Biografia Nativo di Casale Monferrato, dopo aver conseguito il diploma di liceo classico, si è laureato in scienze politiche con 110/110 e lode e dignità di stampa presso l'Università degli Studi di Torino, con una tesi in Storia moderna e contemporanea intitolata La Resistenza in provincia di Alessandria (1943-1945) (relatore Guido Quazza), il 16 luglio 1959.Dati desunti dai documenti posseduti dall'Archivio storico dell'Università di Torino Il lavoro gli procurò il «premio Einaudi» (la tesi fu poi pubblicata da Laterza nel 1967). Durante gli anni universitari, Pansa fu anche allievo di Alessandro Galante Garrone, il quale lo indirizzò per primo verso gli studi storici sulla seconda guerra mondiale e sulla Resistenza italiana.
Vita privata Dal primo matrimonio, con Lidia Casalone, è nato nel 1962 un figlio, Alessandro, ex amministratore delegato di Finmeccanica, morto l'11 novembre 2017, all'età di 55 anni. In seconde nozze Pansa ha sposato la scrittrice Adele Grisendi con la quale conviveva dal 1989.
È deceduto il 12 gennaio 2020 a Roma all’età di 84 anni a causa di una diverticolite. Il suo archivio, contenente sia materiale relativo alla sua attività di scrittore sia a quella di giornalista, è stato donato nel 2021 al Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell'Università di Pavia.
Carriera giornalistica
Dagli esordi alla rottura con l'Espresso Nel 1961 entrò nel quotidiano torinese La Stampa. L'elenco delle sue collaborazioni è il seguente:
Con quotidiani 1961Dal 1º gennaio 1961 al giugno 1962 Pansa fece il praticantato.-1964: La Stampa (direttore Giulio De Benedetti). Uno dei suoi servizi più noti del periodo fu sul disastro del Vajont;Pansa scrisse un reportage da Longarone che iniziava con la frase: «Scrivo da un paese che non esiste più». 1964-1968: Il Giorno (direttore Italo Pietra), si occupò delle cronache dalla Lombardia; 1969-1972: La Stampa, inviato da Milano (direttore Alberto Ronchey). Scrisse per il quotidiano torinese sulla strage di piazza Fontana; 1972-1973: Il Messaggero di Roma come redattore capo (direttore Alessandro Perrone); 1º luglio 1973 - ottobre 1977: inviato speciale per il Corriere della Sera (direttore Piero Ottone). Durante il periodo al Corriere Pansa scrisse con Gaetano Scardocchia l'inchiesta che contribuì a svelare lo scandalo Lockheed; novembre 1977-1991: La Repubblica, inviato speciale (direttore Eugenio Scalfari). Nell'ottobre 1978 assunse la vicedirezione. Riprese a scrivere per il quotidiano romano nel 2000 come editorialista;
Con settimanali 1983-1984: crea la rubrica «Quaderno italiano» su Epoca (direttore Sandro Mayer); 1984-1987: crea la rubrica «Chi sale e chi scende» su L'Espresso (direttore Giovanni Valentini); 1987-1990: crea la rubrica «Bestiario» su Panorama, (editore Mondadori, direttore Claudio Rinaldi, Pansa fu condirettore), divenuta celebre per il racconto senza ipocrisie del malcostume nazionale; 1991- settembre 2008: il «Bestiario» prosegue su L'Espresso (direttore Giulio Anselmi, poi Daniela Hamaui, Pansa fu condirettore).
Nella carriera di Pansa hanno avuto un ruolo preponderante i giornali del Gruppo L'Espresso (la Repubblica e L'Espresso), coi quali Pansa ha collaborato (non ininterrottamente) dal 1977 al 2008. Negli anni della sua collaborazione alla Repubblica, Pansa fu tra i rappresentanti della linea editoriale vicina alla sinistra di opposizione, senza risparmiare critiche anche al Partito Comunista Italiano. A la Repubblica ed al suo fondatore Pansa ha dedicato anche un libro: "La repubblica di Barbapapà", dal soprannome che la redazione del giornale aveva dato a Scalfari, il ritratto, tra le tante cose, mette in luce i difetti del fondatore di Repubblica: faziosità politica ed estrema autostima, dall'altra i suoi pregi: genialità e completa dedizione al lavoro.
Abile cronista politico, è considerato un "caposcuola" del giornalismo della prima repubblica; attento osservatore dei fatti e dei personaggi, partecipava ai congressi politici armato di taccuino e binocolo da teatro, ed era solito arrivare tra i primi in tribuna stampa.
Dopo la strage di piazza Fontana realizzò una preziosa opera di "controinformazione" che contribuì a smascherare le bugie delle autorità sulla strage, tuttavia si tenne lontano dalle campagne più virulente rifiutandosi, ad esempio, di firmare il manifesto contro il commissario Calabresi. È stato, inoltre, uno dei primi giornalisti di sinistra a riconoscere negli anni di piombo che "le Brigate Rosse erano rosse". Per la sua attività di giornalista, insieme al collega e amico Walter Tobagi, finì nel mirino delle stesse Brigate Rosse, che tuttavia scelsero di colpire quest'ultimo e non Pansa.
Sono note, inoltre, alcune sarcastiche definizioni e neologismi che Pansa ha dedicato ai politici ed ai partiti italiani: "Parolaio rosso" per Fausto Bertinotti, "Dalemoni" allusiva al cosiddetto "inciucio" tra Massimo D'Alema e Silvio Berlusconi ai tempi della Bicamerale, "Balena Bianca" per la Democrazia Cristiana in riferimento alla capacità di uscire indenne da "mille battaglie" del partito come la balena del romanzo di Herman Melville, "truppe mastellate" per indicare i fedelissimi di Clemente Mastella derivando l'espressione da "truppe cammellate", "elefante rosso" per il Partito Comunista Italiano, "coniglio mannaro" per Arnaldo Forlani. Pansa non fu tenero neanche con i colleghi giornalisti: nel 1980 scrisse su La Repubblica un articolo titolato «Il giornalista dimezzato», nel quale stigmatizzava il comportamento, da lui giudicato ipocrita, dei colleghi che, a suo dire, "cedeva[no] metà della propria professionalità al partito, all'ideologia che gli era cara e che voleva[no] comunque servire anche facendo il [proprio] mestiere".
Periodo 2008-2020 Il 30 settembre 2008, trovandosi in contrasto con la linea editoriale, lasciò il Gruppo Editoriale L'EspressoGiampaolo Pansa, Carta straccia, 2011 (pp. 299-300).. Da allora ha scritto sui seguenti giornali:
ottobre 2008 - dicembre 2010: Il Riformista (direttore: Antonio Polito); settembre 2009 - luglio 2016: Libero, dove nel gennaio 2011 ha portato il «Bestiario» (direttore Maurizio Belpietro prima e Vittorio Feltri poi); settembre 2016 - giugno 2018: La Verità (quotidiano fondato e diretto da Belpietro); novembre 2018 - agosto 2019: Panorama (settimanale diretto da Maurizio Belpietro); agosto 2019 - gennaio 2020: The Post Internazionale (quotidiano online fondato e diretto da Giulio Gambino); settembre 2019 - gennaio 2020: Corriere della Sera (direttore: Luciano Fontana).
Nel 2018 interrompe la collaborazione con La Verità in contrasto con la linea editoriale del giornale, commentando così le proprie dimissioni: "Non mi piaceva questa deriva leghista. Anzi, più che leghista direi proprio salviniana".
Romanzi e saggi storici La sua attività ha avuto come principale interesse la Resistenza italiana, già oggetto della sua tesi di laurea (pubblicata da Laterza nel 1967 con il titolo Guerra partigiana tra Genova e il Po).
Nel 2001 Pansa pubblica Le notti dei fuochi, ambientata tra il 1919 e il 1922, sulla nascita dello squadrismo, la marcia su Roma e i primi anni del regime fascista. Nel 2002 esce I figli dell'Aquila, racconto della storia di un soldato volontario dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana. Comincia poi il «ciclo dei vinti», cioè una serie di libri sulle violenze compiute da partigiani nei confronti di fascisti durante e dopo la seconda guerra mondiale: Il sangue dei vinti (vincitore del Premio Cimitile 2005), Sconosciuto 1945, La grande bugia e I vinti non dimenticano.
Pansa recupera fonti come il neofascista Giorgio Pisanò e Antonio Serena e racconta molte storie personali di cosiddetti "vinti" con metodo già descritto da Nicola Gallerano e in una forma che è stata definita un misto fra romanzo storico, feuilleton e pamphlet per il gruppo delle sue sei opere principali sulla resistenza.
Nel 2011 pubblica Poco o niente. Eravamo poveri. Torneremo poveri, in cui ritrae l'Italia degli umili tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX attraverso la storia dei propri nonni e genitori.
Morte Pansa muore a Roma il 12 gennaio 2020. I funerali si tengono due giorni più tardi presso la Collegiata dei Santi Leonardo e Cassia a San Casciano dei Bagni, al termine dei quali viene sepolto nel cimitero locale.
Critiche storiografiche Nel 2003 Pansa pubblicò Il sangue dei vinti che diede inizio al “ciclo dei vinti”, ovvero una serie di scritti con al centro membri della Repubblica Sociale Italiana oggetti delle violenze partigiane sia durante che dopo la guerra. Il metodo utilizzato da Pansa nella stesura di questi libri apparve subito equivoco agli storici.
Parlando de Il sangue dei vinti, Santo Peli ha criticato il metodo di Pansa, il quale si era prefissato lo scopo «di essere "politicamente scorretto", di dire tutta la verità, nient'altro che la verità [...]» dando vita dunque ad un'operazione di equanimità verso i vinti, de-mitizzazione della Resistenza, scoperta che i feroci e i sadici erano dappertutto. Insomma, mostrare "l'altra faccia della medaglia". Sempre secondo Peli però: «In questa direzione, il lavoro di Pansa non fornisce alcun contributo utile» e «basta la constatazione che nulla di originale, di inedito, vi è nel libro, frutto di un collage di studi precedenti. Collage a volte frettoloso, ma in ogni caso reso possibile proprio dal fatto che questo scabroso tema di ricerca è già stato investigato con una certa ampiezza. Da almeno un ventennio, nessuno storico che si sia occupato di questi temi è stato colpito da anatema o accusato di lesa-resistenza, se ha fatto seriamente il suo lavoro». Sempre secondo Peli quindi: «La novità del libro consiste, e non è un progresso, nel modo in cui l'argomento viene affrontato, e nel tono impressionistico, più utile ad emozionare che a comprendere, che è la cifra stilistica della scrittura, altre volte incisiva ed accattivante, dell'ultimo Pansa. Il risultato è un continuo ondeggiamento fra la nausea, l'orrore del sangue e la constatazione della ferocia di “entrambi i campi”, come se la guerra civile fosse stata tutta una tremenda iattura, una cieca mattanza, invece che una conseguenza di una precisa scelta, compiuta dalla RSI, di schierare l'Italia dalla parte degli occupanti tedeschi e di dare la caccia ai renitenti alla leva, ormai divenuti "antiitaliani"».
Claudio Vercelli ha criticato sia l'impostazione de Il sangue dei vinti, definito: «Libro volutamente irrisolto, se non sospeso, tra il resoconto storico e la narrazione letteraria, incrocia due livelli di espressione occhieggiando al saggio fondato sui riscontri, da un lato, e alla libera ricostruzione dall'altro», sia l'argomentazione di fondo, ossia «quella di una persecuzione organica, gratuita che, si lascia intendere, fu voluta e realizzata sulla scorta non solo dei risentimenti popolari dominanti ma di un progetto politico che, assecondando e facendosi aggio di questi, avrebbe di fatto permesso la costituzione dell’egemonia sulla penisola del Partito comunista di Togliatti», ribadendo che: «Chi conosce la storia di quegli anni non può che dissentire, e di molto, da una interpretazione degli intendimenti dei protagonisti di allora resa in tali termini. Ma va detto, ancora una volta, a scanso di equivoci, che tale tesi, al limite della caricaturalità, non è inedita poiché mutuata anch’essa, nella impostazione come nei paradigmi di fondo, dalla stessa pubblicistica neofascista».