I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) furono delle formazioni partigiane pluripartitiche, simbolo dell'apporto femminile nella lotta al fascismo.
La loro azione, come suggerito dalla denominazione completa (Gruppi di Difesa della Donna e per l'assistenza ai combattenti della Libertà), fu volta al perseguimento di un duplice obiettivo: la partecipazione attiva nella guerra contro il regime e la «mobilitazione di forze in tutti i ceti e strati sociali» in favore delle «rivendicazioni propriamente femminili»Archivio Centrale Unione Donne in Italia, busta 1, fascicolo 1, sottofascicolo 2. Riunione della Segreteria provinciale dei Gruppi di Difesa della Donna, Milano, 1 gennaio 1944. Storia
Nascita Nacquero a Milano nel novembre del 1943, pochi mesi dopo il CLN, con lo scopo di creare un movimento di massa trasversale, cui donne di ogni ceto sociale, fede religiosa e tendenza politica potessero unirsi, sempre entro i limiti della clandestinità. A firmare l’atto costitutivo furono Giovanna Boccalini, Giulietta Fibbi e Rina Picolato, del Partito Comunista; Laura Conti e Lina Merlin, del Partito Socialista ed Elena Fischli Dreher insieme ad Ada Gobetti, attiviste del Partito d’Azione.
L’intento fu quello di dar vita ad un’organizzazione che si fondasse sul legame sociale che univa tutte le donne «nella volontà di affermare una nuova dignità femminile»Bianca Guidetti SERRA e Santina MOBIGLIA, Bianca la Rossa, Einaudi 2009, p.31, escludendo l’elemento politico dalle qualifiche necessarie per l’adesione ai Gruppi.
Il Programma d’Azione, pubblicato sul foglio di riferimento del movimento “Noi Donne”, si apre infatti con l’esortazione:
«Le donne italiane che hanno sempre avversato il fascismo, che della guerra hanno sentito tutto il peso per i lutti, le case distrutte, i sacrifici e le raddoppiate fatiche, non possono rimanere inerti in questo grave momento»Archivio Digitale UDI, fascicolo C.75/1. Atto costitutivo-programma d'azione dei GDD, Milano, 1 novembre 1943.
L’antifascismo, lo spirito cristiano per alcune e il senso materno furono dunque alcuni dei fattori di coesione che portarono persino donne prive di una formazione politico-ideologica a prender parte a quella che di lì a poco, grazie al confluire di gruppi preesistenti legati al movimento Giustizia e Libertà (come quello di Ada Gobetti), sarebbe stata definita dal CLN un’«organizzazione unitaria di massa che agisce nel quadro delle proprie direttive» come pure «la sola organizzazione femminile in lotta contro il nazi-fascismo»Archivio Fondazione Gramsci Emilia Romagna (Iger), Fondo Triumvirato Insurrezionale Emilia Romagna, sezione Direttive, busta 1, fascicolo 9; Il Comitato Nazionale dei «Gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai Combattenti della Libertà» alle direzioni provinciali, 25 agosto 1944.
Diffusione e organizzazione Dopo soli quattro mesi di attività i Gruppi erano già 19 e contavano circa un centinaio di aderenti nel nord Italia.
Si può ipotizzare che una prima diffusione sia avvenuta tramite il passaparola, sulla base di legami personali di fiducia, ma di certo non si può sottovalutare il ruolo giocato dalla propaganda.Laura ORLANDINI, La democrazia delle donne, Ottocentoduemila, Roma, 2018, p.16 La distribuzione di manifesti, volantini e fogli (in particolare il periodico sopracitato “Noi Donne”) spinsero molte ad “arruolarsi”, soprattutto nelle zone del centro-nord, dove il costume le rendeva più pronte ad agire in proprio e ad avere una maggiore consapevolezza civica.Marina Addis Saba, Partigiane. Tutte le donne della Resistenza, Milano, Mursia Editore, 1998, pp. 40-50
La crescita fu tanto rapida che un anno dopo, il 5 novembre 1944, i Gruppi erano ormai 119 con ben 2299 iscritteInsmli, Fondo Spetrino, busta 1, fascicolo 5; Relazione del Comitato provinciale dei Gruppi di Difesa della Donna di Milano, diretta al Comitato Nazionale, 5 novembre 1944.. Si rese dunque necessaria una nuova organizzazione, capace di gestire le nuove volontarie (si stima che entro la fine della guerra avessero raggiunto la quota di 70.000)Elena DE MARCHI, Donne fascismo e Resistenza. Un itinerario storico e storiografico, in “perlastoriamail” 72-73, Bruno Mondadori, 2015, pp. 6.
L’esecutivo centrale, presieduto dalle delegazioni dei partiti e dalle segreterie regionali, era il nucleo rappresentativo dei comitati di lavoro («Organizzazione; Stampa; Assistenza; Assistenza sanitaria; Centro studi; Ispettrici regionali»Statuto dei Gruppi di Difesa della Donna, Centro Studi dei Gruppi di Difesa della Donna alla Segreteria regionale, circa agosto 1944.). Costituiva di fatto il vertice di una struttura piramidale da cui dipendevano le più piccole realtà territoriali.
Ai comitati provinciali facevano riferimento le responsabili di diverse aree di lavoro e piccoli centri, cui loro volta erano subordinate le responsabili di zona e di vallata.
Per garantire la massima segretezza sicurezza dei Gruppi, delle attiviste e delle loro famiglie, vigeva una regola ferrea: nessuna volontaria, fatta eccezione per le responsabili di zona, poteva conoscere informazioni riguardanti gli altri gruppi o gli apparati dirigenti.
Le disposizioni dunque passavano di mano in mano, fino ad arrivare ai nuclei locali, i più importanti forse, perché furono proprio loro a portare risultati concreti.
Inizialmente si trattava di svolgere ruoli prevalentemente assistenziali, ma ben presto le attiviste si guadagnarono ruoli importanti nelle attività di informazione, propaganda, trasporto di ordini e munizioni oltre che nella partecipazione diretta alla lotta armata.Gabriella Bonansea, Donne nella resistenza, in Enzo Collotti, Renato Sandri, Fediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2000, p. 272.Ada Gobetti, tra le prime, criticò il termine "assistenza" presente nel nome e già nel 1944 prese corpo un’impostazione dell'organizzazione più indirizzata alle attività volta a favorire l'emancipazione della donna.Franca Pieroni Bortolotti, Le donne della Resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia (1943-45), in Donne e Resistenza in Emilia-Romagna, vol. 2, Milano,
La lotta “Con l’eccezione delle enclaves di alto prestigio e potere non esistono nella resistenza compiti o settori dove non compaiano le donne”.Anna Bravo, Resistenza civile, in (a cura di) Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sassi, Dizionario della Resistenza. Volume primo. Storia e geografia della liberazione, Torino, Einaudi, 2000, p. 268.
All’interno dei Gruppi di difesa le donne si organizzano per resistere, lottare e tutelare vite nel tentativo di opporsi all’azione di distruzione e di occupazione dei nazisti e dei fascisti.
La prima grande operazione di salvataggio avviene in seguito all’otto settembre quando i tedeschi hanno invaso i quattro quinti del paese prendendo il controllo su Roma, mentre decine di migliaia di soldati italiani cercano di sfuggire alla caccia degli occupanti.
La prima linea di azione seguita è la tutela delle condizioni di vita materiali della popolazione che soffre a causa dei devastanti effetti della guerra. È una vera e propria lotta per la sopravvivenza: si cercano rifornimenti presso le fabbriche che collaborano con la Resistenza, si promuovono assalti ai forni e ai convogli che trasportano generi alimentari oltre che combustibili.
Per portare a compimento queste operazioni è essenziale possedere una notevole conoscenza del territorio in cui si opera e c’è bisogno di un costante apporto di informazioni aggiornate anche per supportare le bande dei partigiani, per consigliare dove dirigersi, per indicare una strada divenuta impraticabile, un ponte bombardato, una zona presidiata.
Il sostegno rivolto alla lotta partigiana doveva innanzi tutto manifestarsi nell’organizzazione di iniziative che mettessero in relazione i combattenti con la popolazione civile. Si decise di concentrare le iniziative all’interno di eventi specifici delimitati nell’arco di una settimana o di una giornata, che veniva dedicata a campagne intensive e capillari di raccolta di provviste, viveri, indumenti, medicinali e materiale sanitario da destinare ai resistenti. Dopo il dicembre del 1943, poche settimane dopo la fondazione dei Gruppi, in cui era stata organizzata la prima iniziativa di raccolta fondi, veniva annunciata la “settimana del partigiano” attraverso i manifesti redatti clandestinamente dalle attiviste, e negli ultimi mesi della guerra tutte le forze antifasciste del territorio coinvolto arrivarono a collaborare con l’attività promossa dalle donne. I risultati riportati nelle relazioni destinate al CLN venivano annunciati poi nei bollettini periodici di “Noi donne”. Le stesse attiviste dei Gruppi si incaricavano della confezione e della consegna di quanto ottenuto, sempre in comunicazione attiva con i combattenti per individuare le necessità e dirigere le risorse. Quella che era nata come un’iniziativa di solidarietà divenne un’organizzazione complessa ed estesa che, in rapporto con il CLN, ricevendone talora finanziamenti, si incaricò del vettovagliamento e del sostegno materiale delle brigate, garantendo la continuità del rifornimento per lunghi periodi a gruppi cospicui di partigiani nascosti.
I GDD si impegnano a costruire un elaborato sistema di assistenza alle famiglie dei prigionieri politici in carcere, fungendo da elemento di cerniera fra il detenuto e i suoi parenti e, quando questi vengono a mancare, cercano di fargli recapitare quanto si riesce a recuperare: ciò è fondamentale per la sua sopravvivenza, fisica e psicologica.
Viene offerta assistenza anche alle famiglie dei deportati, degli uccisi, in difficoltà per la mancanza dell’unico sostegno economico su cui poter contare (in questo caso l’aiuto, oltre che essere di natura materiale, è anche morale, poiché i nuclei familiari che lo ricevono non si sentono più dei reietti dalla società, come vorrebbero far credere loro gli oppressori). Un alto numero di persone si occupa di curare i partigiani malati e feriti, con la disposizione di corsi di pronto soccorso e medicina infermieristica, tenute da medici donne e studentesse di medicina, assieme alla ricerca e alla predisposizione di luoghi per la cura dei feriti.Gagliani Dianella “Coraggio, responsabilità, giustizia: concetti e note per una storia”, in Atti del convegno “Noi, compagne di combattimento…”. I Gruppi di Difesa della Donna,1943-1945, 14 novembre 2015, pp. 31-46.
Le attiviste dei Gruppi, si impegnarono a costruire e mantenere costante il rapporto con la popolazione civile, rappresentando un essenziale punto di contatto tra questa e la lotta clandestina. La relazione con la collettività che soffriva per la guerra devastante e alla quale si domandava un piccolo contributo, era un aspetto da trattare con estrema attenzione, sensibilità e precisione. Possedere una buona conoscenza del territorio e della composizione sociale del luogo in cui si opera risulta quindi essere un fattore essenziale per il buon esito delle iniziative. La capacità di creare un dialogo continuativo con la popolazione non in armi e saper proporre modalità di resistenza all’interno della vita civile delle singole comunità è l’elemento che caratterizza i Gruppi rispetto alle brigate partigiane.Orlandini Laura, Per una storia della partecipazione femminile: i Gruppi di Difesa della Donna https://www.fondazionenildeiotti.it/docs/documento1105755.pdf