture murarie con diverse fasi di vita, prospicienti una strada romana basolata, anche questa risultata in eccellente stato di conservazione.

Arte da Falerio Picenus