La storia dell'assistenza e delle relative istituzioni nella città di Vicenza racconta un aspetto importante della vita cittadina. L'assistenza in campo sanitario e sociale - agli ammalati, ai fanciulli abbandonati, alle donne in difficoltà, agli emarginati, agli anziani - ha infatti riguardato sempre larghe fasce di popolazione, che sono state aiutate e nello stesso tempo controllate dall'autorità civile; l'assistenza, intesa come carità, è anche stata una delle più significative espressioni della vita religiosa locale.
Può essere meglio compresa se messa in relazione ai bisogni della popolazione, derivanti da epidemie e povertà, pregiudizi sociali, mutamenti economici e guerre che hanno interessato VicenzaErmenegildo Reato, Carità e assistenza in sette secoli di storia vicentina, in ..
Il Medioevo è contrassegnato dalla continua instabilità politica e sociale e dalla violenza tra persone, famiglie e signorie; la sensibilità verso i deboli è molto ridotta e solo piccoli gruppi di laici o di religiosi esercitano la carità. Alla fine del periodo nascono i più antichi ospedali cittadini per l'accoglienza dei poveri e dei malati di ogni età, gestiti dalle fraglie dei Battuti.
L'età della Serenissima vede invece una forte stabilità sociale, dovuta all'alleanza tra l'amministrazione civile e religiosa veneziana e l'aristocrazia vicentina, cui vengono garantiti i diritti sul contado. È un'epoca segnata dalle ricorrenti carestie e dalle epidemie di peste che, iniziate nel 1348, cesseranno solo con il 1632; con il XVI secolo le strutture assistenziali cominciano a specializzarsi e la municipalità se ne fa sempre maggior carico.
Agli inizi dell'Ottocento, con la soppressione delle confraternite e degli ordini religiosi, i cambiamenti politici obbligano a una totale riorganizzazione dell'assistenza. Restano un'elevata mortalità e una larga diffusione delle malattie infettive che, accompagnandosi alla miseria delle classi popolari, manterranno questa situazione fino alla fine della prima guerra mondiale
La situazione epidemiologica e sociale, insieme con la speranza di vita, cambia radicalmente a partire dagli anni venti del Novecento; ad essa corrispondono la nascita e lo sviluppo di una molteplicità di istituzioni socio-sanitarie, sempre più specializzate e dotate di personale ad esse dedicato.
Medioevo L'Alto medioevo
Nulla si conosce di quali fossero le forme di assistenza ai bisognosi durante l'Alto Medioevo, periodo del quale non si ha se non una scarsissima documentazione, almeno per quanto riguarda la storia locale, e in ogni caso non relativa a questo argomento. Da quanto ci è stato tramandato relativamente alla vita e all'impegno dei monaci benedettini, si può immaginare che nelle abbazie situate al di fuori delle mura della città - nel caso di Vicenza si tratta dei monasteri maschili dei Santi Felice e Fortunato e relative dipendenze, di San Vito e di San Silvestro, e di quello femminile di San Pietro - si praticasse l'ospitalità, rivolta a quei pochi viandanti o pellegrini che si spostavano da una città all'altra.
In un tempo in cui violenza, soprusi e sopraffazione costituivano la normalità della vita, probabilmente i monasteri servivano anche da rifugio, occasionale o permanente, per chi era seriamente minacciato o fuggiva in cerca della propria libertà.
Il XII secolo
Nel XII secolo viene elaborato e poi messo in pratica il concetto cristiano della domus hospitalis - da cui deriveranno poi i termini di ospitale e ospedale - come quello di un luogo in cui una comunità vive e, in nome di Dio - il nome degli antichi ospedali francesi era Hôtel-Dieu - mette a disposizione una parte della propria abitazione per i pauperes Christi, i poveri di Cristo.
Verso la fine del secolo - quasi ai margini della Chiesa ufficiale, a quel tempo più preoccupata di conservare il potere e il patrimonio che a poco a poco veniva eroso - sul territorio vicentino sorsero delle fraternità di laici che praticavano la vita comunitaria, si mantenevano con il loro lavoro e spesso gestivano degli xenodochi o dei piccoli ospitali. Per realizzare questo scopo, essi richiedevano e ottenevano in concessione cappelle ed edifici abbandonati dai monaci benedettini quando questi, rimasti in pochi, ritornavano ad abitare nell'abbazia madre di San Felice..
In una pergamena c'è la conferma da parte del vescovo Lotario di una concessione emanata il 4 gennaio 1123 dal vescovo Enricus a un certo Beltrame per la costituzione di un ospedale in capo al ponte di Nonto, sulla via Postumia in direzione di Verona, a servizio di poveri e benestanti. Verso la fine del secolo il vescovo Pistore concesse alla comunità di laici la chiesa di San Nicolò di Nonto (oggi Olmo di Creazzo), abbandonata dal clero perché rendeva troppo poco.
L'altro più antico ospitale di cui si abbia documentazione è quello di San Salvatore, presso Lisiera, dove nel 1134 viveva una comunità di fratres et conversi, dedicandosi all'assistenza dei pellegrini che transitavano sulla via Postumia.; nel 1134 l'abate di S. Felice investe Olberto Viviani per i fratres et conversi hospitalis de Lyseria, cioè dell'ospedale di S. Bartolomeo sorto in quella zona successivamente e tuttora indicata come Ospedaletto. La presenza dell'ospedale è confermata il 24 febbraio 1181. La chiesetta di S. Bartolomeo fu in seguito annessa al monastero benedettino di S. Vito e Lucia. Non è più nominato nel XIV e XV secolo.
È da notare che entrambi questi due primi ospedali sorsero sulla via Postumia, uno in direzione ovest, cioè Verona, e l'altro in direzione nord-est, cioè Cittadella-Treviso. Entrambi erano inoltre posizionati a circa 5 chilometri dalla città, in modo da permettere un controllo dei viandanti prima dell'entrata in città. In genere consentivano l'ospitalità gratuita ai pellegrini per uno o due giorni.
Si sa poi di un'altra fraternità di laici sposati, dediti alla vita in comune, alla povertà e alla penitenza presso la chiesa di San Desiderio (nei pressi di Sant'Agostino) e, intorno agli anni novanta del Duecento, di una comunità che gestiva un ospitale presso la chiesa di San Biagio Vecchio, in un luogo ancora denominato via Cappuccini, fuori Porta Santa Croce..
A pochi anni dalla loro costituzione, però, alcune di queste comunità di laici furono sciolte, perché considerate pericolose per l'ortodossia: era l'epoca dei movimenti pauperistici spesso sfociati in forme di opposizione alla Chiesa, che li condannò come eretici. Altre furono criticate per lo stile di vita e per sopravvivere dovettero accettare di essere regolarizzate, cioè dovettero accettare l'imposizione di una regola ben precisa, approvata dalla Chiesa, che comportava in particolare la netta separazione tra uomini e donne.
Continuò ad esistere, ad esempio, una comunità di Umiliati, che nella primavera del 1190 si era insediata in Borgo Berga poco fuori della cinta altomedievale.. Un'altra iniziativa assistenziale fu quella creata verso la metà del secoloIl primo documento è del 1176 dai Crociferi, una comunità formata prevalentemente da laici, anche sposati, insediatasi fuori Porta Nova nel luogo in cui si trova la chiesa di Santa Croce - e consacrata all'accoglienza e al servizio dei poveri.Giampietro Pacini, in ..
Dal XIII al XIV secolo
Con il Duecento cambiarono, e di molto, le condizioni della vita sociale e religiosa all'interno della città e nel suburbio.
Come era avvenuto in tutta Europa, anche a Vicenza la popolazione era notevolmente aumentata di numero e si era espansa, da una parte sul territorio dove si erano costituite nuove comunità rurali, dall'altra intorno alla città dove, fuori le mura, erano nati i nuovi borghi. Era grandemente aumentata anche la mobilità delle persone: mercanti, poveri in cerca di nuove possibilità, studenti, pellegrini che percorrevano cammini devozionali, tutti si muovevano molto più di prima. Era cambiata l'economia, passata da quella del baratto a quella monetaria, e ciò aveva comportato nuovi rapporti di forza tra ceti sociali e nuovi squilibri, con differenze sempre più accentuate tra chi era stato in grado di accumulare e le masse dei nuovi poveri.
Contemporaneamente si modificarono anche il sentimento religioso e le forme devozionali. Alla fine del secolo precedente i movimenti pauperistici avevano proposto una fede più interiore e più vicina alla semplicità evangelica; i tentativi di riforma della Chiesa avevano cercato di rinnovare la moralità del clero e dei laici; i nuovi ordini mendicanti - domenicani e francescani in particolare - che si erano insediati all'interno delle città a differenza dei monaci che ne erano rimasti fuori, attraverso una vigorosa predicazione proponevano una nuova spiritualità e nuove forme devozionali e di vita comunitaria.
La nuova spiritualità non chiedeva di estraniarsi dal mondo o di rifiutarlo, ma di accettarlo anche nella sua struttura e nelle sue forme, perché tutto veniva da Dio: le autorità religiose e quelle civili, i ceti e le differenze sociali, le sventure anche gravi, come le epidemie e le carestie, considerate avvertimenti o punizioni celesti. L'importante era accettare questo mondo e vivere in esso praticando le virtù cristiane, in particolare la carità, permeando di spirito cristiano anche l'attività economica e professionale.
Una delle forme più comuni per vivere questo nuovo spirito fu quello di iscriversi ad una fraglia, una fratalea o fraternità. Anche quelle professionali - le corporazioni - includevano nei propri statuti aspetti devozionali o caritativi: il santo protettore, la partecipazione alle processioni e alle funzioni pubbliche, le offerte ad una chiesa, elargizioni di denaro a propri soci in stato di bisogno o a bisognosi esterni.
Altre invece si costituivano per scopi esclusivamente religiosi; tipiche quelle dei penitenti, o Battuti, in cui i soci, talora anche nobili e popolani insieme, si sentivano accomunati da forme devozionali e da attività caritative. Nel tempo queste divennero le confraternite, che dalla metà del XVI secolo, dopo il Concilio di Trento, furono limitate nella loro autonomia da regole imposte dall'alto. Furono queste, in particolare, che crearono o gestirono a lungo, praticamente fino alla fine della dominazione veneziana, le principali istituzioni assistenziali della città.
Gli ospedali tardo-medievali Non sempre dai documenti è facile evincere quanto la singola iniziativa sia stata promossa da un soggetto singolo privato o da un'istituzione religiosa o da un sodalizio.
Nel 1270 un certo Ubertino - forse su mandato del vescovo Bartolomeo di Breganze - prese in affitto dalle monache di San Pietro un appezzamento di terreno nella località in cui ora sorge la chiesa di san Giuliano, per costruirvi "un ospitale per benefizio dei poveri" mendicanti e pellegrini che transitavano sulla strada tra Vicenza e Padova, chiamato Chà di Dio.. Fu all'epoca uno tra i più importanti ospitali situati nei dintorni della città, tanto che nel 1295 alcuni privati cittadini si proposero di aiutarlo economicamente, per essere partecipi dei frutti spirituali delle opere di pietà e carità.. Rimasto tuttavia al di fuori della cinta di mura fatta costruire dagli Scaligeri nel 1365., cessò di funzionare intorno alla metà del XV secolo..
Altri sorsero all'estremo opposto, in borgo San Felice non lontano dalla basilica benedettina, come l'ospedale di Santa Maria della Misericordia, San Bovo e Santa Maria Maddalena, sorto nel 1296 e gestito inizialmente dall'Ordine militare cavalleresco della Beata Vergine Gloriosa, in seguito dal Capitolo della Cattedrale che si avvaleva della fraglia dei carpentieri e dei falegnami; oppure l'ospedale di San Nicolò, sempre in borgo San Felice, trasferito intorno al 1260 a San Lazzaro., anch'esso della seconda metà del XIII secolo e destinato all'assistenza dei lebbrosi ma non soloIntorno al 1450 era un ospedale per i poveri, con solo 4 lebbrosi, spesso beneficiato da donazioni e lasciti testamentari...