Al momento della sua morte era l'ultimo superstite dei senatori del Regno d'Italia.
Gli anni giovanili Nato a Oreno (oggi frazione di Vimercate) e sesto di otto figli, ha origini patrizie: suo padre Gian Carlo (Pisa, 17 febbraio 1854 - Milano, 15 maggio 1927) è principe di Molfetta e conte di Candia, mentre sua madre è Maria Luisa Melzi d'Eril, figlia di Giacomo dei duchi di Lodi e di Giuseppina Barbò dei conti di Casalmorano (Balerna, 21 gennaio 1856 - Milano, 7 febbraio 1937). Tommaso Gallarati Scotti è suo fratello primogenito.
Negli anni giovanili, Gian Giacomo cresce nella Milano che fa esperienza della libertà dopo la lunga dominazione austriaca. Il ceto che conta in città è unito nelle vedute economiche mentre è diviso in fazioni a livello politico. Egli cresce fra la famiglia paterna che è al vertice della fazione clericale, quella denominata del “mondo nero” che coltiva un forte senso di fedeltà alla Chiesa e la famiglia materna, al vertice della fazione liberale della città, quella del “mondo bianco” la quale nutre simpatie e ammirazione per Casa Savoia e i fatti dell’epoca risorgimentale.
Per volere materno, la formazione scolastica viene impartita dall'Istituto Bognetti Boselli di Via dei Bossi e quella spirituale viene affidata a un giovane sacerdote nativo di Desio: Don Achille Ratti, il futuro pontefice Pio XI.
Laureatosi in Giurisprudenza, nel 1911, all'Università degli Studi di Genova, l'anno successivo avvia una brillante carriera diplomatica nelle colonie italiane. Si sposa, nel 1927, con Ida Mocenigo Soranzo (Venezia, 21 ottobre 1898- Venezia, 23 dicembre 1969), nobildonna veneziana e dall'unione nascono quattro figlie femmine: Cecilia (1928), Carla (1929), Maria Luisa (1931) e Maria Letizia (1935).
Carriera diplomatica e politica Nel 1912 partecipa al primo concorso per funzionari del neonato ministero delle Colonie. Superato il concorso, viene nominato Vicecommissario regionale e destinato a Cheren in Eritrea, primo incarico della sua ventennale carriera diplomatica. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruola volontario come Ufficiale nei Lanceri di Novara quindi, a conflitto ultimato, torna a Cheren per poi essere promosso Commissario regionale e trasferito a Tobruk in Libia. Nella Cirenaica fa esperienza del fuoco nemico: un gruppo di ribelli libici, attacca la spedizione organizzata per raggiungere l'oasi di Giarabub, qui viene colpito da tre proiettili che lo raggiungono al braccio sinistro; braccio che gli viene amputato nei giorni successivi all'ospedale di Derna.
Tornato in Italia, per un lungo periodo di convalescenza, il 12 luglio 1926 viene chiamato alla carica di podestà di Oreno (all'epoca ancora comune indipendente). Nel discorso di insediamento risulta interessante il passaggio in cui si augura che l’agricoltura possa prosperare «sotto forma più evoluta e moderna» e che anche la «piccola industria che è corollario prezioso» porti vantaggio generale, dato che la sola terra «non è sufficiente a dar pane a tutta la popolazione». Questo significa che Gian Giacomo, nel 1926, capisce che la società non si può più basare solo sulla coltivazione della terra ma, al tempo stesso, intuisce i pregi e i pericoli dell’industrializzazione: preziosa per dare dignità e lavoro alla gente e devastante per l’ambiente che la ospitaArchivio comunale di Vimercate, fascicolo 1926 NS 148 1611 - Nomina podestà Gian Giacomo Gallarati Scotti - discorso insediativo del podestà pronunciato il 21/07/1926. Con il 1929, Oreno viene aggregato al confinante Comune di Vimercate. Pochi giorni prima, il 28 dicembre 1928, Pietro Badoglio, viene nominato governatore della Tripolitania e Cirenaica e vuole Gian Giacomo con sé in Libia, come capo del gabinetto diplomatico. Carica che accetterà e ricoprirà sino al dicembre 1933 concludendo la sua carriera diplomatica con il titolo onorifico di Segretario generale del ministero delle Colonie.
Il 24 febbraio 1934 su proposta di Bruno Fornaciari, all'epoca prefetto di Milano, viene nominato dal Re, senatore del Regno; il relatore della sua nomina è Maurizio Gonzaga. L'anno successivo viene nominato podestà di Vimercate mantenendo la carica fino al 7 marzo 1938, quando viene nominato podestà di Milano, nonostante suo fratello maggiore Tommaso Gallarati Scotti, ambasciatore italiano a Madrid (1944-1946) e a Londra (1946-1949) nel dopoguerra, fosse un noto antifascista.
Sia a Palazzo Madama sia a Palazzo Marino svolge attività prettamente amministrativa, non cedendo a esaltazioni o fanatismi. A Roma riesce a stilare l'elenco degli animali per cui è vietata l'uccisione nel Testo Unico della Caccia del 1939 e fra questi, inserisce l'orso bruno delle Alpi, primo caso di animale feroce che viene protetto. A Milano riesce a portare a termine la rivisitazione del centro storico, fa edificare l'Arengario di Piazza Duomo, oggi sede del Museo del Novecento, acquista per conto del Comune quattro cascine ancora oggi di proprietà del Comune di Milano, una su tutte, la Cascina San Romano che con i suoi 120 ettari di parco è conosciuta dai milanesi come il "boscoincittà".
Dopo il 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini, il nuovo capo del Governo Pietro Badoglio, stabilisce la sostituzione dei podestà delle principali città d'Italia. Il 16 agosto, su invito del Prefetto, si dimette e viene sostituito da un commissario prefettizio. Come quasi tutti i senatori del Regno, viene sottoposto a processo per collaborazionismo col fascismo; inizialmente condannato, viene assolto in Cassazione.
Con la nascita della Repubblica Italiana, Gian Giacomo si ritira dalla politica attiva concentrando le energie verso la sensibilizzazione dell'opinione pubblica circa il concetto di antropocene, ovvero la messa al centro dell'uomo nell'era geologica che stava e che tutt'ora stiamo vivendo. Con tenacia e determinazione ha perseguito il progetto di istituire il Parco Naturale Adamello Brenta, habitat naturale dell'orso bruno delle Alpi e ha sostenuto la protezione del plantigrado con la fondazione dell'Ordine di San Romedio, un'associazione che aveva l'obiettivo di divulgare politiche ambientali e intervenire per la protezione dell'orso.
Se è vero che negli anni del dopoguerra ha concentrato gli sforzi per la missione naturalistica, è altrettanto vero che ha continuato a svolgere incarichi e mansioni che lo hanno ancora visto protagonista della vita milanese: ha fatto parte del Consiglio della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, dal 1961 al 1965 è stato presidente del Circolo dell'Unione e nel 1963 è stato presidente del comitato esecutivo della Permanente.
Nel 1978, premiando l'immutato slancio creativo e propositivo che ha contraddistinto la sua attività naturalistica, Fulco Pratesi, l'ha voluto nel Comitato d'onore dell'Associazione WWF Italia.
Nel 1982, viene insignito dall'ex Re Umberto II del Collare della Santissima Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia.
Muore nella sua dimora veneziana il 4 gennaio 1983, a 97 anni, ultimo superstite dei senatori del Regno d'Italia.
La tutela dell'orso bruno prima e durante la Seconda Guerra Mondiale
Sin da ragazzo nutre una predilezione per la figura del padre Gian Carlo, abile cacciatore ma, soprattutto, esperto naturalista, che nella vita ha avuto occasione di esplorare sia in Europa sia in Africa, per motivi legati allo studio e alla caccia. Memorabili risultano i viaggi in Eritrea e in Lituania.
Nel 1924, durante un permesso dalla missione diplomatica, organizza un soggiorno sulle Dolomiti per fare escursioni. Non è solo, fra i sentieri viene accompagnato da un esemplare di giovane leopardo proveniente dall'altopiano eritreo di Mària Neri. Un eccentrico fatto che narrerà, avanti negli anni, scrivendo: «assicuro che la bella e maculata bestiola, che balzava tra i massi di Pataseos e di Val Nembino, era inaspettata, ma non sempre gradita visione ai passanti!G. G. Gallarati Scotti, Gli ultimi Orsi bruni delle Alpi, Trassini, Vimercate 1962». Supportato dai legami instaurati con molti valligiani durante le numerose villeggiature a Madonna di Campiglio, Gian Giacomo si rende conto dello spopolamento dell'orso bruno dovuto alla caccia intensificata sia per fame sia per venderne la pelliccia, soprattutto, durante il primo conflitto mondiale.
A seguito della perdita del braccio sinistro durante un conflitto a fuoco subito in Libia, deve interrompere la carriera diplomatica per trascorrere un periodo di convalescenza in Italia. Approfitta della situazione per affinare gli studi naturalistici, approfondendo soprattutto, la figura dell'orso bruno delle Alpi e i luoghi che abita. Si rende conto che la sopravvivenza dell'animale è indissolubilmente legata alla salvaguardia dell'ambiente in cui vive: l'orso ha bisogno di grandi spazi dove poter essere libero di procurarsi il cibo e di riprodursi. Gian Giacomo, vedendo quanto l'equilibrio biologico sia compromesso, vuole intervenire e così, nel 1928 scrive un rapporto «inteso ad ottenere dal Governo Nazionale misure protettive nella zona Adamello-Brenta, istituendo un parco nazionale che potrà chiamarsi di Madonna di Campiglio». Cataloga la documentazione in suo possesso ed elenca le persone che potrebbero prodigarsi per la causa. Stila una proposta di istituzione del parco e la invia al veneziano conte Alessandro Marcello, membro della sezione veneta della Società Botanica Italiana, per far sì che venga vagliata dall’assemblea e si possa sperare in un’eventuale adesione alla sua domanda presso il ministero dell’Economia nazionale. Il 25 giugno 1928 il conte Marcello ottiene l'approvazione dall’assemblea. Inoltre, trova l'appoggio di tre onorevoli, i senatori Cesare Nava, Giuseppe Castiglioni e Gilberto Borromeo. Nava si spende affinché la domanda arrivi sulla scrivania di Alessandro Martelli, l’allora ministro dell’Economia nazionale e con lettera del 15 dicembre 1928, comunica a Gian Giacomo di aver «consegnato e illustrato a S.E. Martelli, ministro per l’Economia nazionale, la domanda relativa al Parco Nazionale di Madonna di Campiglio». La missiva continua informandolo che «il ministro accolse assai fervidamente la proposta e mi propose che l’avrebbe personalmente studiata» ma, dopo questo promettente andamento, il progetto si interrompe.
Il 1935 è un anno particolare per la salvaguardia dell'orso bruno delle Alpi; Guido Castelli, un autodidatta, dipendente del Museo tridentino di scienze naturali, pubblica il libro L'orso bruno nella Venezia Tridentina, un'opera che, oltre a essere un saggio di qualità, ha il pregio di aver risvegliato l’entusiasmo di un gruppo di persone che hanno voglia di battersi per la causa dell’orso e non solo. Fra questi c’è Fausto Stefenelli, triestino di origine trentina, fondatore insieme a Emilio Comici della Scuola nazionale di alpinismo del Club Alpino Italiano. Presto, ai due, si unisce Gian Giacomo facendo nascere fra i tre amicizia e collaborazione per il raggiungimento del doppio obiettivo: protezione dell'orso e del suo habitat naturale con l'istituzione del Parco Naturale prediligendo lo scopo scientifico.
Fra il 1936 e il 1940 sono numerosi gli articoli che appaiono sui quotidiani e sulle riviste specializzate poiché l'idea di parco a scopo prettamente scientifico non è condivisa da tutti; una fazione, capeggiata dai senatori Carlo Bonardi e Ottorino Carletti prediligono l'istituzione del parco per scopi turistici. Inoltre, fra i trentini, molti intravedono possibili restrizioni e divieti con la nascita della riserva e così si oppongono. Fra questi, il maggior oppositore è Lino Bonomi all'epoca, direttore del Museo tridentino delle scienze naturali.