De gli habiti antichi, et moderni di diverse parti del mondo è un'opera di Cesare Vecellio, appartenente a un genere, quello dei "libri di costumi", che conobbe ampia produzione e successo in Europa tra la seconda metà del XVI secolo e i primi decenni del XVII.
Figlio di un fratello del celebre Tiziano Vecellio, Cesare fu pittore e incisore di buona fama. L'opera Degli habiti antichi et moderni fu pubblicata per la prima volta nel 1590 ed ebbe altre due edizioni: nel 1598, vivente l'autore, con traduzione latina a fronte e aggiunte dei ‘costumi’ delle Americhe, e un'altra nel 1664, postuma.
Edizioni L'opera ebbe grande diffusione tra la fine del XVI ed il XVII secolo, periodo nel quale uscirono le tre principali edizioni del testo: 1590, 1598, 1664.
Dal confronto tra le edizioni emergono differenze di presentazione e contenutistiche: lievi tra prima e seconda, più sostanziali tra queste due e la terza del 1664. Un esempio di prima diversità è nell'indice: se nell'opera del 1598 è presente un corposo indice bilingue (italiano, latino) che elenca le tavole in ordine alfabetico, l'edizione del 1664, complessivamente molto più ridotta della precedente, non ha alcun indice generale. In essa le pagine con le tavole sono precedute da un Discorso sopra gli habiti antichi et moderni, origine, mutatione, et varietà di quelli, già presente nell'edizione del 1590.
Ulteriore elemento che differenzia le edizioni è il numero dei libri: rispettivamente dodici nella seconda e dieci nella terza, nella quale è eliminata la parte sui costumi dell'Europa settentrionale e accorpata in un solo libro quella su turchi, greci e ungheresi.
Infine, oltre alla dedica e alle avvertenze dell'editore, le due edizioni differiscono per i disegni, più eleganti e incorniciati in quella del 1598, più semplici e senza cornice nella successiva. Anche le didascalie ed i testi che accompagnano le figure sono più dettagliate nella seconda edizione, oltre che bilingui italiane e latine, mentre più semplici e solo in italiano nell'edizione più recente.
Gli stampatori
Prima edizione (1590) - Damiano Zenaro Attivo dal 1563 al 1603, Zenaio fu librario e stampatore a Venezia, nato il 1520 e morto il 9 luglio 1604. Nel corso della sua attività professionale partecipò a diverse imprese tipografiche, come spesso accadeva nel movimentato mondo editoriale veneziano del Cinquecento. Aveva bottega a San Bartolomeo all'insegna della Salamandra (insegna registrata il 1563). Dal 1584 fece parte della rinnovata Società dell'Aquila. Dopo il 1587 si mise in società con gli eredi di Gerolamo Scoto, di Giovanni Varisco e di Melchiorre Sessa. Quasi tutti i tipografi attivi a Venezia in quel periodo lavorarono per Zenaro.EDIT 16. Censimento nazionale delle edizioni italiane del XVI secolo, Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche - ICCU, ad vocem
Seconda edizione (1598) - Giovanni Bernardo Sessa Attivo a Venezia dal 1596 al 1617, Sessa (da non confondere con l'omonimo libraio napoletano attivo negli anni 1620) fu stampatore e tipografo; figlio di Melchiorre (il vecchio) e fratello di Giovanni Battista e Melchiorre (il giovane). Lavorò sia da solo sia in società con i fratelli, con Barezzo Barezzi e Damiano Zenaro. Come editore, si servì della tipografia di Matteo Valentini (attivo dal 1588 al 1610), che aveva rilevato la bottega e il materiale tipografico degli eredi di Alessandro Griffio (compresa la marca, già appartenuta a Giacomo Vidali).
Terza edizione (1664) - Sebastiano Combi (il giovane) e Giovanni La Noù. Editori e tipografi attivi a Venezia almeno fino al 1673. Tra altre opere pubblicarono, nel 1673, le Memorie istoriche de monarchi ottomani di Giovanni Sagredo ambasciatore della Serenissima. Sebastiano Combi, erede di una tradizione famigliare risalente alla seconda metà del Cinquecento, diede una svolta alla sua attività dopo il 1650 quando si unì in società con l'olandese Giovanni de La Noue (italianizzato La Noù), dando alla sua impresa un respiro internazionale grazie ai contatti del collega. Non più solo l’attività di stampa in proprio ma il coinvolgimento in posizione di primo piano nel commercio librario europeo decretarono il successo dell’impresa.Alfonso Mirto, Librai veneziani nel Seicento: i Combi-La Noù ed il commercio con l'estero, in La Bibliofilia, n. 91, 1989, pp. 287-305 ISSN 0006-0941
Struttura dell'opera Le due edizioni cinquecentesche
L'opera, pur nelle differenze sopra elencate tra le edizioni, è per gran parte composta di tavole che, come recita il titolo, illustrano i costumi di tutte le parti del mondo. Le due edizioni cinquecentesche pubblicate mentre era ancora in vita l'autore si aprono con un identico frontespizio riccamente decorato e dalla forte valenza allegorica. Il titolo e le indicazioni editoriali sono racchiuse da una elaborata cornice che riproduce ai quattro angoli le quattro parti del mondo in figura umana e con gli attributi classici che loro competono in base a un repertorio iconografico collaudato, presente anche in altre opere del genere come nel Habitus praecipuorum populorum tam virorum quam feminarum singulari arte depicti, di Hans Weigel e Jost Amman.
Nella parte inferiore della decorazione, in un piccolo ovale sono riportate le insegne dei due stampatori: la salamandra di Zenaro (1590) e la gatta che tiene in bocca un topo dei Sessa (1598). Alla dedica e all' ‘avvertenza’ per i lettori il Vecellio fa seguire (solo 1590) un Discorso sopra gli habiti antichi et moderni, origine, mutatione, et varietà di quelli, che illustra il pensiero del pittore circa l'influenza che storia, tradizioni e territorio esercitano sugli abiti. Il discorso, insieme a una Breve descrittione della città di Venetia (solo ed. 1590), che apre la lunga serie dei personaggi della Repubblica ed è corredata da una notevole riproduzione della piazza S. Marco vista dal molo di Palazzo Ducale, si inserisce in una consolidata tradizione culturale veneziana che ha avuto nella Venetia, città nobilissima et singolare, descritta in XII libri (1581) di Francesco Sansovino (1521-1586), un riferimento importante. Seguono poi indici analitici molto dettagliati (anche con traduzione in latino nell'edizione del 1598) con rimandi ai fogli di cui è composta l'opera, che si estende su circa un migliaio di pagine.
Le tavole sono xilografie in bianco e nero, con ricche cornici e accompagnate da testi, talvolta anche ampi, che descrivono l'abito o la situazione raffigurata nell'illustrazione, o danno notizie aggiuntive sul personaggio-tipo raffigurato. Le stesse cornici presenti nelle due edizioni cinquecentesche sono più che un mero elemento decorativo e rimandano a una modalità espressiva nuovaAntonio Somaini, La cornice e il problema dei margini della rappresentazione, in Seminario di filosofia dell’immagine, Università degli studi di Milano 2000 in un'età, il tardo Cinquecento, nella quale si vanno consolidando in Europa identità territoriali, etniche e religiose che preludono allo sviluppo successivo delle appartenenze nazionali.Bronwen Wilson, The World in Venice: Print, the City, and Early Modern Identity, University of Toronto Press 2005
Il personaggio al quale, secondo un uso editoriale che perdurò fino al tardo Settecento, è dedicata l'opera è il conte e cavaliere Pietro Montalban della Fratta. Vecellio, seguendo una consolidata prassi encomiastica, dedicò a lui l'opera perché in questo personaggio trovava rispecchiati i valori ai quali aveva deciso di rifarsi: antichità, diversità, ricchezza, oltre che in virtù della sua famiglia e della sua persona. Cesare Perocco, citando un volume stampato a Venezia nel 1647 dal titolo Degli Uomini illustri dell'Accademia de' SS. Incogniti di Venezia, testimonia che vi si parla bene di un certo Graziani di Conegliano e di un suo concittadino, il Conte Cavaliere Pietro dalla Fratta Mont'Alban, esperto nelle scienze matematicheCesare Perocco, Per le nozze bene augurate Fabro-Vianello. Storia di Conegliano e del Coneglianese, Venezia 1843, p.40.
L'edizione del 1664
Pur uscendo da una delle più prestigiose stamperie veneziane della seconda metà del Seicento, l'edizione del 1664 si presenta più modesta rispetto alle prime due, non solo nel ridotto numero di pagine.
Il frontespizio, nel quale si affollano titoli e sottotitoli, reca la sola marca tipografica in un grande riquadro a piè di pagina: la Minerva armata, seduta ai piedi di un alloro, armata con la civetta al fianco. Dedica e avvertenza ai lettori sono cambiate per adeguare l'opera ai tempi: la natura di impresa editoriale si evince dal richiamo al Tiziano (erroneamente indicato come fratello, e non zio, di Cesare) mentre l'esplicita indicazione di opera “utilissima a pittori e dissegnatori, scultori…” sembra avere definitivamente trasformato l'originaria opera storico-antropologica in un manuale ad uso di specifici professionisti.
Nel testo che, tuttavia, ripropone il Discorso del 1590, le cornici attorno ai figurini sono scomparse, le didascalie sono ridotte al minimo, e la necessità di compattare i testi lunghi predisposti dal Vecellio è spesso causa di molti errori di significato.
Apparato iconografico Analizzando l'edizione del 1598, per quel che riguarda il modo di presentazione delle immagini, si nota che le figure non sono statiche e immobili; al contrario presentano grande varietà di gesti e posture: si muovono, prendono quasi vita, assumono diverse posizioni delle mani, del volto e del busto, addirittura alcune sono colte in movimento. Osservando le illustrazioni emerge sia come i soggetti assumano diverse posizioni rispetto all'osservatore per favorire una migliore visione dell'abito, sia come non siano raffigurati solo personaggi singoli, ma anche più persone. I personaggi portano spesso accessori o altri elementi oltre al vestito, complementari al loro ruolo e necessari per qualificarli, in particolare per identificare un mestiere o un'attività. Le incisioni traducono per immagini quello che viene evocato a parole nel commento a fronte.
Le illustrazioni: autori e tecniche
Nell'opera c'è una certa differenza rispetto ad altre analoghe dello stesso periodo, che si limitavano a presentare illustrazioni come in una raccolta di curiosità (es. Enea Vico, Jean-Jacques Boissard e altri). Vecellio invece associa immagini a parole, proponendo per ogni disegno una descrizione e una spiegazione a conforto dell'illustrazione.
L'apparato iconografico è composto di una serie di xilografie opera di Christopher ChriegerMichael Bryan, A Biographical and Critical Dictionary of Painters and Engravers, vol. II, p. 675, London 1816, ad vocem. (o Krieg o Ghrieg, italialianizzato in "Gristoforo Guerra") di Norimberga, su disegno dello stesso Vecellio che fa parte della nutrita schiera di contemporanei abili sia come pittori sia come incisori (come Battista Franco o Andrea Schiavone); in questo caso però, come detto, le incisioni non sono opera sua.