La miniera di Salgemma di Lungro (Salina in lingua arbëreshe) ha rappresentato per millenni la più grande ricchezza di quasi tutta la piana di Sibari. Il sale veniva esportato in tutta la Calabria, in parti dell'Italia e fino in Europa. Tanti furono i lavoratori che calpestarono i circa 2000 gradini che ogni giorno bisognava percorrere per scendere in miniera.

Storia Periodo antico Difficile stabilire l'età di formazione e i primi processi estrattivi; per molto tempo si credette che una delle prime attestazioni della presenza del sito minerario fosse da attribuirsi a Plinio il Vecchio, il quale, nella sua opera Naturalis historia, per la prima volta ne avrebbe fatto cenno; tuttavia questa ipotesi non ha mai trovato realmente riscontri certi poiché lo storico latino riportava nello scritto la presenza di "cristalli balbini" senza aver fatto cenno della miniera. Nonostante ciò più volte sono stati rinvenuti reperti che collocherebbero come prima era di utilizzo del giacimento salifero epoche preistoriche. I Sibariti e i Romani intensificarono l'estrazione ed il commercio del salgemma, la pietra di sale. Successivamente, i normanni utilizzarono il sale di Lungro e diedero inizio alle "vie del sale" che percorrevano i sentieri del parco nazionale del Pollino fino ai monti dell'Orsomarso.

Secondo quanto scritto da Vincenzo Padula invece «la prima galleria è un modello di greca architettura. Si conobbe dunque sotto i Greci».

Periodo medievale Dal 1100-1200 la miniera cambiò spesso "padrone" fino a quando Federico II di Svevia fissò per la prima volta il prezzo del sale e sfruttò il sito maggiormente rispetto ai precedenti proprietari. A metà del Duecento presero possesso del sito in successione Guglielmo Pallotta, Umberto de Aurelianis, Adalgisa d'Artus.

Nel 1308 Filippo Sangineto, delegato dal re Roberto d'Aragona, divenne conte della contea di Altomonte. A metà del Quattrocento presero possesso della miniera i Sanseverino, poco dopo l'insediamento albanese a Lungro, e ciò comportò uno sfruttamento maggiore del sito e una manodopera crescente.

Periodo borbonico Nel periodo sette-ottocentesco aragonesi, spagnoli, borboni, francesi e nuovamente borboni si alternarono il possesso del giacimento.

Il primo regolamento si ebbe nel 1811 grazie ad un ingegnere, precisamente quando il sito passò nelle mani del demanio. Sotto il governo del re di Napoli, Gioacchino Murat, ci fu una svolta importante per le sorti del sito: per la prima volta cambiavano le condizioni degli operai e la cura del sito stesso ponendo termine all'estrazione sfrenata; venne costruito un primo edificio dove «all’inaugurazione, si racconta, presenziò lo stesso Murat che, dal balcone del nuovo edificio, assistette alla celebrazione di un matrimonio (martesa) secondo la tradizione albanese, rimanendo affascinato sia dal rito bizantino sia dagli splendidi costumi delle donne. Ai fortunati sposi, come regalo, assegnò otto carlini al mese».

Il governo borbonico nel 1821 diede ordine di una ricognizione per comprendere se il sito poteva ancora essere utile o meno. Nel 1825 vennero aggiunti dei piccoli accorgimenti significativi: creazione del pozzo Galli (di 81 metri) per la circolazione dell'aria e l'opportuno scolo delle acque.

Nell'aprile 1833 si registra anche la visita personale del re del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II delle Due Sicilie.

Nel 1835 venne in visita il geologo Leopoldo Pilla il quale considerò il sito, per estensione, uno dei più grandi del globo. Della miniera disse: «Messo una volta piede nel deposito salino non si vedea altra cosa che sale infino al punto più basso della miniera» anche perché ai suoi gli si presentò la situazione di una miniera di quattro piano con ampie ma disordinate gallerie.

Periodo risorgimentale Altri lavori furono eseguiti nel 1850 per merito dei dirigenti: pilastri consolidati e vuoti riempiti con materiale di risulta, ma la novità più importante fu il cambio di denominazione. È di quegli anni, infatti, a seguito del cambio delle circoscrizioni la nomenclatura "Salina di Lungro" (al posto dell'ex "Miniera di Altomonte")

L'apporto dei salinari e di tutta la popolazione Lungrese all'Unità d'Italia è stata imponente, Lungro è infatti "Città del Risorgimento". Circa duecento minatori il 27 giugno 1848 fecero saltare il ponte Cornuto (Campotenese) contro le repressioni borboniche.

Con l'introduzione della polvere nel 1871 si ridussero i tempi di estrazione ed aumentò la produzione attraverso l'utilizzo delle mine. Nel 1880 la produzione raggiunse 60.000 quintali di sale annui e nel 1882, 73.000 (tanto che la miniera contava 400 operai e 30 lavoratori per l'indotto). Nel 1881 fu l'ingegnere Bellavite a migliorare le condizioni del sito che stava per essere destinato alla chiusura per la scarsa ventilazione: con un nuovo pozzo (realizzato nel 1883) di 250 metri collegò tutti i piani (il primo "Via dei Plinii" a 77 metri di profondità, il secondo "Speranza Terza" a 103 metri, "Magliani" a 150 metri e "Garibaldi" a 200 metri) e risolse i problemi di aerazione; fu in quel periodo che vennero introdotti strumenti meccanici ad aria compressa.

Scrisse il geologo Torquato Taramèlli nel 1880:

Periodo chiusura

All'inizio del Novecento ebbe inizio il declino del giacimento di Lungro, lo Stato infatti aveva già deciso per l'economicità del sale marino siciliano. Venne utilizzata la tecnica della "morte lenta", ovvero lo sfruttamento sempre minore del giacimento sino al pensionamento di tutti gli operai, senza licenziamenti ma senza assunzioni.

Prospettando infatti una situazione in decadimento gli operai già nel 1889 costituirono la "Cooperativa di consumo", versando una lira a testa con l'intento di eliminare gli "intermediari" nella vendita del sale; nonostante un modesto capitale di sole 3.000 lire iniziale la società venne avviata ma in pochi mesi boicottata e fallita tanto da creare tra gli stessi operai rabbia e malcontento.

Le condizioni degli operai non migliorarono (il rischio di crolli era costante) tanto che non fu nemmeno realizzato un ascensore per evitare la discesa e la risalita degli operai per oltre duemila gradini, ma non migliorarono nemmeno le infrastrutture: non venne realizzata la strada che avrebbe congiunto Lungro e Spezzano Albanese Terme tanto da relegare la cittadina arbëreshë ad un continuo isolamento avendo a disposizione un'unica strada dai forti pendii e a elevato rischio frana.

Nel 1901 venne creata la "Società Operaia Salinaia di Mutuo Soccorso”; i suoi scopi erano sussidi per malattia, per pensioni di vecchiaia o cronicità; il vero scopo della società era anche quello di creare un luogo di dibattito politico ed un punto di riferimento per l’organizzazione delle lotte. Anche questa società fu ben presto boicottata ma questa volta dalla direzione centrale che optò anche per licenziamenti; le condizioni dei lavoratori erano così precarie che il loro contratto era fermo a quello del 1802! A causa di uno di questi licenziamenti i salinari organizzarono il primo sciopero nel 1903 arrivando alla vittoria e consentendo il reintegro di un operaio; a quella manifestazione parteciparono circa 250 unità e risultò storica per il movimento operaio nella provincia di Cosenza.

Nel 1921 l'attività era già in diminuzione: gli operai solo 152 più 19 di "indotto" e la produzione di circa 4.900 tonnellate era imparagonabile con le 35.000 tonnellate delle miniere siciliane; venivano utilizzati tre motori elettrici per una potenza di 145 cavalli vapore e di un motore a petrolio per una potenza di 80 CV.

La salina ebbe momenti altalenanti fino alla fine degli anni cinquanta quando il numero degli operai salì a 191 (nel 1959). Il governo centrale dagli anni sessanta si disinteressò della miniera (nonostante le tante interrogazioni parlamentari, più che per la difesa della miniera per la difesa del lavoro degli oltre 300 dipendenti, tra tutte quelle dell'on. Giuseppe Mario Militerni) lasciando così il giacimento ad una lenta agonia.

Nel 1968 gli operai resteranno solo 69 (l'organico totale decimato dai 307 dipendenti del 1958 ai 174 del 1968), nessuna nuova galleria, sistema di accesso mai rinnovato (tra salita e discesa si perdevano ben 2 delle 8 ore lavorative poiché vi erano oltre 2.000 gradini da scendere e salire): il processo tecnologico non sfiorò mai la miniera di Lungro, "l’unico ammodernamento fu in pratica l’installazione di due locomotori che di fatto evitarono il lavoro pesante di tre operai in galleria, rimanevano però sempre gli operai impegnati a spingere i carrelli. Erano stati installati inoltre nei cantieri dei nastri trasportatori per sostituire il “leggendario” sacco a spalla, ma le condizioni di lavoro in miniera rimanevano le stesse, in quanto gli operai dovevano costantemente spostare quei nastri nei cantieri, perché altrimenti, a sera, con gli spari delle mine rimanevano distrutti dal materiale caduto". Venne abolito l'impianto di macinazione e spostata la raffineria (già nel 1952); il governo si preparò alla chiusura mandando dei tecnici per le ultime relazioni che segnalavano ancora importanti filoni di minerale ma veniva tuttavia consigliata la chiusura come scelta più vantaggiosa.

La miniera utilizzava un gruppo elettrogeno diesel donato dalla Regina Margherita di Savoia che lo aveva fatto trasferire da Trieste ma era vetusto, spesso in riparazione e quello di riserva insufficiente; anche l'argano era ormai pericoloso, come gli edifici e la stabilità del sito causa l'abolizione della squadra manutentiva. Sul finire degli anni '60 la condizione della salina era realmente ridotta al lumicino, tuttavia proprio allora la lotta si intensificò: nasce la Commissione o Comitato Pro-Salina.

La Commissione Pro-Salina guidata dal presidente nominato all'unanimità, il sindaco Angiolino Bellizzi, nata il 18 ottobre 1967 organizza convegni-studio, invia lettere e, in ultima battuta, organizza un grande sciopero. Lo sciopero per la salina di Lungro (il più importante nella storia del sito e della zona) avvenne il 22 gennaio 1969 dove la popolazione lungrese unitamente al circondario lottò aspramente per il mantenimento e il miglioramento del sito. In quella giornata sin dalle prime luci dell'alba manifestanti bloccarono il trasporto pubblico (poi proseguito con notevole ritardo) e furono costretti ad intervenire i Carabinieri locali. Si conteranno oltre 1500 manifestanti in un clima gelido tra vento e neve, dalla mattina con comizi in piazza Casini (dal professore Scaglione per il comitato sino ai sindacalisti Giudiceandrea e Caracciolo di CGIL e CISL) sino alla sera dove in assemblea nel municipio cittadino vennero scritte le prime istanze per sopperire alla "morte lenta" del sito minerario:

l’allestimento di una squadra idonea per stabilire l’entità dell’attuale giacimento; il ripristino delle condizioni di lavoro all'interno della salina; il ripristino degli impianti di macinazione, di raffinazione e di impacchettamento del sale; la valorizzazione del minerale, che pure era richiesto in maniera esclusiva tanto dalla popolazione del meridione (nel periodo invernale la gente comprava al mercato nero il sale a 600 lire il Kg., per il problema della macellazione dei suini), tanto da qualificate industrie farmaceutiche ed alimentari come l’Arrigoni, la Liebig, la Carlo Erba, la Pavesi le quali si fornivano, direttamente in salina; il miglioramento delle attrezzature tecniche della miniera specie per quanto riguardava l’incolumità degli operai; un’equipe di tecnici che studiasse un sistema idoneo per lo sfruttamento delle barde.