Mal di Galleria è una raccolta di racconti di Giuseppe Marotta, pubblicata originariamente da Bompiani nel 1958.

È il secondo dei tre libri dedicati dallo scrittore partenopeo, in chiave autobiografica, al capoluogo lombardo. Viene preceduto da A Milano non fa freddo del 1949 e seguito da Le milanesi del 1962.

Racconti L'opera si compone di quarantanove brevi racconti, già pubblicati come elzéviri sul quotidiano Corriere della Sera.Dall'introduzione di Oreste del Buono a .Ogni protagonista dei quarantanove racconti narra in prima persona, anche se non si identifica mai con l'autore. La scrittura di Marotta, che esaurisce le storie fulmineamente, nell'arco di poche pagine, si inserisce nel filone letterario che vede in Moravia e nei suoi Racconti romani uno dei principali punti di riferimento, in controtendenza con la "moda" del momento che prediligeva le narrazioni di più ampio respiro. Ogni racconto tratteggia la figura di un diverso protagonista che, nel suo monologo, ha modo di mettere in luce le sue peculiarità, le sue inflessioni e il suo carattere, ben descritto dall'autore.

Mal di Galleria Il racconto che dà il titolo al volume, è stato pubblicato per la prima volta l'8 novembre 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama

Ghigo Mignari è un trentanovenne di bell'aspetto che vive in una stanzetta all'interno dell Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Vive di espedienti e vendendo quadri di paesaggi che ricopia da cartoline. Un giorno ascolta una conversazione telefonica di una giovane e bella donna, Tullia, che confessa all'amica all'altro capo del telefono di temere che suo marito, Luigi, la stia seguendo impedendole di incontrarsi con l'amante Federico. La donna non vuole rinunciare all'incontro, poiché l'amante partirà il giorno stesso e starà via a lungo. Quando la donna viene a sapere dall'amica che il marito è irreperibile al lavoro, ha la conferma che egli la stia pedinando. Ghigo decide di intervenire: tra i passanti individua il pedinatore, con una scusa lo ferma, scoppia un diverbio ma Ghigo ha la meglio, lasciando l'uomo malconcio e dando modo alla donna di dileguarsi. Alcuni giorni dopo Ghigo incontra nuovamente la donna e si presenta confessando di essere stato lui a permetterle di incontrarsi con l'amante. Tullia accetta di seguirlo nella sua stanzetta ma quando Ghigo le racconta l'impresa, ella scoppia in una risata fragorosa: nella concitazione Ghigo aveva scambiato l'amante, Federico, con il marito Luigi. Tullia era riuscita sì ad incontrare Federico ma egli l'aveva accusata di avere una relazione con Ghigo, la cui gelosia, a suo dire, era stato il motivo dello scontro. Tra i due amanti era scoppiata una lite e Tullia aveva perciò deciso di lasciare Federico. Ghigo, perplesso, si scusa con Tullia che tuttavia, impressionata dalla "galanteria" di Ghigo, si apparta con lui nella sua stanza..

Caso, padrone mio Il racconto è stato pubblicato per la prima volta l'8 aprile 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama Egidio Zaffi è un abile borseggiatore che effettua i furti spinto dall'ispirazione del momento, assegnando al destino e al caso la responsabilità della rilevanza del bottino. Egidio vive da solo, cerca di non destare sospetti nei vicini e paga regolarmente le tasse e i tributi della Legge Vanoni. Tuttavia non è scapolo: si era sposato anni prima, dopo aver conosciuto la bella Silvia in un dancing ed averla condotta in pochi mesi all'altare. Quando Silvia aveva scoperto il mestiere del marito, lo aveva abbandonato. Un giorno, in un portafogli rubato ad un uomo in un tram, Egidio trova la foto di Silvia; si reca all'indirizzo trovato in alcuni biglietti da visita nel portafogli e, dalla porta socchiusa, scorge Silvia sfiorita e imbruttita, sciatta, con tre figli e impegnata in un furioso litigio con il derubato. Silvia accusa l'uomo di essere un fallito, di aver perso il portafogli e con esso i pochi soldi necessari per pagare parte dei loro molti debiti. Silvia, alle giustificazioni dell'uomo, gli urla contro di andare pure a rubare, purché risolva il problema. Egidio torna a casa, contento della sua vita, al Caso, e di essersi separato da Silvia..

Uomo di teatro Il racconto è stato pubblicato per la prima volta il 26 aprile 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama Il sessantenne Bartolomeo Vismara è un "portaceste".Nel gergo dello spettacolo, il "portaceste" è il factotum che ha il compito di trasportare gli accessori degli attori. Vive umilmente in uno scantinato, lasciatogli in uso gratuito dal defunto marchese C. come segno di gratitudine per averlo aiutato in una questione di cuore. A vent'anni aveva tentato di calcare le scene con il nome d'arte di Lanfranco Vismara, pseudonimo che ha mantenuto per vezzo, anche se quasi subito aveva abbandonato la recitazione, poiché non dotato. Era comunque rimasto nell'ambiente, occupandosi di sbrigare piccoli e grandi commissioni per gli attori. Ricorda con rimpianto e nostalgia la relazione che ebbe con l'attrice Evelina T. che, tra molti spasimanti, decise di avviare con lui, di nascosto, un rapporto. La donna lo abbandonò ben presto per trasferirsi in Argentina. Di lei Lanfranco non seppe più nulla. Continua a sbarcare il lunario con fatica, vivendo di ricordi, cavalcando la bicicletta tutto il giorno, in giro per Milano per lavoro. Un giorno un giovane lo ferma per strada; non parla italiano. Lo invita in osteria, lo fotografa, gli paga un abito nuovo e quindi lo saluta allontanandosi. L'amico Ambrogio è sicuro che il giovane sia il figlio di Lanfranco e di Evelina, figlio che il portaceste non ha mai saputo di avere..

Il segugio Il racconto è stato pubblicato per la prima volta il 10 maggio 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama Amerigo Bianchi è un presuntuoso investigatore privato. Un giorno un suo più anziano collega, Giorgio Riffi, gli chiede di sorvegliare la figlia, la ventinovenne Livia, temendo che abbia cattive frequentazioni. Giorgio non riesce a pedinare la donna a causa della sua scaltrezza e quindi si rivolge a un collega. Amerigo accetta e appura che la giovane non ha nulla da nascondere, anzi, tutte le sue attività hanno come scopo la beneficenza e le opere di bene. Impressionato dalla moralità della ragazza, Amerigo chiede al padre la mano di Livia. I due si sposano, ma alcuni anni dopo Amerigo viene a sapere che anche la sorella di Livia ha sposato un investigatore privato, messole alle calcagna dal padre. Amerigo inizia a capire che le due ragazze, in realtà non erano così rigorose come i due mariti credevano e che i pedinamenti erano stati chiesti dal padre delle due ragazze, come parte di un piano per farle fidanzare con due sprovveduti. Livia, con buona probabilità, lo ha più volte tradito, anche con il suo socio..

Segga e scriva Il racconto è stato pubblicato per la prima volta il 20 maggio 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama Cesare Fantin è proprietario di una fabbrica di borse con quindici dipendenti. La sua avarizia sfiora il ridicolo ed è detestata dai suoi lavoranti mal pagati. Un giorno Cesare, casualmente, ascolta il giovane contabile Alfredo Bavazzi schernirlo con i colleghi. Cesare convoca Alfredo nel suo ufficio e gli detta una lettera, ad egli stesso indirizzata, nella quale racconta la sua vita iniziata in povertà. Cesare continua raccontando i suoi difficili inizi a Milano nel 1927, emigrato da Treviso, i lunghi anni trascorsi in tuguri, il lento risollevarsi dalla miseria e, infine, i primi successi economici. Cesare continua il dettato, raccontando la conoscenza con la moglie e la nascita di una figlia con disabilità intellettiva. A cinquantacinque anni, Cesare non dimentica il suo triste passato e il difficile percorso verso l'agiatezza e perciò odia gli sprechi e ama la parsimonia. Cesare fa firmare ad Alfredo la lettera, a testimonianza di un comportamento superficiale che gli viene comunque perdonato. Alfredo ringrazia il principale e si dichiara colpito dal racconto, ma prende congedo con una frase che lascerà a Cesare da pensare: "Lei ha sofferto parecchio, qui a Milano. Ma proprio in considerazione di ciò, è giusto che infligga a me gli stessi patimenti?".

Vedevo nel buio Il racconto è stato pubblicato per la prima volta il 30 maggio 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama Il dottor Ezio Movadi ha deciso di specializzarsi in psicanalisi, convinto che il successo risieda nella cura di malattie riservate ai ricchi. Ha investito l'eredità del nonno in uno studio in corso Matteotti e, per merito della sua competenza, ha fatto successo nella "Milano bene". Ha conosciuto l'amata moglie, Vivetta, grazie alla sua professione, curandola da una fobia alla buccia delle pesche che la ossessionava. La comunione tra loro è totale, tanto che da alcuni anni fanno gli stessi sogni. Ezio relaziona epistolarmente lo strano fenomeno al suo professore dell'università. Ogni mattina i coniugi si raccontano, reciprocamente, lo stesso sogno fino a quando, una notte, Ezio sogna il tradimento della moglie con il suo allievo. La mattina Vivetta racconta un sogno diverso e ciò insospettisce Ezio, convinto che la reticenza della moglie nasconda l'adulterio. Il dubbio lo tormenta e spinge lo psicanalista a diffidare della sua stessa scienza..

Grandine in via Borromei Il racconto è stato pubblicato per la prima volta il 9 giugno 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama Alla morte del padre, Mario Ghilandi, neolaureato in giurisprudenza, abbandona la carriera forense e rileva la legatoria di famiglia. La bottega di via Borromei è di antiche tradizioni e il lavoro affascina il trentenne Mario che ci si dedica con passione. Un giorno, durante una grandinata, si rifugia nella bottega la bellissima Ingrid della quale Mario si innamora dopo avere scambiato con lei solo poche parole. A lei ripensa giorno e notte fino a quando, alcuni mesi dopo, la donna si ripresenta con un libro, appartenuto alla madre morta e rovinato a causa di una distrazione. Ingrid chiede a Mario di riparare il danno: dovendosi sposare di lì a poco e, trasferendosi all'estero, vuole portare con sé il ricordo. Mario provvede ma, spaginando il libro, scopre nascosta nella copertina una foto di un uomo con dedica d'amore alla madre di Ingrid. La foto era un segno d'amore per una passione non corrisposta. Mario è consapevole che anche il suo per Ingrid è un amore impossibile e sostituisce la foto dell'uomo con una sua, scrivendo sul retro un verso di Vincenzo Cardarelli e celandola per sempre nella copertina del libro che restituirà all'inconsapevole donna..

I signorini Il racconto è stato pubblicato per la prima volta il 22 giugno 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama Giacinto Crippa, dopo essere stato recluso nel Carcere di San Vittore per tredici mesi, avendo scontato il reato di furto in appartamento, viene rilasciato; viene immediatamente avvicinato dall'ingegner Cicci Duffa. L'uomo, conoscendo la fama di Giacinto come "artista dell'effrazione", gli chiede di introdursi in casa dell'amante, la soubrette Lu Farver, per recuperare alcune lettere compromettenti. Cicci si deve sposare e teme che Lu, non volendo essere lasciata, possa rendere noti i contenuti delle lettere, nelle quali Cicci descriveva la futura moglie in modo offensivo. Giacinto, allettato dal compenso, accetta l'incarico che svolge velocemente. Quando tuttavia consegna le lettere a Cicci, questi scopre che le lettere d'amore erano quelle scambiate tra l'attricetta e un altro uomo e Giacinto apprende che Lu aveva denunciato immediatamente il furto e che la polizia era sulle sue tracce. Cicci è impazzito dalla gelosia e decide di sposare Lu solo per potersi vendicare dell'amante della donna. Il giorno dopo Giacinto è di nuovo in prigione..

Albergo diurno Il racconto è stato pubblicato per la prima volta l'8 luglio 1956 sul quotidiano Corriere della Sera. Trama