Operazione Deny Flight (in lingua inglese, letteralmente, "negare il volo") era il nome in codice dell'operazione militare lanciata dall'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (NATO) il 12 aprile 1993 in attuazione della risoluzione 816 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la quale istituiva una zona d'interdizione al volo estesa sull'intero spazio aereo della Bosnia ed Erzegovina in quel momento sconvolta da un sanguinoso conflitto. Il mandato della missione NATO, inizialmente comprendente solo il blocco dei voli militari non autorizzati sui cieli della Bosnia ed Erzegovina, fu poi ampliato con la risoluzione 836 del 4 giugno 1993: i velivoli dell'alleanza atlantica furono autorizzati a condurre raid armati contro obiettivi al suolo onde fornire protezione alle unità della missione dei caschi blu in Bosnia (UNPROFOR), in particolare nelle sei "zone di sicurezza" istituite attorno ad altrettante città assediate dalle forze dei serbo-bosniaci (Sarajevo, Srebrenica, Žepa, Goražde, Tuzla e Bihać).

Nei mesi successivi i velivoli NATO furono varie volte chiamati a sostegno dei caschi blu alle prese con attacchi e bombardamenti delle forze serbo-bosniache, ma il sistema di approvazione dei raid aerei si dimostrò molto complesso e spesso inefficiente, gravato come era dai profondi contrasti politici tra i vari organismi coinvolti: se gli ambienti NATO ritenevano gli attacchi aerei un ottimo strumento di deterrenza nei confronti dei belligeranti, i comandi ONU nella regione erano invece molto restii a impiegarli, non volendo compromettere il ruolo di stretta neutralità dell'UNPROFOR ritenuto necessario per poter proseguire i negoziati per un cessate il fuoco tra le parti in conflitto. Inoltre, la stessa NATO si ritrovò spaccata tra la linea degli Stati Uniti d'America e quella dei principali alleati europei, Francia e Regno Unito su tutti: i primi sostenevano un atteggiamento di fermezza verso i serbo-bosniaci comprendente il pieno ricorso ai bombardamenti aerei, ma erano contrari a coinvolgere nel conflitto le loro truppe da combattimento terrestri; i secondi, tra i principali contribuenti della missione UNPROFOR, temevano invece le azioni di ritorsione ai raid aerei che i serbo-bosniaci avrebbero potuto mettere in atto contro i caschi blu sul terreno e puntavano tutto sulla strategia negoziale.

Benché relativamente efficace nell'impedire l'impiego di aerei da combattimento da parte dei belligeranti, l'operazione Deny Flight fallì sostanzialmente nel suo compito di garantire la protezione delle "zone di sicurezza" dell'ONU, cosa resa palese nel luglio 1995 con i fatti del genocidio di Srebrenica; l'eco degli eventi di Srebrenica portò quindi a una completa rivisitazione delle regole di ingaggio della NATO in Bosnia ed Erzegovina, spingendo per un impiego molto più pesante dei raid aerei. Il 30 agosto 1995, dopo i fatti del secondo massacro di Markale a Sarajevo, la NATO poté quindi lanciare l'operazione Deliberate Force ai danni dei serbo-bosniaci: una massiccia campagna di bombardamenti, protrattasi fino al 14 settembre, colpì duramente l'apparato militare della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, dando un notevole contributo alla stipula di un armistizio generale il 12 ottobre e alla firma degli accordi di pace di Dayton il 14 dicembre.

L'operazione Deny Flight fu ufficialmente terminata il 20 dicembre 1995, con l'avvio dello spiegamento della Implementation Force in Bosnia ed Erzegovina.

Antefatti Le guerre jugoslave

Nel 1992 le ostilità nella ormai ex Jugoslavia erano in pieno svolgimento: gli scontri in Croazia, iniziati ancor prima della proclamazione d'indipendenza del Paese stesso dalla Jugoslavia il 25 giugno 1991, erano degenerati in una sanguinosa guerra tra la comunità croata e la locale minoranza dei serbi che, attivamente sostenuta dall'Armata Popolare Jugoslava, aveva istituito l'entità autonoma della Repubblica Serba di Krajina.; il 4 gennaio 1992 la comunità internazionale riuscì a negoziare un precario cessate il fuoco che consentì lo spiegamento in Croazia di una missione di pace delle Nazioni Unite (United Nations Protection Force o UNPROFOR), autorizzata il 21 febbraio 1992 con la risoluzione 743 del Consiglio di sicurezza e incaricata di «crear[e] le condizioni di pace e di sicurezza necessarie per raggiungere una soluzione generale della crisi jugoslava»: con quartier generale a Sarajevo (poi spostato a Zagabria), la missione ebbe inizialmente in organico 14 000 uomini tra militari dei caschi blu e personale civile..

La presenza delle forze ONU non impedì l'ulteriore degenerare della crisi jugoslava quando il 1º marzo 1992 la Bosnia ed Erzegovina dichiarò l'indipendenza dalla Jugoslavia: la composizione etnica del Paese vedeva tre comunità principali, i bosniaci musulmani o bosgnacchi, i serbo-bosniaci e i croato-bosniaci, irregolarmente frammentate e sparse a piccoli gruppi sul territorio, cosa che rendeva impossibile tracciare frontiere nette tra un gruppo e l'altro.. Dotati di ampi rifornimenti di armi pesanti cedute loro dalla ormai disciolta Armata Popolare Jugoslava e sostenuti economicamente e con l'invio di reparti di volontari dalla Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević, i serbo-bosniaci furono ben presto in grado di tenere a bada le forze musulmane e croate, superiori in numero ma scarsamente equipaggiate, e occupare ampie zone di territorio, proclamando l'istituzione di una Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina sotto la presidenza di Radovan Karadžić e stringendo d'assedio la capitale Sarajevo; la guerra in Bosnia ed Erzegovina degenerò in un sanguinoso conflitto tra le tre etnie l'una contro le altre, con massacri ed episodi di pulizia etnica ai danni di tutte le comunità.. L'estensione del mandato della missione UNPROFOR anche alla Bosnia ed Erzegovina, con il compito di garantire la distribuzione degli aiuti umanitari e la protezione della popolazione civile, e il progressivo incremento del suo organico (al 1995 arrivato a 45 000 uomini di trentanove nazioni diverse) non impedirono il progredire della guerra.

La NATO nei Balcani

Il primo coinvolgimento della NATO nella crisi jugoslava si ebbe nel luglio del 1992, quando l'alleanza varò l'operazione Maritime Monitor: in attuazione della risoluzione 757 del Consiglio di sicurezza, istitutiva di un embargo totale ai danni della Repubblica Federale di Jugoslavia per il suo ruolo nel conflitto, la NATO dislocò nel mare Adriatico unità navali del Standing NATO Maritime Group 2 affinché pattugliassero le acque davanti al Montenegro e garantissero il rispetto dell'embargo, tanto quello imposto dalla risoluzione 757 quanto il precedente istituito dalla risoluzione 713 del settembre 1991 sul traffico di armi verso la ex Jugoslavia, mai concretamente fatto rispettare.; in appoggio alle unità navali furono inoltre inviati degli aerei AWACS Boeing E-3 Sentry con il compito di garantire il pattugliamento radar della regione..

Nel tentativo di limitare l'intensità del conflitto, il 9 ottobre 1992 il Consiglio di sicurezza istituì con la risoluzione 781 una zona d'interdizione al volo estesa su tutta la Bosnia ed Erzegovina, vietando il sorvolo del Paese a tutti i velivoli militari che non fossero impegnati in appoggio alla missione UNPROFOR; la misura colpiva in particolare i serbo-bosniaci, gli unici a essere dotati di una consistente flotta aerea militare, i quali tuttavia dimostrarono di non tenere in alcun conto la risoluzione: il 10 ottobre aerei serbi attaccarono con bombe a frammentazione e al napalm le città di Gradačac e Brčko.. Per dare più effettività alla decisione presa dal Consiglio di sicurezza, il 15 ottobre la NATO ordinò agli aerei-radar E-3 assegnati all'operazione Maritime Monitor di iniziare a monitorare i cieli della Bosnia ed Erzegovina, varando poi il giorno seguente un'apposita missione (operazione Sky Monitor) e aggiungendo poi, a partire dal 31 ottobre, agli aerei in volo sull'Adriatico altri E-3 che operavano dallo spazio aereo dell'Ungheria, primo caso di cooperazione militare tra l'alleanza atlantica e un Paese dell'ex Patto di Varsavia.. In aggiunta, il 16 novembre il Consiglio di sicurezza approvò una nuova risoluzione, la 787, per inasprire ulteriormente le sanzioni economiche contro la Jugoslavia: in conformità a queste disposizioni la NATO varò l'operazione Maritime Guard, autorizzando le sue unità navali in Adriatico non solo a monitorare le navi dirette nei porti del Montenegro ma anche a fermarle e ispezionarle..

Le regole d'ingaggio per i velivoli assegnati a Sky Monitor erano severe: visto che l'operazione doveva solo monitorare l'applicazione della zona d'interdizione al volo e non implementarla essa stessa, i velivoli dell'alleanza erano autorizzati a ricorrere alla forza solo per autodifesa. Senza alcuna entità incaricata di garantire con la forza il rispetto della risoluzione 781, essa fu ben presto apertamente violata da tutte le parti in conflitto: nei successivi sei mesi dalla sua istituzione, gli aerei della NATO rilevarono più di 500 violazioni della zona d'interdizione (nell'80% dei casi da parte di velivoli serbo-bosniaci), anche se prevalentemente operate da elicotteri impegnati in missioni di trasporto truppe. Il conflitto non accennava intanto a diminuire: il piano di pace proposto dall'inviato delle Nazioni Unite Cyrus Vance e da quello della Comunità europea David Owen non riuscì a incontrare l'approvazione delle parti in guerra, mentre nel gennaio 1993 pesanti combattimenti presero vita nella Bosnia orientale portando all'assedio da parte dei serbo-bosniaci di una serie di enclavi tenute dai musulmani, tra cui Srebrenica, Žepa e Goražde. I primi mesi del 1993 segnarono anche un mutamento della politica degli Stati Uniti d'America verso il conflitto jugoslavo: se il presidente George H. W. Bush, in questo spalleggiato dai vertici militari del Pentagono, era più che riluttante a farsi trascinare in una complicata crisi in una zona estranea agli interessi strategici nazionali, la nuova amministrazione di Bill Clinton, al governo dal 20 gennaio 1993, dimostrò un maggiore interesse per la questione e, pur ribadendo la contrarietà a impegnare forze di terra statunitensi, decise di assumere un ruolo più attivo.; il 23 febbraio Clinton ordinò il lancio dell'operazione Provide Promise, e aerei da trasporto statunitensi iniziarono a paracadutare viveri e aiuti umanitari nelle enclavi musulmane assediate..

Le palesi violazioni della zona d'interdizione aerea e il ruolo più attivo assunto nella crisi dagli Stati Uniti spinsero le Nazioni Unite ad adottare misure più dure: il 31 marzo 1993 il Consiglio di sicurezza varò la risoluzione 816 con cui, oltre a ribadire l'istituzione della zona d'interdizione, si autorizzava l'impiego di «tutte le misure necessarie» perché essa fosse fatta effettivamente rispettare. In ottemperanza a questa risoluzione, il 12 aprile seguente la NATO varò l'operazione Deny Flight..

L'operazione Regole d'ingaggio