La filologia romanza, o filologia neolatina, è la scienza che studia le lingue neolatine e i testi scritti in tali lingue.
La prospettiva di questa disciplina è triplice:
da un lato, essa esamina lo sviluppo di queste lingue (detto aspetto diacronico), ossia la loro evoluzione storica e comparata da un altro lato, essa si occupa di cogliere la morfologia di una data lingua come sistema in sé (detto aspetto sincronico) infine, fornisce il fondamento scientifico per la realizzazione di edizioni critiche dei testi scritti in lingue romanze; a tal fine non solo ha sviluppato una raffinata metodologia ecdotica ma anche uno studio approfondito delle letterature del Medioevo romanzo. Il padre della filologia romanza come moderna disciplina scientifica, tuttavia, può essere considerato il francese François Raynouard (1761-1836), benché altri importanti contributi nella sistematizzazione della filologia siano giunti dall'opera del filologo classico tedesco Karl Lachmann verso la metà del XIX secolo, dalle osservazioni dello studioso francese Joseph Bédier a inizio Novecento e dalle successive intuizioni dell'antichista Giorgio Pasquali negli anni trenta dello scorso secolo (v. Indicazioni bibliografiche).
Definizione di "romanzo"
L'aggettivo "romanus" e il concetto di Romània L’etimologia di "romanzo" e il significato profondo che esso comporta ha, come per il termine "filologia", una lunga storia. È evidente l’appartenenza alla stessa famiglia semantica dell’aggettivo romanus, che, se inizialmente designa quei pochi appartenenti alle tre tribus di Roma, passa poi a designare chiunque, facendo parte dei domini imperiali, parlasse latino (gli stessi Greci di Costantinopoli erano Ῥωμαῖοι). Dopo le invasioni barbariche, l’aggettivo romanus comincia ad essere disprezzato e cade in disuso.
Sopravvive perlopiù (o forse nasce) il termine volgare Romània, attestato per la prima volta solo nel V secolo d.C. nel presbitero Paolo Orosio, il quale scrive che i barbari vogliono soprannominare Gothia la regione volgarmente chiamata Romania, con ogni probabilità designante l’intero impero romano, o almeno ciò che un tempo era (Agostino, fra l’altro, chiamerà i Goti Romaniae eversores). Tuttavia il concetto politico di Romània, che persiste nell’Impero d’Oriente, viene sempre meno in Occidente, e alla fine il termine non designa che l’attuale Romagna, l’unico territorio della penisola settentrionale sfuggito agli imperatori tedeschi.
Da "romanus" a "romanzo"
Aurelio Roncaglia sottolinea come, però, all’aggettivo romanus viene sostituito romanicus, un altro aggettivo meno colto e letterario, che dopo la disgregazione dell’Impero designa nella locuzione romanice parabolare o romanice fabulare la lingua, o meglio le lingue, che stavano nascendo dall’evoluzione del latino e che si opponevano alla lingua dei barbari. E così la parola romanice muta, diventa *romance e viene attestata per la prima volta come romanz nel francese antico. Dal concetto politico di romanus si passa dunque al concetto esclusivamente etnico-linguistico di romanicus e di Romània. Con il tempo il romanice loqui di un territorio comincia a differenziarsi da quello di un altro, dando luogo a diverse lingue romanze con norme più o meno identificabili: nel Floovant ad esempio l’autore riconosce diverse varietà linguistiche del romanz («Da come parlate il romanzo mi sembrate francese»), o ancora Brunetto Latini afferma di scrivere in roumanç alla maniera dei francesi, sebbene lui sia italiano. Di qui la filologia moderna usa l’aggettivo romanzo nelle espressioni volgare romanzo e lingue romanze, nel senso di “lingue neolatine”. In Italia comunque il sostantivo romanzo è utilizzato per indicare un genere letterario e non una lingua: per quest’ultima Dante e Boccaccio preferiscono utilizzare il termine volgare; dal termine francese romanz gli italiani formulano infatti romanzo, indicante esclusivamente i componimenti scritti in volgare.
Già nel XIV secolo anche in Francia l’aggettivo romanzo non viene più usato per indicare le lingue dell’epoca, che cominciano ad assumere i nomi che oggi conosciamo (nascono i termini français e proensal), e il roman antique è l’antico francese ormai incomprensibile.
Roncaglia passa in rassegna tutti i mutamenti morfologici e semantici della parola romanzo nel corso del tempo, che potremmo riassumere in tal modo: romanicu(m) > romanice > *romance > romanz > romant > roman.
Il termine romanice, un tempo d’uso avverbiale, passa dunque al romanz nominale dell’antico francese indicante, come s’intende anche oggi in filologia, la lingua volgare senza alcuna specificazione di varietà territoriale (si evidenzia in particolare l’espressione mettre en romanz, cioè “tradurre in lingua volgare”, “trasportare dal latino nel volgare” — attestata ad esempio in Chrétien de Troyes e Robert Wace); e poi al roman del XII secolo come opera in volgare, soprattutto in versi nel XIII secolo (attestato per la prima volta senza equivocità in una traduzione francese dei proverbi di Salomone: test romanz, “opera”); infine, nei secoli XIII-XIV, al roman come opera di gesta (ad esempio la Chanson de Roland era chiamata Roumans de Ronsevaut). La nascita del romanzo come genere letterario a sé avviene solo quando il componimento poetico non viene più scritto per essere cantato in pubblico (come l’opera di gesta) ma per essere letto ad alta o bassa voce, una innovazione in campo letterario che dalla Francia, culla del romanzo moderno, passa anche all’Italia.
La linguistica romanza
La linguistica romanza studia le lingue romanze nei fenomeni per l’appunto "romanzi" che esse hanno in comune. Categorizzare rigidamente un comune carattere romanzo da altri fenomeni non è tuttavia facile poiché, come si sa, i concetti della lingua sono molto fluidi e non possono essere incatenati in schemi rigidi.
La linguistica romanza deve in particolare "astrarre", per potere studiarli, i sistemi di ciascuna lingua dai relativi "discorsi". Per "discorsi" s’intendono tutte le testimonianze dirette e indirette, letterarie e non, anche attuali, che le lingue romanze ci hanno lasciato: nel Medioevo e nell’età moderna le lingue romanze si sono infatti costituite, grazie all’evoluzione della loro letteratura, come lingue letterarie proprie. È in questo senso di particolare importanza anche lo studio dei dialetti, in quanto essi risalgono per un’ininterrotta tradizione orale al latino parlato e poi al romanzo delle regioni corrispondenti; dialettologia e folkloristica insieme rappresentano quindi un valido strumento per lo studio delle varie aree linguistiche.
Un appropriato studio della linguistica romanza richiede ovviamente numerosi presupposti e soprattutto una buona formazione nella conoscenza delle lingue (latino, greco, ebraico, francese, inglese, tedesco, ecc.), della storia e della letteratura, ma richiede anche abilità matematiche e logiche.
La padronanza pratica delle lingue romanze può inoltre essere passiva — quando ci si limita alla comprensione dei testi orali e scritti — oppure attiva — quando si producono testi "di consumo" orali e scritti. Una via intermedia fra padronanza attiva e passiva è la capacità, importante, di saper "ripetere" i testi letterari, cioè di saperli leggere e recitare.
Sicuramente la padronanza completa, passiva e attiva, di tutte le lingue romanze è impossibile da raggiungere per un solo filologo, ma ciò che più importa è che tale padronanza completa sia raggiunta almeno a livello collettivo grazie alla ricerca. Il singolo romanista deve invece concentrarsi su una precisa area linguistica romanza e da qui espandere la propria indagine al "carattere romanzo" comune alle lingue romanze.
È comunque importante per lo studio specifico di una lingua romanza la conoscenza di almeno un'altra lingua che ha fatto parte dell'ambiente linguistico di essa: così l’ispanista dovrà conoscere anche l’arabo e il basco, l’italianista dovrà conoscere l’etrusco, l’osco-umbro, il greco antico e moderno, chi studia il galloromanzo dovrà esaminare anche le lingue celtiche (in particolare il gallico), chi sceglie il romeno dovrà studiare l’albanese. Ma oltre al settore ambientale linguistico, per lo studio della lingua di sua competenza il filologo deve porre attenzione anche all’ambiente culturale di essa, e in particolare: al folklore primitivo (che si può riscontrare nei dialetti parlati ancora oggi e nelle comunità quali i pastori), alla cultura “profana” (e quindi alla storia di quell’area linguistica con la conoscenza delle sue strutture sociali ed economiche, delle sue arti meccaniche e liberali, della filosofia e della letteratura) e alla cultura cristiana (con lo studio della patrologia, della filologia mediolatina e della medievalistica romanza).
Storia della filologia romanza La filologia romanza studia le lingue e le letterature romanze o neolatine. Sebbene questa materia, a differenza della linguistica romanza, persegua soprattutto l’analisi dei testi letterari, essa non può prescindere dall’indagine linguistica.
La filologia come disciplina a sé stante nasce in particolare nel XVIII secolo grazie al movimento culturale del Romanticismo, e dunque in Germania. Padri fondatori della materia sono considerati, insieme a François Raynouard sul quale ci si soffermerà in seguito, i fratelli Friedrich (1772-1829) e Wilhelm (1767-1845) Schlegel, e Franz Bopp (1791-1867), le cui idee ebbero un potente influsso in tutti i Paesi (prima fra tutti la Francia con gli studi di Claude Fauriel sulla poesia popolare e trobadorica, sull’epica medievale francese e sulla cavalleria). I primi studiarono i rapporti che intercorrono fra il greco, il latino e il germanico, classificando gli idiomi secondo il loro sistema morfologico (da loro la classificazione di lingue isolanti, agglutinanti e flessive). Bopp fece invece una classificazione genealogica, considerando affini le lingue derivanti da un idioma unico. E come le lingue indoeuropee sono affini perché continuazione di una lingua più antica, non attestata (appunto l’indoeuropeo), così le lingue romanze lo sono fra di loro in quanto continuazione del latino.
I fratelli Schlegel e Bopp ebbero comunque secoli di indagini linguistiche a loro precedenti, che in qualche modo contribuirono alla nascita della filologia vera e propria.
Da Dante ai primi vocabolari Già Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia aveva osservato una certa affinità fra lingue romanze occidentali (le aveva classificate in lingue del Nord Europa, orientali e meridionali), ma per lui il latino restava una lingua artificiale, creata ex novo per le Lettere, grazie al consenso dei più. Lingue quali lo spagnolo, il provenzale, il francese e l’italiano sarebbero state invece la corruzione di un altro idioma ignoto. Questa concezione scomparve solo nel Rinascimento grazie ai grandi studi umanistici, e soprattutto grazie a Poggio Bracciolini (1380-1459) che vide il latino come una lingua non artificiale. È questo il periodo dei primi vocabolari e dei primi saggi sulla lingua: si ricordino in tutta Europa gli studi di Antonio de Nebrija (1446-1522) con il Vocabulario español-latino, di Pietro Bembo (1470-1547) con le Prose della volgar lingua, di Charles Du Cange (1610-1688) con il Glossarium mediae et infimae latinitatis, di Gilles Ménage (1613-1692) con le Origini della lingua francese e della lingua italiana, di Gregorio Mayans y Siscar (1699-1781) con le Orígenes de la lengua española, e di molti altri.