Prese il potere sotto la tutela dello zio Dione. Come tiranno seguì le orme di suo padre, Dionìsio I detto il Vecchio. Lo stesso anno della sua salita al trono, rinnovò la pace con i Cartaginesi. Platone, in visita nella città aretusea, sperimentò la violenza del nuovo sovrano quando venne praticamente tenuto prigioniero per un anno.
Nel 366 a.C., dietro le pressioni dello storico Filisto, cacciò lo zio, che disapprovava il suo comportamento. Nel 357 a.C., in seguito a una guerra civile capitanata da Dione, egli dovette abbandonare il comando dello Stato siceliota. Esiliato a Locri Epizefiri, ne divenne in breve il tiranno, ma il popolo calabro insorse uccidendo tutta la sua famiglia e cacciandolo ancora. Ritornò a Siracusa nel 347 a.C. (o forse nel 346 a.C.) e si impadronì ancora del potere rovesciando Niseo in un momento di grande instabilità politica.
Le tensioni con il popolo si acuirono e questa volta il tiranno poté governare solo per tre anni. Assediato a Ortigia da Iceta di Leontini e dalle truppe di molte altre città siciliane, fu detronizzato da Timoleonte e costretto all'esilio in Grecia. Sarebbe morto poverissimo a Corinto, molti anni dopo.
Biografia
Dionisio il Giovane (νεώτερος, secondo una terminologia antica e forse risalente già al IV secolo a.C..) era figlio di Dionisio il Vecchio (πρεσβύτερος). Condivise con suo padre l'interesse per la filosofia, la scrittura epistolare e fu autore di un componimento in versi su Epicarmo.
Il Regno di Dionisio II Dionisio ascese al trono ancora giovane; si ritrovò sotto la tutela del fratello della madre, Dione. Lo storico Niccolò Palmeri ha così definito il tempo di Dionisio II:
Il giovane Dionisio non aveva alcuna esperienza di come si guidasse uno Stato vasto, complesso e ricco di colonie come quello siracusano. Il padre, Dionisio I, l'aveva sempre tenuto lontano dagli affari interni ed esteri, lo aveva fatto crescere chiuso nel castello, circondato da giullari e piaceri di corte. Questo fu forse l'iniziale difficoltà che subito si palesò quando il potere di un così vasto e importante territorio passò nelle mani di questo giovane.
Come prima mossa, Dionisio II, convocò l'Assemblea del popolo e a questa chiese il consenso per potere prendere l'eredità al trono di suo padre. L'Assemblea acconsentì e Dionisio II venne ufficialmente eletto nuovo tiranno di Siracusa. Per ingraziarsi il popolo liberò, concedendo la grazia, 3.000 prigionieri e ridiede alla gente della polis i soldi di tre anni d'imposte. Fin dall'inizio il nuovo tiranno si trovò nella delicata situazione di dover decidere se fare la pace con i cartaginesi o se continuare a far loro la guerra. Impaurito da una così difficile decisione convocò a consiglio i suoi cortigiani, tra i quali, spiccava fra tutti, Dione, che senza paura disse a Dionisio II, che egli, il tiranno di Siracusa, aveva in quel momento nel suo regno una simile condizione di potenza e risorse che poteva «scegliere a senno suo la pace, senza viltà, la guerra senza timore.». Inoltre si offrì Dione stesso ad andar per contrattare con i cartaginesi a chiedere la pace, se così voleva il sovrano; in caso di guerra invece avrebbero costruito senza problemi altre sessanta galee da aggiungere a quelle che già possedevano se si credeva che non potessero bastare. Questo armamento sarebbe avvenuto con il denaro di Dione. Il giovane Dionisio rimase talmente affascinato dalla carica emotiva di Dione, che da quel momento in avanti decise di ascoltare sempre i suoi consigli. Scelse la pace e fu mantenuto con Cartagine lo statu quo.
Dione fu effettivamente uno dei personaggi più influenti della corte siracusana del regno siceliota al tempo dei due Dionisi. Egli era cresciuto con un'ispirazione filosofica, a vent'anni aveva fatto un viaggio nell'Italia meridionale e qui aveva conosciuto Platone, il quale descrisse il giovane Dione come uno dei suoi discepoli filosofici con più passione e giudizio.. Il siracusano aveva in seguito sposato una delle figlie di Dionisio I, nonché sua nipote, Arete. Messosi in vista grazie al suo intelletto, Dione era già stato nominato diverse volte da Dionisio I come suo ambasciatore e adesso lo era presso il figlio, il quale, come abbiamo visto, era propenso a seguire le sue diciture. Ma questa vicinanza tra i due fece nascere molte gelosie a corte. Gli altri personaggi influenti vicino al tiranno, che mal sopportavano la figura e il carisma di Dione, misero in giro delle voci diffamatorie sul siracusano in modo da convincere il giovane Dionisio che suo zio in realtà bramava al potere e non stava agendo negli interessi del sovrano. Tali insinuazioni spinsero Dionisio II alla dissolutezza; si lasciò andare all'ubriachezza e si comportò in maniera scellerata, priva di buon senso a corte. Ma Dione, confidando nella giovane età del nuovo tiranno, era convinto di poter farlo ancora cambiare, di trasformare quel ragazzo viziato in un saggio governatore. Così convinse Dionisio a prendere la via della filosofia; egli accettò e fu il tiranno stesso a voler richiamare a Siracusa il più accreditato dei filosofi, Platone.
Platone e Dionisio II Nella Lettera VII, scritta probabilmente proprio da lui, Platone ci ha lasciato testimonianza dei suoi pensieri e turbamenti in occasione della partenza per il suo secondo viaggio in Sicilia, raccontandoci cosa realmente lo spinse ad affrontare una situazione rischiosa come quella siracusana:
E aggiunge:
Dunque Platone, a distanza di anni, ripensando al viaggio che per la seconda volta lo aveva condotto a Siracusa, ci chiarisce che il motivo per il quale rischiò forse anche la vita non era per compiacere i capricci di ricchi tiranni, ma per cercare di attuare il suo progetto di una Repubblica dei filosofi. In tal senso furono decisive anche le parole di Dione, che Platone stesso ricorda:
Il filosofo ateniese fu sollecitato di recarsi nuovamente a Siracusa, oltre che da Dione, dai pitagorici d'Italia, i quali, essendo sotto li dominio della tirannide siracusana, speravano che imbevendo quel giovane di buoni propositi governativi, il futuro sarebbe stato per tutti migliore. Ma nel frattempo vi era anche chi continuava a bramare a favore di una ferma e solida tirannia; si trattava della fazione opposta a Dione, la quale per rendere il suo ruolo più forte convinse l'inesperto tiranno a richiamare dall'esilio Filisto, il migliore amico di suo padre Dionisio il Grande, esiliato ad Andria si dice per volere spartano, poiché Filisto era un sostenitore e consigliere dell'espansionismo che aveva portato numerose poleis sotto il controllo di Siracusa, la qual cosa era risultata sgradita ad un'altra potenza espansionistica; Sparta. Dione e Filisto divennero dunque i due principali capi delle due opposte fazioni; l'una pretendente per la tirannide assoluta e l'altra per un governo più aperto. In questa situazione giunse, nel 366 a.C., per la sua seconda volta Platone nella rinomata città dei tiranni..
Dionisio II accolse la nave di Platone fino alla spiaggia; da lì fece salire il filosofo su un sontuoso carro trainato da quattro cavalli bianchi e lo portò al suo palazzo, nell'isola di Ortigia.. Con la presenza di Platone, la vita di corte si trasformò; Dionisio si mostrò educato, assennato, privo di lusso. Al punto tale che durante un solito rituale di sacrificio agli dei, interruppe il sacerdote che inneggiava alla prosperità della sua tirannide e gli disse «Cessa da tali imprecazioni».. Questa improvvisa trasformazione del giovane sovrano preoccupò gli oppositori di Dione, che vedevano in lui il colpevole di questo cambio politico che seriamente minacciava il futuro della tirannide. Filisto e i suoi sostenitori dunque si adoperarono per far comprendere a Dionisio quanto fosse pericoloso, non solo per lui, ma per la vita dell'intera Siracusa, una cessazione della tirannide a favore di una Repubblica filosofica; gli rammentarono che Siracusa «era stata sempre invincibile dai numerosissimi eserciti, ed ora sottomessa era da un sofista», il quale voleva che il tiranno rinunciasse al potere e al lusso solo per indurlo a togliersi dal trono, in modo da sostituirlo con una figlia di Dione ed Arete, anch'ella avente diritto alla corona, in quanto stretta parente di Dionisio I. Tali dubbi ebbero nel poco deciso Dionisio II l'effetto sperato dagli oppositori. Il colpo di grazia alla fiducia tra zio e nipote venne dato dall'intercettazione della lettera che Dione, in qualità di ambasciatore, aveva mandato ai magistrati di Cartagine, dicendo ad essi che per le trattative di pace con Siracusa dovevano rivolgersi esclusivamente a lui. Ovviamente i cospiratori contro Dione e Platone approfittarono di questa missiva diplomatica per far credere al giovane Dionisio che suo zio lo aveva tradito, Filisto gli disse che Dione aveva palesato già con i cartaginesi di voler prendere il suo posto sul trono della polis. Dionisio credette a pieno alle parole di Filisto, così decise di avere un colloquio con Dione. Lo portò in riva al mare, ai piedi dell'acropoli. Qui gli mostrò la lettera incriminata, lo accusò di collusione con i cartaginesi e lo esiliò da Siracusa, facendolo imbarcare e trasportare a forza verso l'Italia..
Il fatto scioccò la corte siracusana e il tiranno si affrettò quindi a tranquillizzare gli animi, dicendo che Dione non era stato esiliato ma solo allontanato temporaneamente. Gli fece inviare le sue ricchezze, i suoi servi e le rendite delle sue proprietà. Ma ciò nonostante rimase la preoccupazione. Il più rammaricato fra tutti fu l'ospite Platone, il quale vide allontanarsi insieme a Dione anche il suo sogno e speranza di poter fondare in Siracusa una Repubblica basata sugli insegnamenti della filosofia. Del resto, l'ateniese aveva già capito che Dione avrebbe avuto un ruolo importante nella vita della polis e nel suo progetto politico:
Platone vedendosi accusato dagli oppositori di Dione di essere complice e cospiratore per la destituzione del tiranno Dionisio II, preferì andar via da Siracusa e chiese allo stesso Dionisio II di poter lasciare la polis e tornare ad Atene. Il giovane tiranno sperava invece che Platone si dimenticasse in fretta dell'amico Dione e che restasse nella sua corte. Ma il filosofo non vedeva prospettive per rimanere, poiché vedeva sempre più in Dionisio II una dissolutezza che egli non avrebbe potuto cambiare. Non con poche insistenze, e con l'intercedere degli amici tarantini del filosofo, riuscì a lasciare Siracusa, promettendo però al tiranno che sarebbe tornato nella polis quando i siracusani avrebbero cessato la guerra contro Cartagine..
L'esilio di Dione Nel frattempo Dione si era ritrovato a vivere in Grecia, qui frequentò l'Accademia di Atene e strinse amicizia con Callippo e con Speusippo (nipote di Platone e suo futuro successore presso l'Accademia). Ma essendo Dione uno dei cittadini più influenti di Siracusa, la quale aveva rapporti diplomatici con le maggiori potenze egee, egli era visto come un importante interlocutore e preziosa fonte di cambio politico per tenere sotto controllo gli affari della polis siciliana; per questo motivo ottenne entrambe le cittadinanze sia di Atene che di Sparta, le quali, sapendo del malcontento che vi era a Siracusa sotto l'attuale tirannia di Dionisio II, evidentemente ritenevano opportuno dimostrare il loro appoggio per Dione, personaggio ben più popolare nonostante l'esilio forzato dalla sua terra natia..
Ma questa benevolenza (reale o di scopo) che i greci dimostravano per Dione, fece ingelosire ancora di più Dionisio II, il quale venuto a sapere dei favori che suo zio riceveva nella Grecia continentale, dichiarò allora che non si mandassero più le rendite a Dione, considerato adesso nemico ancora più pericoloso poiché godeva dell'appoggio di grandi metropoli..
Terzo viaggio di Platone a Siracusa