L'Heroon di Enea è un monumento funerario situato all'esterno della città antica di Lavinium, oggi Pratica di Mare, nel comune di Pomezia. È costituito da una sepoltura a tumulo del VII secolo a.C., di età orientalizzante, ristrutturata alla fine del IV secolo a.C. in forma di heroon, cioè di edificio destinato al culto di un eroe. Il monumento fu scavato da Paolo Sommella tra il 1968 e il 1972 e da lui identificato, su base topografica e testuale, con l'heroon che le fonti antiche ricollegavano alla scomparsa dell'eroe troiano Enea, divinizzato come Pater Indiges..

L'identificazione riguarda il monumento come luogo di culto, non la persona sepolta: gli studiosi concordano nel ritenere che nel tumulo non fosse deposto Enea, personaggio della tradizione mitica, bensì un aristocratico latino del VII secolo a.C., e che il collegamento con l'eroe troiano sia il risultato di un processo cultuale e ideologico posteriore.; .

Così descrive il monumento Dionigi di Alicarnasso, che lo vide in età augustea:

Inquadramento La leggenda che collega Enea a Lavinium appartiene a una tradizione distinta da quella, più antica e di matrice storiografica greca (a partire da Ellanico di Mitilene), che faceva di Enea il fondatore di Roma. Nella versione latina Enea è invece il fondatore di Lavinium, sposo di Lavinia figlia del re Latino, e viene assimilato al mitico progenitore Indiges, così da inserirsi nella linea genealogica di Romolo. Questa seconda versione risultava più funzionale alle élite locali, poiché valorizzava la fusione tra la stirpe troiana, di ascendenza divina, e quella dei re latini, senza far dipendere la fondazione di Roma dall'azione diretta di uno straniero..

La leggenda ebbe grande fortuna nella poesia latina di età augustea e imperiale, da Virgilio a Orazio, Ovidio e Lucano, e fu ampiamente utilizzata come strumento di legittimazione politica, in particolare dalla gens Iulia, che faceva risalire la propria origine a Enea attraverso Venere. In questo contesto i luoghi legati all'eroe, tra cui lheroon lavinate, mantennero nel tempo la funzione di mnemotopoi, mete di un «turismo culturale» documentato fino alla media età imperiale.; .

Storia degli scavi Il sito dell'antica Lavinium era stato riconosciuto già nel XVI secolo dall'antiquario Pirro Ligorio, ma l'esplorazione archeologica sistematica ebbe inizio solo nel 1955-1956, per iniziativa di Ferdinando Castagnoli e Lucos Cozza. Le indagini furono in seguito condotte per alcuni decenni dall'Istituto di Topografia dell'Università di Roma "La Sapienza"..

Il monumento fu individuato nel 1968 nel corso di uno scavo di pronto intervento, reso necessario da una profonda aratura che stava danneggiando gli strati archeologici intorno all'antico santuario dei Tredici Altari, nella zona della chiesetta di Santa Maria delle Vigne (La Madonnella), a meno di un chilometro a sud del borgo di Pratica di Mare. Lo scavo, condotto da Paolo Sommella fino al 1972, portò alla luce un complesso stratificato, posto a qualche decina di metri a est degli altari..

Descrizione Lo scavo rivelò un monumento composito: un tumulo di dimensioni modeste, di cui restava la porzione orientale dell'anello perimetrale in scheggioni di tufo, per un diametro ricostruibile di circa 17-18 metri. Il tumulo inglobava un doppio ambiente, uno rettangolare pavimentato e uno quadrangolare, dotato a nord-est di un falso ingresso monumentale con porta a due battenti in tufo litoide. La porta, ritrovata in posizione di caduta, doveva essere inserita nel corpo del tumulo; le ante, bloccate sul retro da un'armatura lignea di cui restano le impronte, erano decorate all'esterno con pannelli a listelli in rilievo e con un maniglione scolpito nel blocco di destra..

Secondo la descrizione di Karl Galinsky, il pronao misurava circa 5 × 2,5 metri e la cella quadrata circa 2 metri di lato, mentre l'anello di fondazione del tumulo aveva alla base un diametro di circa 20 metri. Il complesso cadde in disuso entro il III secolo d.C., quando all'interno del suo perimetro furono collocate tre nuove sepolture..

Le fasi del monumento Il complesso presenta tre fasi principali, che ne documentano l'evoluzione da sepoltura aristocratica a luogo di culto..

La tomba orientalizzante (secondo quarto del VII secolo a.C.) La fase più antica è una tomba a inumazione entro un cassone rettangolare (circa 2,50 × 1,60 m) formato da lastre di cappellaccio poste di coltello, centrato nel tumulo originario e coperto da lastroni, con un grande blocco sagomato a tre quarti di cerchio in corrispondenza della testa. La presenza di bucchero sottile e di un'oinochoe di tipo protocorinzio medio consente di datare il corredo al secondo quarto del VII secolo a.C. Gli oltre sessanta vasi e gli oggetti in argento, bronzo e ferro (fibule, un pettorale, armi, alari, spiedi, i resti di un carro) collocano la sepoltura nel novero delle tombe principesche dell'Orientalizzante medio del Lazio e dell'Etruria meridionale. All'interno del cassone si rinvennero pochi oggetti (un pettorale in bronzo, una fibula d'argento, un coltello, una spada ad antenne), mentre il grosso del corredo era collocato attorno alla cassa, in un gradino incavato nel terreno sabbioso.; .

La riapertura cultuale (metà del VI secolo a.C.) Un secondo intervento è documentato dalla deposizione, all'interno del cassone, di un'anfora vinaria etrusca arcaica, incassata nel fondo, e di un'oinochoe frammentata di bucchero pesante non anteriore alla metà del VI secolo a.C. A questa fase corrisponde una sorta di recupero rituale di parte del corredo dell'inumato, che Sommella interpreta come un momento espiatorio e cultuale, cronologicamente vicino alla costruzione dei primi altari del santuario contiguo, del quale il tumulo dovette entrare a far parte..

La monumentalizzazione (fine del IV secolo a.C.) Alla fine del IV secolo a.C. il tumulo fu ristrutturato con la costruzione di un piccolo edificio a cella quadrata e pronao, chiuso dalla falsa porta in tufo. I materiali votivi rinvenuti (vasi miniaturistici, statuine in terracotta) e i frammenti di crateri a vernice nera sovradipinti (Phantom Group) deposti sul fondo della tomba più antica qualificano lo scopo sacro dell'intervento e ne fissano la datazione. Diversi elementi di scavo (l'assenza di pavimento nella cella, l'inserimento accurato dello spigolo della cella nel cassone senza asportare gli ortostati) mostrano che si volle stabilire un contatto materiale e ideale tra il nuovo sacello e la tomba protostorica.; .

Sommella collega questa ristrutturazione al 338 a.C., anno in cui Roma rinnovò con i Laurentes un foedus dal significato soprattutto religioso, connesso al culto lavinate dei sacra principia populi Romani Quiritium nominisque Latini..

L'identificazione con Enea L'attribuzione del monumento a Enea si fonda su Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, I, 64, 4-5), secondo cui, dopo la battaglia contro Mezenzio presso il fiume Numico, il corpo di Enea non fu ritrovato e i Latini gli costruirono un heroon con l'iscrizione «del dio Padre Indigete che guida la corrente del fiume Numico», descrivendolo come un tumulo non grande circondato da alberi allineati. Sommella avanzò l'identificazione considerando la corrispondenza tra questa descrizione autoptica e il monumento scavato, insieme all'identificazione del Numico con il Fosso di Pratica proposta da Ferdinando Castagnoli.; .

La proposta suscitò consensi e obiezioni. T. J. Cornell osservò che le dimensioni del tumulo (circa 17-18 m) non corrisponderebbero al «non grande» di Dionigi e che la distanza dal Numico (alcune centinaia di metri) contrasterebbe con le fonti; Sommella replicò che «non grande» è una descrizione diretta e non una misura, e che l'ampiezza è comunque esigua rispetto ai principali tumuli etruschi. J. Poucet rilevò che l'iscrizione ricordata da Dionigi nomina Indiges, non Enea, sicché il monumento sarebbe l'heroon di Indiges-Numicus, identificato con Enea solo in età augustea e per via erudita; sia Sommella sia Castagnoli obiettarono che Indiges non è un semplice eroe locale ma un'antica divinità assimilata al Sole, per la quale non sarebbe pertinente la costruzione di un cenotafio in un antico tumulo.; .

Sommella accoglie tuttavia il rilievo terminologico di Poucet: l'espressione «tomba di Enea» è inesatta, mentre il titolo di heroon di Enea è giustificato dal testo dionisiano. Il monumento è quindi propriamente un cenotafio, una tomba commemorativa priva del corpo dell'eroe..

Su un piano più radicale, Ana Rodriguez-Mayorgas ha osservato che l'iscrizione riportata da Dionigi menziona Indiges e non Enea, e che la mancata esplicitazione di tale identificazione lascia supporre che essa non fosse ufficialmente riconosciuta a Lavinium ancora nel I secolo a.C.; la studiosa dubita perciò che l'evidenza archeologica lavinate possa provare un culto arcaico di Enea a cui i Romani avrebbero partecipato, notando come le fonti sui sacrifici compiuti a Lavinium dai magistrati romani menzionino i Penati e Vesta e mai Enea, con la sola eccezione di uno scoliaste tardoantico dellEneide..

Il monumento è stato al centro di un dibattito interpretativo. Andrea Carandini e Mario Torelli hanno proposto di retrodatare al VI secolo a.C. l'identificazione del sepolto con Enea, leggendo nella riapertura arcaica della tomba una deliberata «ricerca del corpo» del progenitore da parte dei Lavinati. Sommella ha respinto questa ricostruzione come una forzatura dei dati di scavo: a suo giudizio è archeologicamente plausibile una fase cultuale già alla metà del VI secolo a.C., ma è «impossibile dimostrare» che in quel momento il culto fosse rivolto a Enea anziché all'antica divinità locale di Indiges, con cui l'eroe fu identificato solo a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. Sommella contesta inoltre a Torelli l'interpretazione del grande blocco circolare rinvenuto nel cassone come séma solare simbolico, ritenendolo invece parte della copertura del sarcofago, franata all'interno dopo l'apertura del VI secolo..

La stessa interpretazione del blocco come séma solare fu criticata da Carmine Ampolo, che nella sua recensione al volume di Torelli la indicò come esempio estremo di un metodo che eleva a verità storiche una successione di ipotesi (obscura per obscuriora).. Il volume di Torelli ebbe un'accoglienza divisa nella critica.La recensione di Carmine Ampolo (The Classical Review, 1988) giudica il libro fondato su premesse errate, in particolare per l'assimilazione del calendario di Lavinium a quello di Roma, e indica l'interpretazione del blocco di copertura della tomba come séma solare quale «limite estremo» del metodo. Di segno opposto la recensione di Dominique Briquel (Gnomon, 1985), che apprezza l'originalità e la coerenza complessiva dell'opera, pur riconoscendo che diverse ipotesi sarebbero state discusse. Entrambe le recensioni riguardano l'impianto generale del volume, non specificamente lheroon (; ).

L'origine della leggenda Sulla storicità del personaggio la posizione della critica è netta. Secondo Castagnoli la leggenda di Enea nel Lazio è «un fatto del tutto artificiale», e il problema storico consiste nello stabilire l'età e le cause della sua creazione, non nel cercarvi un fondamento reale; la scarsità e sporadicità delle importazioni micenee nel territorio non offrono, a suo giudizio, alcuna prova a favore di un effettivo arrivo di genti egee..