Loffensiva di Pasqua, detta anche offensiva Nguyễn Huệ, fu una campagna militare intrapresa dalle forze armate del Vietnam del Nord e del Viet Cong ai danni del Vietnam del Sud tra il 30 marzo e il 22 ottobre 1972, nell'ambito dei più vasti eventi della guerra del Vietnam.

L'offensiva, il più grande attacco convenzionale mai scatenato dalle forze comuniste in Vietnam dall'inizio della guerra, vide lo schieramento di un gran numero di reparti dell'Esercito Popolare Vietnamita (Quân Đội Nhân Dân Việt Nam o EPV) appoggiati da carri armati e artiglieria pesante, un radicale cambiamento rispetto alle tattiche di guerriglia fino ad allora adottate; ciò nonostante, l'attacco non era propriamente inteso come azione decisiva per vincere la guerra, quanto come mossa per distruggere il maggior numero possibile di reparti dell'esercito sudvietnamita (Lục quân Việt Nam Cộng hòa o ESV), guadagnare il controllo di zone strategiche nel paese e mettere in crisi il governo di Saigon, tutti risultati che avrebbero consolidato la posizione negoziale di Hanoi nell'ambito dei colloqui di pace aperti con gli Stati Uniti d'America a Parigi.

L'alto comando statunitense aveva previsto una grande offensiva per l'anno 1972, ma rimase sorpreso dalla sua intensità e dal ricorso a tattiche convenzionali da parte degli attaccanti. Le forze dell'EPV attaccarono su tre fronti distinti: a nord investirono l'area del I Corpo d'armata sudvietnamita, responsabile delle province più settentrionali del Vietnam del Sud, penetrando attraverso la zona demilitarizzata vietnamita e catturando dopo aspri combattimenti la città di Quảng Trị, prima di essere bloccati davanti alla città di Huế più a sud; nella zona degli altopiani centrali del Vietnam, area del II Corpo sudvietnamita, i reparti nordvietnamiti provenienti dal Laos travolsero le difese di confine e investirono la capitale provinciale di Kon Tum, dove furono bloccati dalla dura resistenza dei sudvietnamiti; a sud infine, nella zona del III Corpo sudvietnamita, unità dell'EPV provenienti dalla Cambogia attaccarono la città di An Lộc, a nord-est della capitale Saigon, che divenne teatro di un lungo e sanguinoso assedio.

Dopo un periodo di stallo, tra giugno e luglio le forze dell'ESV contrattaccarono con decisione riconquistando parte del terreno perduto, azione culminata con la liberazione di Quảng Trị in settembre; su tutti e tre i fronti, gli attacchi delle forze comuniste furono ribattuti dal massiccio intervento delle forze aeree statunitensi e dall'impreparazione delle unità dell'EPV alle tattiche di guerra convenzionale, in particolare in materia di cooperazione tra fanteria e mezzi corazzati, che costarono agli attacchi dure perdite. Anche se le forze sudvietnamite resistettero alla prova più grande cui erano state sottoposte dall'inizio della guerra, il Vietnam del Nord aumentò l'estensione del territorio sotto il suo controllo diretto ottenendo zone da cui far ripartire gli attacchi in un prossimo futuro, cosa che gli consentì di aprire a posizioni più di compromesso in seno alle trattative di pace, culminate infine il 27 gennaio 1973 con la firma degli Accordi di pace di Parigi.

Antefatti I preparativi

Sulla scia della pesante sconfitta patita dalle forze sudvietnamite nel corso dell'operazione Lam Son 719 in Laos nel febbraio-marzo 1971, la dirigenza comunista di Hanoi iniziò una serie di discussioni circa una possibile offensiva contro il Vietnam del Sud durante la diciannovesima riunione plenaria del Comitato Centrale del Partito Comunista del Vietnam.. In dicembre, il Politburo nordvietnamita decise quindi di lanciare un attacco massiccio per l'inizio del 1972: quell'anno si sarebbero svolte le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e vi era l'allettante prospettiva di poterle influenzare, considerando anche il montante sentimento contro la guerra da parte della popolazione statunitense.. Con le forze da combattimento statunitensi ormai sul piede di ritirata dal Vietnam, le unità dell'esercito sudvietnamita (Lục quân Việt Nam Cộng hòa o ESV) erano distese fino al punto di rottura lungo i confini della nazione, lunghi più di 960 chilometri, e la loro pessima prova fornita durante la recente offensiva in Laos faceva promettere una facile vittoria per le truppe comuniste.

Questa decisione segnò la fine di una contesa politica che durava ormai da tre anni tra due fazioni interne al Politburo: quella raccolta attorno a Trường Chinh, presidente dell'Assemblea Nazionale, che sosteneva la necessità di continuare la dottrina maoista di una guerriglia a bassa intensità e la fazione del ministro della difesa Võ Nguyên Giáp, supportato anche dal segretario generale del partito Lê Duẩn, che spingeva invece per un'offensiva su larga scala secondo le tattiche convenzionali sovietiche.. Il precedente fallimento della grande offensiva del Têt nel 1968 aveva portato a un calo dell'influenza di Giap nel Politburo, ma la vittoria sulle forze sudvietnamite durante l'incursione laotiana aveva riportato in auge la strategia convenzionale del ministro della difesa. A Lê Duẩn fu data la responsabilità della pianificazione dell'operazione, ma Giap mantenne per sé l'organizzazione degli aspetti logistici e l'approvazione finale del piano; l'ufficiale incaricato della conduzione dell'offensiva fu il capo di stato maggiore dell'esercito popolare nordvietnamita (Quân Đội Nhân Dân Việt Nam o EPV) generale Văn Tiến Dũng.

Argomento centrale divenne dove e con quali forze scatenare l'attacco, e quali dovessero essere i suoi obiettivi. Il Vietnam del Nord aveva abitualmente usato le regioni di confine di Laos e Cambogia per lo spostamento di rifornimenti e truppe di rinforzo, aggirando la Zona demilitarizzata vietnamita che divideva in due il Vietnam; spostarsi attraverso la zona demilitarizzata avrebbe però consentito di accorciare le vie di comunicazione, permettendo alle forze comuniste di concentrarsi dove il nemico fosse stato più debole, di attaccarlo violentemente e di rendergli impossibile la ridistribuzione delle sue forze altrove. L'azione attraverso la zona demilitarizzata avrebbe permesso di attirate l'attenzione e le risorse dei sudvietnamiti a nord, mentre altri due attacchi venivano lanciati in contemporanea: uno dal Laos nella regione degli altopiani centrali, onde tagliare in due il Vietnam del Sud, e uno dalla Cambogia a sud verso l'area della capitale sudvietnamita Saigon.

Il piano dell'operazione ricevette un nome in codice ispirato alla storia del Vietnam. Nel 1773 i tre fratelli Tây Sơn (così chiamati dal loro luogo di origine) unificarono un Vietnam diviso da rivolte e guerre civili, e nel 1788 il più giovane dei fratelli, Nguyễn Huệ, respinse un'armata di invasori cinesi nelle vicinanze di Hanoi: all'operazione fu quindi dato l'appellativo di "offensiva Nguyễn Huệ".

La campagna avrebbe visto l'impiego di un massiccio contingente di truppe pari all'equivalente di 14 divisioni, ma una vittoria decisiva non era parte della strategia dei nordvietnamiti che avevano invece obiettivi più limitati: si contemplò la possibilità di distruggere o almeno infliggere gravi perdite alle unità dell'esercito sudvietnamita, come pure di causare la caduta del presidente del Vietnam del Sud Nguyễn Văn Thiệu e di convincere gli Stati Uniti dell'inutilità di continuare il loro sostegno al paese e di dimostrare il fallimento della politica di "vietnamizzazione" del conflitto; fu inoltre presa in considerazione la prospettiva di catturare un capoluogo regionale del Vietnam del Sud per farne una sede stabile per il Governo Provvisorio Rivoluzionario della Repubblica del Vietnam del Sud.. L'orientamento della leadership comunista fu ben illustrato in un articolo del giornale di partito del 1972: «Non importa se la guerra sarà prontamente conclusa o sarà prolungata... Entrambe sono opportunità di seminare i semi; tutto quello che dobbiamo fare è aspettare il tempo per il raccolto».

La dirigenza nordvietnamita rimase sconcertata dall'apprendere, nell'estate del 1971, che il presidente statunitense Richard Nixon avrebbe personalmente visitato la Repubblica Popolare di Cina nel corso di una missione diplomatica prevista per il maggio 1972. I cinesi placarono i sospetti dei loro alleati vietnamiti rassicurandoli che maggiori aiuti militari ed economici sarebbero stati loro forniti nel corso del 1972; percependo questa spaccatura, l'Unione Sovietica, ormai in aperto antagonismo con la Cina, promise prontamente al Vietnam del Nord "aiuti addizionali senza necessità di rimborso".. Questi accordi con cinesi e sovietici portarono al Vietnam del Nord una grande quantità di rifornimenti militari moderni, più che necessari per equipaggiare un esercito convenzionale: le forniture includevano 400 carri armati medi T-34, T-54 e Type 59 (copia cinese del T-54 sovietico) e 200 carri armati anfibi PT-76, centinaia di moderni missili terra-aria tra cui i modelli spalleggiabili e a ricerca di calore Strela 2 (SA-7 "Grail"), missili anticarro come i filoguidati Maljutka (AT-3 Sagger) e pezzi di artiglieria pesante a lungo raggio; per manovrare questa massa di nuove armi circa soldati nordvietnamiti ricevettero addestramento specialistico, per l'80% in Unione Sovietica o altri paesi dell'Europa orientale.

Il fallimento dell'intelligence Nel tardo 1971, le agenzie di intelligence statunitensi e sudvietnamite emisero stime contraddittorie sulle intenzioni future delle forze comuniste: un'offensiva era attesa, ma sul tempo, sul luogo e sull'intensità della stessa vi era molta confusione. L'ultima operazione offensiva su larga scala tentata dai comunisti, l'offensiva del Tet nel 1968, era stata condotta principalmente dalle forze guerrigliere del Viet Cong, che nell'azione erano state praticamente semidistrutte; senza il supporto di un'estesa rete guerrigliera all'interno del Vietnam del Sud, una nuova offensiva su larga scala dei regolari nordvietnamiti era ritenuta largamente improbabile. Anche l'idea di un attacco attraverso la zona demilitarizzata era ritenuta poco probabile: tutte le precedenti azioni offensive e di infiltrazione dei nordvietnamiti erano state portate avanti dal territorio laotiano o cambogiano, e un assalto condotto dalla zona demilitarizzata rappresentava una palese violazione degli accordi di Ginevra del 1954, da sempre irremovibilmente difesi dalla dirigenza del Vietnam del Nord.

In dicembre, l'intelligence degli alleati rilevò che le unità regolari nordvietnamite distaccate in supporto dei Khmer rossi all'interno della Cambogia stavano iniziando a riportarsi verso le zone di confine; sia in Cambogia che in Laos fu inoltre rilevato un inusuale incremento delle attività di infiltrazione dei nordvietnamiti, come pure un notevole aumento del reclutamento militare all'interno dello stesso Vietnam del Nord. Nel gennaio 1972, ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense ragguagliarono il segretario alla difesa Melvin Laird, sostenendo che un'offensiva comunista avrebbe preso piede dopo il periodo di festività del capodanno lunare vietnamita (Tết Nguyên Ðán o Tết) e che essa avrebbe visto l'impiego di una grossa forza corazzata.; Laird non rimase molto convinto, e in un discorso al Congresso degli Stati Uniti d'America nel tardo gennaio definì come "non seriamente possibile" l'idea di un'offensiva su larga scala dei comunisti in Vietnam..