Con il termine Viṣṇuismo gauḍīya si indica, negli studi indologici, quella particolare forma di viṣṇuismo/kṛṣṇaismo che ha nel mistico bengalese Caitanya (1486-1533), appellato come Mahāprabhu ("Grande maestro") dai suoi seguaci (i gauḍīya-vaiṣṇava), il suo fondatoreKenneth Valpey nella voce Gauḍīya Vaiṣṇavism della Brill’s Encyclopedia of Hinduism (6 voll. Brill), evidenzia come «Roots of Gauḍīya Vaisṇạvism reach back well into early medieval times in Bengal. Yet the tradition’s distinctive contours become crystallized around the figure of Śrī Krṣṇạ Caitanya in the late 15th and early 16th centuries.»Friedhelm Hardy (cfr. Mādhavendra Purī: A Link between Bengal Vaiṣṇavism and South Indian Bhakti, in "Journal of the Royal Asiatic Society", 1, 1974, p. 24) osserva come la presenza di una letteratura religiosa inerente ai sentimenti rasa nei confronti di Kṛṣṇa era già presente nella regione del Bengala con la diffusione di opere quali il Gītagovinda di Jayadeva (XII secolo), il Saduktikarṇāmṛta di Śrīdharadāsa (XII secolo), nonché negli inni di Vidyāpati (XIV secolo) e di Caṇḍīdāsa (XV secolo), quindi precedente all'avvento di Caitanya e del suo movimento religioso che tuttavia, riconosce l'indologo britannico, aggiunse a tale letteratura religiosa un sistema teologico e una forma religiosa e cultuale. .

Storia Il termine indica quindi il Gauḍīyā-sampradāya, detto anche Caitanya-sampradāya o Śrī Viśva-Vaiṣṇava-Rāja Sabhā o ancora Brahmā-Madhva-Gauḍīya-Vaiṣṇava-sampradāya, ovvero quella scuola teologica e corrente religiosa vedāntica fondata da Caitanya sulle dottrine dellacintya-bhedābheda.

Il termine sanscrito gauḍīya (devanāgarī: गौडीया) proviene dal termine sanscrito gauḍa (गौड) il quale indica sia le genti abitanti la regione del Bengala che la regione stessa, là dove abbondano le coltivazioni di gauḍa, un tipo di canna da zucchero.

La predicazione di Caitanya, e dei suo quattro compagni, Advaita-ācārya (1434–1559), Nityānanda, Gadādhara-paṇḍita e Śrīvāsa, tutti costituenti il culto del Pañca-tattva, ha tuttavia interessato, oltre la regione del Bengala, anche l'Oṛiśā e l'area di Vṛndāvana.

Questo movimento religioso viṣṇuita è stato guidato, nella generazione successivaIl testo che tratta delle biografie della generazione successiva a Caitanya e ai suoi compagni è il Bhaktiratnākāra di Narahari Cakravartī. a questi cinque mistici, da Jāhnavā Devī, la giovane seconda moglie di Nityānanda, e dai suoi collaboratori Śrīnivāsa, Narottama e Śyāmānanda.

Un ruolo particolare, questo nell'ambito teologico-devozionale, è da ascrivere a quelli che sono passati alla storia religiosa di questa scuola come i "sei Gosvāmin": Rūpa Gosvāmī (1493-1564), Sanātana Gosvāmī (1488–1558), Raghunātha Bhaṭṭa Gosvāmī (1505-1579), Jīva Gosvāmī (1511—1596), Gopāla Bhaṭṭa Gosvāmī (1503-1578), Raghunātha Dāsa Gosvāmī (1495—1571), autori di importanti trattati e inni religiosi, nonché diffusori delle dottrine gauḍīya nell'area del Vṛndāvana.

Nel XVIII secolo si osserva uno spostamento dell'asse regionale di questa scuola dal Bengala al Rajasthan, dove i re Kacchwaha ne acquisiranno il ruolo di difensori e patroni.

Nel XIX secolo si avvia, con il kāyastha Kedarnath Datta, meglio conosciuto con il nome religioso di Bhaktivinoda Ṭhākura (1838-1914), una profonda riorganizzazione di questa corrente religiosa che condurrà, con il figlio di questi, Bimalā Prasād Datta, meglio conosciuto con il nome religioso di Bhaktisiddhānta Sarasvatī (1874-1937), alla fondazione, nel 1920, del Gauḍīya Maṭha, origine delle scuole contemporanee tra le quali spicca, per la sua celebrità, l'ISKCON, fondata da Bhakti Vedānta Svāmī Prabhupāda (1896-1977), il discepolo di Bhaktisiddhānta Sarasvatī divenuto saṃnyāsa nel 1959, che emigrò in qualità di missionario gauḍīya negli Stati Uniti nel 1965.

Dottrine e pratiche cultuali La prima particolarità di questa corrente viṣṇuita è quella di considerare Kṛṣṇa, Dio, la Persona suprema, il Bhagavat e non come una manifestazione o un avatāra per quanto completo(pūrṇāvatāra) di Visnù. Di converso in questo ambito Visnù è interpretato come una manifestazione di Kṛṣṇa.

Lo stesso fondatore di questa corrente viṣṇuita, il mistico bengalese Caitanya, è qui visto come manifestazione plenaria dello stesso Kṛṣṇa unitamente all'eterna paredra del dio, Rādhā. Caitanya è infatti appellato anche come "Gaurāṅga" (sanscrito; lett. "dalle membra bianche" o "dorate") in quanto conserva nel suo essere la manifestazione unita della coppia divina Rādhā-KṛṣṇaQuesta la ragione per cui viene raffigurato con la carnagione chiara e non scura come Kṛṣṇa, cfr. Monier Monier-Williams, Brahmanism and Hinduism, p. 142..

Un'ulteriore particolarità dei gauḍīya-vaiṣṇava è la focalizzazione della devozione per Dio, sulla qualità dei suoi attributi di "dolcezza" (mādhurya), piuttosto che sulla sua "potenza", "signoria" o "opulenza" le quali, da sole, non offrono sufficienti ragioni per amarlo ed essergli devoti.

Per questi devoti viṣṇuiti sono quindi le emozioni relative al rasa (san. s.m. "amore", "piacere", "diletto") che occorre coltivare e manifestare nei confronti di Dio, Kṛṣṇa, nella coppia eterna di Rādhā-Kṛṣṇa e quindi in Caitanya e nel relativo Pañca-tattva (questo celebrato nel Caitanya-caritāmṛta, opera di Kṛṣṇadās Kavirāja, circa 1615), tutte manifestazioni del Bhagavat.

Tale amore "vero", "spirituale", è reso dal termine sanscrito prema ed emula lo stesso amore che le gopī conservano per Kṛṣṇa, e tale sentimento non va inteso come "amore carnale", "desiderio carnale", indicato con il termine sanscrito kāma, il quale mira a un soddisfacimento egoico, poiché, a differenza del primo, questo conduce a una condizione miserevole Edward C. Dimock, Jr., The Place of the Hidden Moon: Erotic Mysticism in the Vaisnava-Sahajiya cult of Bengal. Chicago, University of Chicago Press, 1966/1989, p.16..

La pratica cultuale e quotidiana per realizzare questa devozione, intima e passionale corrisponde alla recitazione quotidiana dei "santi nomi" di Dio (nāmasmaraṇa), al loro canto devozionale e danzato pubblico (nāmasaṃkīrtana), ai canti degli inni dei mistici della scuola (questi per lo più in lingua bengali), alla visualizzazione devozionale, passionale e meditativa delle forme divine (rāgānuga-bhakti).

Da tener presente che se l'insegnamento di Kṛṣṇa ad Arjuna nella Bhagavadgītā consiste nel sollecitare l'uomo ad essergli devoto e compagno, quindi ad imitarlo, qui tale insegnamento si allarga a un contesto di diverse relazioni con Dio che includono anche nel considerarlo un proprio figlio e quindi donare a lui quello che si dona a un figlio a cui si è particolarmente attaccati. Ma la relazione considerata più alta è quella condivisa tra le gopī, le mandriane innamorate di Dio, Kṛṣṇa. Nelle teologie viṣṇuite le gopī rappresentano le anime individuali desiderose di riunirsi con la divinità e quindi corrispondere alla loro natura autentica. Il rapporto tra Kṛṣṇa e le gopī intende quindi essere la metafora della relazione tra ciò che è divino e ciò che è umanoDavid Kinsley, Hindu Goddesses: Visions of the Divine Feminine in the Hindu Religious Tradition, University of California Press, 1988, p.88. E l'amore spirituale, e adultero, delle gopī, e tra queste segnatamente di Rādhā, verso Dio, viene reso come la metafora dell'amore più elevato, perché solo l'amore tra gli amanti che nulla si devono l'un l'altro, a differenza di quello coniugale mediato per mezzo di un accordo, è inteso come il più puroDavid Kinsley, Hindu Goddesses: Visions of the Divine Feminine in the Hindu Religious Tradition, University of California Press, 1988, p.89..

Inoltre gli amanti, a differenza dei coniugati, sperimentano lo struggimento per la separatezza (viraha, s.m. sanscrito) e maggiore è il viraha, maggiore sara quindi il prema per Dio Edward C. Dimock, Jr., The Place of the Hidden Moon: Erotic Mysticism in the Vaisnava-Sahajiya cult of Bengal. Chicago, University of Chicago Press, 1966/1989, p.17.. E la gopī già sposata (paroḍhā) ha molto di più da perdere di una gopī nubile (kanyakā), quindi il suo prema è certamente più intenso.

Se Kṛṣṇa in questo contesto è considerato come Dio, la Persona suprema, il Bhagavat, Rādhā è qui considerata la sua hlādinī śakti ovvero la sua "potenza di beatitudine", di "piacere", di "gioia". Rādhā non è quindi diversa da Kṛṣṇa se non per il fatto che rappresenta la sua "potenza" quando egli è il "potente". E il mistico Caitanya diviene, sempre in questo contesto, lavatāra di Kṛṣṇa nell'era del kaliyuga, incarnando egli stesso anche la "potenza" di Dio ovvero Rādhā. Allo stesso modo i suoi eterni compagni, i componenti del Pañca-tattva, rappresentano vari attributi e manifestazioni della divinità.

Anche sul piano umano, ognuno di noi contiene la coppia Rādhā-Kṛṣṇa nel suo mondo spirituale, con una maggiore presenza dell'aspetto di Kṛṣṇa per gli uomini, di Rādhā nelle donne: l'obiettivo mistico e ultimo è il loro incontro interiore, la sperimentazione della doppia e completa gioia spirituale Edward C. Dimock, Jr., The Place of the Hidden Moon: Erotic Mysticism in the Vaisnava-Sahajiya cult of Bengal. Chicago, University of Chicago Press, 1966/1989, p.15-16..

Tra il XVII e il XVIII secolo sembra che questo approccio erotico-mistico abbia condotto anche a delle pratiche sessuali ritualizzate«For a period in the 17th and 18th centuries more physical practices, involving ritualized sexual intercourse, also seem to have been employed.» cfr. qui, in Oxford References..

A fronte di questa deviazione dai principi religiosi intervenne, nel XIX secolo, la riforma di Bhaktivinoda Ṭhākura (1838-1914), tesa a riorganizzare, nell'ortodossia, dottrine, pratiche religiose e culti.

La teologia dei gauḍīya Dio, la Persona suprema, il Bhagavān, è Kṛṣṇa/Viṣṇu, anche indicato come Nārāyaṇa per la sua primigenia signoria. In quanto Hari è il Tutto (aṃśa) e contempla in sé i sei attributi divini (ṣaḍguṇas): aiśvarya ("maestà"), vīrya ("potenza"), yaśas ("gloria"), śrī ("splendore"), vairāgya ("distacco"), jñāna ("conoscenza").

Egli è un puro Essere (śuddhasattva) ed è inconcepibile (acintya). Dispone degli attributi di sat (essere), cit (coscienza) e ānanda (beatitudine). È nirguṇa in quanto non condizionato dai guṇa, ma al contempo è anche saguṇa in quanto è onnipotente, onnisciente, onnipervadente, queste due qualità sono tra loro collegate per mezzo della sua svarūpasambandha (lett. caratteristica propria, svarūpa, di collegarsi, sambandha).

Fondamento del mondo e di tutte le cose è Dio: egli ne è la causa materiale (la "materia" è l'energia inferiore di Dio, aparāśakti o avidyāśakti, di per sé non modificabile, nimitta) nonché la causa efficiente (la "genesi" dell'universo avviene per mezzo dell'energia superiore di Dio, parāśakti).

Da questo, procede lo schema triplice delle "energie divine" (śakti) che sono la svarūpabhūtā (natura propria) di Dio: l'energia "interna" (antaraṅgaśakti) che comprende i tre aspetti propri del Bhagavān: la sua eternità (sat) che si manifesta per mezzo della sandhinīśakti, la sua onniscienza (cit), che si manifesta per mezzo della saṃvitśakti, e, infine, la sua beatitudine (ananda) che si manifesta per mezzo della hladinīśakti; l'energia "esterna" (bahiraṅgaśakti o māyāśakti) che corrisponde al mondo fenomenico della materia, il saṃsāra, luogo di sofferenze per gli esseri viventi, gli jīva, qui incatenati, ma anche luogo per gli stessi di sperimentare l'alienazione e quindi il sentimento di separazione (viraha) da Dio, dalla sua antaraṅgaśakti, unico luogo per loro di autenticità;