Nel giugno 1992 la rivista Panorama pubblicò una lettera di Norberto Bobbio, inviata nel 1935 dall'allora venticinquenne libero docente, a Benito Mussolini. La pubblicazione diede l'avvio a una polemica, protrattasi negli anni successivi, riguardante i rapporti tra il filosofo torinese e il regime fascista.
Contesto Bobbio fu arrestato il 15 maggio 1935 durante una retata avvenuta in seguito alla delazione di Dino Segre, che coinvolse alcuni degli esponenti principali dell'antifascismo torinese. Fra gli arrestati, oltre a Bobbio, vi furono Franco Antonicelli, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Michele Giua, Carlo Levi, Piero Martinetti, Massimo Mila, Augusto Monti, Cesare Pavese e Zino ZiniLuigi Sturzo, Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York: carteggio, 1929-1945, Nota 112, p.72, Rubbettino Editore, 2003.
Bobbio rimase in carcere una settimana in attesa di essere interrogato, e fu scarcerato subito dopo l'interrogatorio. L'8 luglio 1935, Bobbio ricevette una lettera con cui lo si informava di essere oggetto di una procedura di «ammonizione», con l'accusa di aver svolto attività antifasciste assieme ad esponenti del gruppo Giustizia e Libertà, e gli si intimava di presentarsi di lì a pochi giorni in Prefettura per «presentare le [sue] discolpe». Lo stesso giorno Bobbio scrisse a Mussolini chiedendo a quest'ultimo di sollevarlo dal peso di un'accusa «ingiustificata».
Il testo della lettera Questo il testo della lettera di Bobbio a Mussolini:
Il dibattito successivo alla pubblicazione Interventi di Bobbio La lettera, pubblicata su Panorama del 21 giugno 1992 (ma la pubblicazione era stata preceduta da anticipazioni che la rivista aveva inviato ai giornali quotidiani), fu accompagnata da un'intervista a Bobbio a cura di Giorgio Fabre, nella quale Bobbio dichiarò fra l'altro: «Chi ha vissuto l'esperienza dello Stato di dittatura sa che è uno Stato diverso da tutti gli altri. E anche questa mia lettera, che adesso mi pare vergognosa, lo dimostra. [...] La dittatura corrompe l'animo delle persone. Costringe all'ipocrisia, alla menzogna, al servilismo. E questa è una lettera servile. [...] Per salvarsi, in uno Stato di dittatura, occorrono delle anime forti, generose e coraggiose, e io riconosco che allora con questa lettera non lo sono stato».
In un'intervista a la Repubblica del 16 giugno 1992, l'ormai anziano filosofo dichiarò di essere profondamente pentito per quella lettera al duce, il cui testo definì «orrendo», e aggiunse che egli non riteneva che tale «pentimento bast[asse] ad annullare la colpa». Bobbio spiegò che, all'epoca della lettera, l'accusa di attività antifascista gli parve «una deformazione della verità» e lo indusse «ad esagerare i [suoi] trascorsi nel Guf». Concluse Bobbio: «Io non giustifico niente. Si tratta di un atto solo mio, e me ne vergogno. Esso dimostra, semmai, che un regime di polizia, qual era il fascismo, non somiglia in niente a uno Stato democratico, sia pure sgangherato, qual è oggi il nostro. Non esistevano, a quel tempo, istanze intermedie fra il Capo e il cittadino. Chi cercava giustizia, doveva rivolgersi al vertice. È come se ora un italiano, per sottrarsi a una montatura giudiziaria, dovesse prendere penna e carta e invocare l'intervento del Quirinale...».
Bobbio confermò il proprio giudizio severo verso se stesso in una lettera diretta a Danilo Zolo in data 7 luglio 1992 e pubblicata postuma. Scrive Bobbio: «...quella storia l'avevo in parte raccontata, salvo la maledetta lettera, che avevo completamente rimossa... nessuno l'aveva mai notata (anche perché la "Nuova Antologia" non è "Panorama")». Bobbio ricorda che in quegli anni la dittatura fascista era durissima con gli oppositori e che lo stesso Foa si era preso otto anni di carcere per aver semplicemente distribuito dei manifestini. Il filosofo afferma che ormai nel 1935 egli non si considerava più fascista ma (e questo, sostiene Bobbio, è molto difficile farlo capire ai giovani d'oggi) «...occorreva fare dei compromessi per sopravvivere, per non dover rinunciare al proprio lavoro, o andare a finire in prigione o al confino».
Il politologo torinese aggiunge che tanti come lui avevano fatto quei compromessi col regime fascista «ma i miei, per quello che è avvenuto dopo, appaiono naturalmente più gravi... Non voglio aver l'aria di mendicare giustificazioni. Ci sono stati pur coloro che non hanno fatto compromessi». Bobbio quindi non si autoassolve. Anzi, egli cercò in ogni modo di «...impedire o almeno frenare i miei difensori» che gli esprimevano la loro solidarietà quando l'articolo di Panorama pubblicò la sua lettera. Visto inutile ogni tentativo, afferma Bobbio, «...mi sono deciso all'ultimo momento a scrivere quel breve articolo su La Stampa, in cui mi prendevo tutte le responsabilità»Lettera di Norberto Bobbio a Danilo Zolo, pubblicata postuma in: Danilo Zolo, L'alito della libertà, Feltrinelli, Milano 2008..
Altri interventi Il numero della Repubblica del 16 giugno 1992 ospitò vari interventi di storici e intellettuali a commento della pubblicazione della lettera di Bobbio.
Eugenio Garin giustifica la lettera, definendola «di tono molto giovanile» e osservando che, a quell'epoca, specie «fra i giovani [...] chi aveva scelto di restare in Italia, doveva accettare tutte le conseguenze di questa scelta. Anche se nell'intimo era contrario al regime, anche se partecipava in forme clandestine a dei tentativi di abbatterlo, doveva tenere un comportamento esteriore che gli consentisse di continuare ad esercitare la propria attività. [...] Era il tentativo di legittima difesa, l'unico margine che ti lasciava un'impresa irta di difficoltà quotidiane, com'è quella di vivere sotto una dittatura. Se non hai optato per l'esilio, devi operare in una situazione obiettivamente ambigua. Devi mentire, metterti la maschera». Garin critica duramente l'iniziativa di Panorama di pubblicare la lettera. «Iniziative di questo tipo mi fanno un'impressione penosa. La stessa che provo quando leggo che, secondo i neonazisti, l'Olocausto non c'è stato e i campi di sterminio sono una pura invenzione. Si tratta di operazioni che in qualche modo sono parenti, e che consistono nel chiudere gli occhi di fronte alla storia. Nel nostro caso, nel negare che in Italia ci sia stata, a quel tempo, una dittatura, con tutte le sue dure e strane leggi».
Per Gaetano Arfé, la pubblicazione della lettera «non in un saggio biografico ma a scopo sensazionalistico offende l'etica dello storico. Un episodio di debolezza verso il regime non appanna in alcun modo una biografia improntata a valori di moralità. Mi chiedo: che senso ha ricordare oggi un cedimento di Bobbio? Non mi sembra operazione lodevole, e s'inquadra nel tentativo di livellare tutti su uno stesso piano, smarrendo quelle distinzioni che è invece bene non smarrire».
Luciano Canfora, dopo aver posto l'accento sul concetto che la dittatura corrompe, delinea il dilemma etico in cui si trovarono alcuni intellettuali antifascisti, posti di fronte alla scelta fra accettare dei compromessi con il regime pur di «conquistare una cattedra universitaria», oppure rinunciare alla cattedra lasciando però in questo modo più spazio ai professori fascisti.
Giovanni De Luna afferma che la lettera pubblicata su Panorama in realtà non rivela alcunché: infatti - sostiene De Luna - Bobbio aveva già parlato dei suoi rapporti col regime fascista in una intervista pubblicata pochi anni prima sul periodico Nuova Antologia. De Luna cita alcuni passi di tale intervista, in cui Bobbio tra l'altro affermava «di non aver mai sentito come una contraddizione l'aver conservato la tessera, pur non essendo mai stato in coscienza un fascista», e di aver praticato assieme ad altri «quel comportamento che veniva chiamato nicodemismo, per cui avere la tessera era un obbligo esterno, non in coscienza». In un altro intervento, uscito lo stesso giorno su l'Unità, De Luna suggerisce che la pubblicazione della lettera di Bobbio possa essere letta «all'interno di un disegno politico che punta a delegittimare la prima Repubblica nel suo DNA costitutivo, ereditato dall'antifascismo»Giovanni De Luna, Quella caduta di Bobbio, "l'Unità", 16 giugno 1992; citato in .
Vittorio Foa, dopo essersi detto «disgustato» dalla pubblicazione della lettera, asserisce di vedere in essa «soltanto un rito procedurale per evitare l'ammonizione, provvedimento che avrebbe implicato una grave limitazione alla sua [di Bobbio] libertà di lavoro e di movimento». In una lunga intervista pubblicata su La Stampa del 16 giugno 1992, Foa espone in forma più ampia la sua opinione sull'episodio, sostenendo fra l'altro che la lettera di Bobbio «è, da ogni punto di vista, politico o morale, assolutamente irrilevante. L'ammonizione era una violenza nei suoi confronti, era una misura amministrativa che poneva limiti alla libertà personale e alla capacità di viaggiare e lavorare. Era una violenza dalla quale Bobbio aveva il diritto di difendersi: io mi sento di parlare di legittima difesa. [...] Questa lettera va letta come un ricorso nei confronti di un provvedimento amministrativo». Foa critica duramente l'iniziativa di Panorama definendola «una forma di denigrazione nei confronti di un uomo la cui vita, tutta la vita, merita ammirazione e rispetto. È un'aggressione, una violenza che ci offende»Alberto Papuzzi, Bobbio – il diritto di difendersi, intervista a Vittorio Foa, “La Stampa”, 16 giugno 1992, pag. 15..
Nicola Tranfaglia sottolinea la carenza di contestualizzazione storica che rende, a suo dire, censurabile dal punto di vista storiografico l'operazione del settimanale Panorama. «Nessuno di noi, e tanto meno chi si occupa della tormentata storia del fascismo e dell'antifascismo, ritiene che certi documenti debbano restare segreti o non pubblicati. Al contrario io penso che la verità si serve ricostruendo con tutti i documenti disponibili che cosa e come avvenne. Ma perché questo accada e il lettore possa rendersi conto davvero di quello che è stato il passato, bisognerebbe che anche i giornalisti che frequentano, a volte magari di sfuggita o con un po' di superficialità, gli archivi non si prestassero a pubblicarli isolati dal loro contesto, come se fossero un unicum quando sono invece parte di un mosaico complesso che va ricostruito e interpretato, e al servizio di un'attualità politica che dà ad essi un senso tutto particolare e sembra proiettare le ombre di una lotta politica in corso, aspra e spietata, su un periodo ormai concluso e, vorrei dire, per fortuna superato».
La Stampa del 16 giugno 1992 propose una serie di interviste circa l'opportunità dell'iniziativa di Panorama di pubblicare la lettera. Oltre alla testimonianza dell'allora direttore del settimanale, Andrea Monti, si espressero in senso favorevole alla pubblicazione Giulio Anselmi, Lucio Colletti, Vittorio Feltri e Vittorio Messori, mentre varie critiche all'iniziativa furono espresse da Corrado Augias, Andrea Barbato, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa e Gianni Vattimo. Lo storico Furio Diaz, dichiarando di non voler giudicare l'operazione editoriale di Panorama, vide nella lettera di Bobbio una «conferma delle atrocità dei tempi e del male che possono fare ad anime integerrime»Notizia o cattiva azione?, interviste a cura di Marco Neirotti e Piero Soria, "La Stampa", 16 giugno 1992, pag. 16..