L'Olimpiade è un dramma per musica in tre atti composto da Giovanni Battista Pergolesi su testo tratto, sia pure con alcune modifiche, dall'omonimo libretto di Pietro Metastasio. L'opera vide la luce nella stagione di carnevale del 1735 al Teatro Tordinona a Roma e costituì forse "la più ammirata"Kimbell, p. 257. tra le oltre cinquanta versioni in musica del testo metastasiano,Secondo Jeffry O. Segrave, nell'arco del secolo successivo il libretto fu messo in musica, in tutta Europa, per oltre cinquanta volte, da quarantasette compositori diversi (The special case of Pietro Metastasio's L'Olimpiade and the story of the Olympic games, in Anthony Bateman & John Bale (a cura di), Sporting Sounds. Relationship between sport and music, Abingdon-on-Thames, Routledge, 2009, p. 116, ISBN 0-203-88797-2). Secondo Claire Genewein, invece, le traduzioni in musica del libretto di Metastasio ammonterebbero addirittura ad "almeno un centinaio" (Sul completamento della partitura de l'Olimpiade, saggio contenuto nel fascicoletto di accompagnamento al DVD Dymanic de L'Olimpiade di Baldassarre Galuppi, diretta da Andrea Marcon). Don Neville nella sua voce su Metastasio del New Grove Dictionary elenca cinquantacinque (senza contare le diverse successive versioni dell'opera da parte di uno stesso autore) traduzioni in musica (III, p. 356). e quella che rimase più a lungo sulle scene prima della versione di Galuppi (Milano, 1749).Monson.
È stata giudicata come uno dei capolavori dell'opera seria nella prima metà del Settecento."...one of the finest opere serie of the early eighteenth century": Donald Jay Grout e Hermine Weigel Williams, A Short History of Opera (quarta edizione), New York, Columbia University Press, 2003, p. 229, ISBN 978-0-231-11958-0.
Vicende storiche La preparazione Pergolesi era probabilmente guardato con un certo sospetto dalla nuova dinastia borbonica che si insediò a Napoli nel maggio del 1734, a causa dei suoi collegamenti con ambienti aristocratici del precedente viceregno austriaco.Nel 1732 Pergolesi era stato nominato maestro di cappello del principe di Stigliano, Ferdinando Colonna, alto funzionario del viceré austriaco, mentre nel 1734 aveva assunto la stessa carica presso l'ottavo duca di Maddaloni, Domenico Marzio Carafa (e non Marzio IV come erroneamente indicato da Toscani), parente del principe. Al momento della conquista borbonica entrambe le famiglie erano riparate a Roma e avevano invitato il musicista a seguirle. Qui, su commissione dei Carafa, Pergolesi compose una Messa in fa maggiore in onore di San Giovanni Nepomuceno, protettore della Boemia e quindi particolarmente venerato nell'impero asburgico, la quale fu eseguita con scalpore in maggio nella basilica di San Lorenzo in Lucina. Seppur forse messo in cattiva luce dall'episodio, Pergolesi fu comunque invitato a tornare a Napoli dal nuovo sovrintendente borbonico ai teatri, il marchese d'Arienzo, Lelio Carafa, intimo del nuovo re e zio del duca di Maddaloni, il quale faceva quindi parte di diritto della schiera dei suoi protettori, e a proporre l'Adriano in Siria, andata in scena alla fine del mese di ottobre (Toscani). Una conferma della relativa caduta in disgrazia di Pergolesi è stata offerta da documenti recentemente ritrovati dai quali risulta che l'impresario del San Bartolomeo Angelo Carasale si rifiutò di pagare al musicista il compenso pattuito per l'Adriano in Siria, con la scusa che due dei suoi protettori, il duca di Maddaloni e il principe di Avellino, Marino Francesco Caracciolo, non avevano pagato l'affitto per i loro palchi durante l'assenza da Napoli collegata al cambio di regime (La carriera artistica, Fondazione Pergolesi Spontini) Forse in seguito a tali sospetti, forse semplicemente per lo scarso successo di botteghino che pare avesse arriso alla sua opera, Adriano in Siria, prodotta in tale anno al Teatro San Bartolomeo (e pur apprezzata, si dice, dal nuovo re Carlo VII), Pergolesi fu escluso dalla partecipazione alla successiva stagione dei teatri napoletani. Egli decise quindi di accettare la commissione che aveva ricevuto dal Teatro Tordinona di Roma per la composizione dell'opera d'apertura della stagione di carnevale, sul libretto recentemente redatto dal Metastasio e che era già stato musicato da Antonio Caldara nel 1733 e da Antonio Vivaldi nel 1734.Dorsi, pp. 127 e 129.
Il Teatro Tordinona era un antico teatro di tradizione seicentesca, che era stato solo recentemente ricostruito ed era di proprietà della Camera Apostolica: la cattive condizioni finanziarie in cui versava non lo rendevano certamente competitivo rispetto ai teatri napoletanti nei quali Pergolesi aveva fino ad allora operato.Mellace. Con notevole indignazione di Metastasio si dovettero espungere gli interventi del coro, che non era disponibile presso il teatro, mentre la compagnia di canto appariva priva di elementi di grande spicco.Hucke&Monson, p. 953. Dato che la proibizione pontificia della partecipazione delle donne agli spettacoli teatrali determinava la proliferazione dei castrati, ai quali erano affidati anche i ruoli femminili, ben cinque dei componenti della compagnia appartenevano a questa categoria, gli altri due essendo invece tenori. Due dei castrati erano reduci dalla partecipazione alla prima dell'Olimpiade di Vivaldi a Venezia: Marianino Nicolini veniva promosso dal personaggio minore di Aminta al ruolo di "prima donna" (Aristea),Nicolini del resto, a onta del suo abbondante metro e novanta di altezza ("sei piedi" dell'epoca, riferisce un allibito Charles de Brosses), fu regolarmente impiegato a Roma in ruoli femminili, fino al carnevale 1740 (Dennis Lybby, Nicolini, Mariano [Marianino], in Sadie, III, p. 599), e avrebbe inoltre interpretato il personaggio di Licida nella prima rappresentazione dell'Olimpiade di Leonardo Leo, al Teatro San Carlo di Napoli, nel 1737, così come quello di Megacle nella versione di Gaetano Latilla, al San Cassiano di Venezia, nel 1752 (CORAGO-Università di Bologna). mentre Francesco Bilancioni, assai noto anche con il cognome di Bilanzoni, passava dal personaggio di Megacle a quello di Licida. Per il ruolo di "primo uomo" si faceva ricorso ad un valente cantore della Cappella Sistina, Domenico Ricci, al quale era consuetudine permettere la partecipazione ad eventi teatrali nella capitale pontificia;Sergio Durante, Ricci [Rizzi, Riccio], Domenico ["Menicuccio"], in Sadie, III, p. 1309. il ruolo di tenore principale era affidato all'esperto baritenore Giovanni Battista Pinacci, attivo da quasi vent'anni sulle varie piazze italiane e da poco reduce da una trasferta händeliana a Londra;Winton Dean, Pinacci, Giovanni Battista, in Sadie, III, p. 1014. quello di "seconda donna" era invece coperto dal giovane castrato Giovanni Tedeschi, il quale sarebbe rimasto noto come impresario del Teatro San Carlo negli anni '60.Dennis Libby (con John Rosselli), Tedeschi [Amadori], Giovanni, in Sadie, IV, p. 674. Facevano infine parte della compagnia due oscuri comprimari, Nicola Licchesi (Lucchesi?), tenore, e Carlo Brunetti, contralto (l'unico di tale registro nel gruppo di voci bianche), i quali furono comunque gratificati di notevole attenzione da parte di Pergolesi in sede di creazione dell'opera. Se il coro era assente e i cantanti non di grandissimo richiamo, l'orchestra invece era "più numerosa di quelle napoletane dell'epoca, come prova l'impiego, anche simultaneo, di due trombe e di due corni da caccia".Dorsi, p. 129.
Le rappresentazioni L'opera andò in scena nel mese di gennaio 1735Secondo Monson probabilmente il 2., quale prima opera (e quindi, per tradizione, come una sorta di sorellastra trascurata) della stagione, ed ebbe vita piuttosto travagliata, tenuto conto che il lutto per la morte della principessa Maria Clementina Sobieska, consorte del pretendente al trono d'Inghilterra, Giacomo Stuart, determinò l'interdizione degli spettacoli teatrali dal 17 al 23 gennaio, mentre la successiva chiusura in occasione della festa della Candelora impedì recite supplementari prima che andasse in scena la seconda opera della stagione, il Demofoonte di Francesco Ciampi.Toscani. Non ci sono rimaste cronache d'epoca sull'esito della sua prima sortita sui palcoscenici. L'unico resoconto che abbiamo ci viene da quanto il compositore Egidio Romualdo Duni, rivale e concorrente di Pergolesi, avrebbe raccontato molti decenni dopo al collega André Grétry,André Grétry, Mémoires ou Essai sur la Musique, Parigi/Liegi, Prault/Desoer, 1789, p. 508 (accessibile online come ebook-gratis Google). Secondo il racconto di Grétry, l'esordiente Duni si sarebbe recato in visita da Pergolesi poco dopo l'insuccesso, chiamandolo "maestro" e dandogli atto che l'intero melodramma che lui si accingeva a presentare di lì a non molto (il Nerone, andato in scena il 21 di maggio), non valeva di certo neanche quanto una sola aria dell'opera del marchigiano così malamente accolta dal pubblico. e cioè che l'opera era stata un fiasco totale, al punto che durante le contestazioni originate dallo spettacolo Pergolesi sarebbe stato addirittura colpito alla testa da un'arancia lanciata da un esagitato spettatore. Come che sia, certo è però che la fama dell'opera si diffuse rapidamente in tutta Europa e "per l'arco dei successivi dieci anni la musica di Pergolesi quasi monopolizzò i pasticci basati sull'Olimpiade" che venivano dati sulle varie piazze: a Perugia e a Cortona nel 1738, a Siena nel 1741, forse a Firenze nel 1737, certamente a Londra nel 1742,Monson. Secondo lo stesso Monson, invece, nonostante la generale attribuzione a Pergolesi, il pasticcio andato in scena al San Giovanni Grisostomo di Venezia nel 1737 era basato sulla versione vivaldiana di tre anni prima (magari con l'inserimento anche di musiche del marchigiano). dove il pasticcio presentato al King's Theatre con il titolo principale di Meraspe era basato fondamentalmente sulla partitura di Pergolesi (con l'aggiunta di quattro o cinque arie di Giuseppe Scarlatti, Leonardo Leo e Giovanni Battista Lampugnani), ed avrebbe lasciato un'eco duratura per gli anni avvenire.Charles Burney, A General History Of Music: From The Earliest Ages to the Present Period, Volume 4°, Londra, stampato dall'autore, 1789, p. 448 (accessibile gratuitamente on-line come ebook-gratis Google). L'aria "Immagini dolenti" erroneamente da Burney attribuita a Domenico Scarlatti era in effetti tratta dall'Arminio in Germania composta dall'ultimo rampollo della famiglia Scarlatti, Giuseppe.