Chiaramonte Gulfi (in siciliano: Ciaramunti) è un comune italiano di abitanti del libero consorzio comunale di Ragusa in Sicilia.
Geografia fisica Territorio Chiaramonte Gulfi si trova a 17 km da Ragusa, su una collina a nord rispetto al capoluogo. Il paese si trova ad una quota di 668 m s.l.m. mentre l'altitudine massima del territorio comunale si raggiunge sul monte Arcibessi a 906 m s.l.m.
Il territorio del comune di Chiaramonte Gulfi è il 5º per estensione (126 km²) all'interno del libero consorzio comunale di Ragusa e comprende un'area che va dai monti Iblei fino alla piana di Vittoria. I corsi d'acqua del comune sono tutti a carattere torrentizio, eccetto il fiume Dirillo, che segna il confine con la Città metropolitana di Catania.
Origini del nome Il nome di Chiaramonte GulfiGianni Morando, Chiaramonte medievale e la contea di Modica, Flaccovio editore, Palermo 2000, p. 48. (Ciaramùnti, in siciliano) si riferisce al conte Manfredi Chiaramonte che, essendo stato creato conte di Modica dal re aragonese Federico III nel 1296, fondò il paese, cui dette il nome del proprio casato, dopo la distruzione di Gulfi, perpetrata nel 1299 dagli Angioini. Chiaramonte, sorta intorno al 1300, fu subito abitata dai pochi scampati all'eccidio di Gulfi. I cittadini di oggi sono chiamati Ciaramuntàni. Il nome dell'antico centro di Gulfi verrà aggiunto a quello ufficiale del comune solo nel 1881, come memoria dell'antica origine del paese. Quasi tutti gli antichi toponimi sono andati distrutti. L'antico toponimo "Porta di la chaza", cui è subentrato il nuovo "Arco dell'Annunziata", e il toponimo "via della muraglia" mostrano ancora una limitata parte dell'antica cinta muraria.
Storia
Dalla preistoria all'età classica Il territorio dell'odierna Chiaramonte Gulfi risulta abitato fin dalla preistoria e costituisce una delle aree archeologicamente più ricche dei monti Iblei. Numerose campagne di scavo e ricognizioni archeologiche hanno individuato insediamenti fortificati (castellieri) risalenti all'età del bronzo e all'età del ferro, oltre a necropoli, abitati e testimonianze che documentano la continuità del popolamento umano dalla protostoria fino all'età medievale.
Tra la fine del VII secolo a.C. e gli inizi del VI secolo a.C., nell'ambito dell'espansione territoriale della Siracusa greca verso l'entroterra della Sicilia sud-orientale, venne fondata la città di Akrillai (Ἄκριλλαι), destinata a controllare le principali vie di comunicazione fra Siracusa, Kamarina e Gela. La sua posizione, dominante le vallate del Dirillo e dell'Irminio, ne fece uno dei più importanti avamposti militari siracusani, con funzioni sia difensive sia amministrative.
Durante la grande offensiva cartaginese del 406 a.C., guidata da Annibale Magone, la città fu conquistata e rasa al suolo insieme a numerosi altri centri della Sicilia greca. In seguito Akrillai venne ricostruita, probabilmente nell'ambito della politica di ripopolamento promossa da Timoleonte nel IV secolo a.C., tornando a svolgere il proprio ruolo strategico nell'organizzazione territoriale siracusana.
Nel territorio comunale ricade anche il sito archeologico di Scornavacche, importante abitato ellenistico sviluppatosi lungo il corso del Dirillo. Le indagini archeologiche hanno portato alla luce quartieri residenziali, impianti produttivi e numerose fornaci, dimostrando come il centro fosse specializzato nella produzione di ceramiche destinate al commercio regionale. Fondato in età greca, l'abitato venne distrutto nel 406 a.C. durante l'invasione cartaginese, successivamente ricostruito e definitivamente abbandonato intorno al 280 a.C.. I materiali rinvenuti sono oggi conservati principalmente presso il Museo archeologico ibleo di Ragusa.
Dall'età romana all'alto Medioevo Durante la seconda guerra punica, Akrillai fu teatro di uno degli episodi decisivi della conquista romana della Sicilia. Nel 213 a.C., nei pressi della città, l'esercito siracusano comandato da Ippocrate venne sconfitto dalle truppe del console Marco Claudio Marcello, episodio ricordato da Tito Livio e determinante per il definitivo consolidamento del dominio romano sull'isola.
Entrata a far parte della provincia romana di Sicilia, la città assunse il nome latinizzato di Acrillæ e continuò ad essere abitata durante l'età imperiale, come testimoniano i numerosi reperti archeologici rinvenuti nell'area. Il territorio mantenne una spiccata vocazione agricola, favorita dalla fertilità degli altipiani iblei e dalla presenza di importanti vie di comunicazione interne.
Le più recenti ricerche condotte dall'Università di Bologna hanno inoltre individuato, nella contrada San Nicola, un vasto villaggio rurale sviluppatosi tra l'età romana e quella bizantina, corredato da una necropoli e da edifici produttivi. La scoperta ha consentito di ridefinire il quadro dell'occupazione del territorio, dimostrando come il popolamento dell'area non si interrompesse con il declino dell'antica Acrillae, ma proseguisse fino ai secoli dell'alto Medioevo.
Secondo la tradizione storiografica locale, l'antica Acrillae sarebbe stata definitivamente distrutta nell'827, durante le prime fasi della conquista musulmana della Sicilia guidata da Asad ibn al-Furat. Sebbene le fonti medievali non consentano di ricostruire con assoluta certezza gli eventi, è generalmente ritenuto che una parte della popolazione superstite si trasferisse sulle pendici del Monte Arcibessi, dove sorse un nuovo abitato denominato Gulfi. L'origine del toponimo viene generalmente ricondotta alla lingua araba, nella quale indicherebbe una «terra amena» o «luogo piacevole», in riferimento alla fertilità del territorio e alla posizione dominante sul paesaggio circostante.
La rifondazione dei Chiaramonte Nel corso della guerra del Vespro, Gulfi fu coinvolta nelle operazioni militari che interessarono la parte sud-orientale della Sicilia. Nel 1299 l'abitato venne conquistato e distrutto da Ruggero di Lauria, passato al servizio degli Angioini dopo la pace di Anagni. Le cronache ricordano che la presa della città fu accompagnata da un grave eccidio della popolazione e dalla quasi totale distruzione dell'insediamento.
Pochi anni dopo, Manfredi I Chiaramonte, conte di Modica per investitura di Federico III di Sicilia, promosse la rifondazione del centro in posizione più elevata e maggiormente difendibile. Attorno al cosiddetto Baglio, nucleo fortificato comprendente il castello e le prime abitazioni, si sviluppò progressivamente il nuovo abitato, protetto da una cinta muraria dotata di torri e porte urbiche. Dal casato feudale che ne promosse la rinascita il centro assunse il nome di Chiaramonte, destinato a conservarsi nei secoli successivi.
Dallo sviluppo della contea di Modica al XVII secolo Nel corso del XIV secolo Chiaramonte consolidò progressivamente il proprio ruolo quale uno dei principali centri interni della Contea di Modica, potente Stato feudale che godeva di un'ampia autonomia amministrativa e politica all'interno del Regno di Sicilia. Grazie alla posizione dominante sugli altipiani iblei e lungo le principali direttrici commerciali tra la costa meridionale e l'entroterra, il centro conobbe un costante incremento demografico ed economico, fondando la propria prosperità sull'agricoltura, sull'allevamento e sulle attività artigianali.
Nel 1366 il centro contava circa duecento nuclei familiari, concentrati prevalentemente all'interno della cinta muraria edificata dai Chiaramonte. Il nucleo originario del Baglio, sviluppatosi attorno al castello comitale, costituiva ancora il cuore politico, militare e religioso della città, mentre nei decenni successivi iniziarono a svilupparsi nuovi quartieri all'esterno delle mura, favoriti dalla crescita della popolazione e dall'espansione delle attività economiche.
Nel corso del XVI secolo l'espansione urbana interessò soprattutto i quartieri del Burgo e del Salvatore, sorti oltre l'antica cinta fortificata. Dai Riveli del 1593 emerge come il quartiere del Baglio comprendesse 278 abitazioni, mentre il Burgo ne contava 297 e il Salvatore 258, per una popolazione complessiva di circa abitanti, valore considerevole nel panorama della Sicilia sud-orientale dell'epoca.
La città conservava ancora un articolato sistema difensivo medievale. L'accesso all'abitato era garantito principalmente da due porte monumentali: la Porta di la Chaza, rivolta verso nord, e la Porta di Ragusa, posta sul versante meridionale. Delle antiche fortificazioni rimangono oggi limitate testimonianze, tra le quali l'Arco dell'Annunziata, risalente al XIV secolo, che costituiva uno degli accessi all'antico centro murato.
L'importanza strategica di Chiaramonte emerge anche dall'organizzazione militare della contea. Nel 1614 il centro disponeva infatti di una compagnia di quarantadue cavalieri armati di spada e archibugio, incaricati della difesa del territorio comitale nell'ambito dell'ordinamento militare del Regno di Sicilia.
Il terremoto del 1693 e la ricostruzione L'11 gennaio 1693 Chiaramonte fu gravemente colpita dal devastante terremoto della Val di Noto del 1693, il più violento evento sismico della storia della Sicilia orientale. Il sisma provocò il crollo di gran parte degli edifici civili e religiosi, distrusse quasi completamente il castello medievale dei Chiaramonte e causò ingenti perdite umane, modificando profondamente l'assetto urbanistico della città.
Diversamente da altri importanti centri della Sicilia sud-orientale, quali Noto, Avola o Grammichele, ricostruiti in siti differenti rispetto agli insediamenti medievali, Chiaramonte venne riedificata mantenendo sostanzialmente il preesistente impianto urbanistico. Le nuove architetture civili e religiose sorsero quindi lungo il tessuto viario medievale, determinando una singolare fusione tra l'impianto urbanistico trecentesco e le forme artistiche del barocco siciliano, ancora oggi chiaramente leggibile nel centro storico. Nel corso del XVIII secolo la ricostruzione interessò l'intero abitato, favorendo il rinnovamento delle principali chiese, dei palazzi nobiliari e degli edifici pubblici. Parallelamente si modificò anche la suddivisione amministrativa interna della città: gli antichi quartieri medievali vennero progressivamente sostituiti da quattro nuovi quartieri dedicati ad altrettanti santi patroni, riflesso della crescente influenza esercitata dalle istituzioni ecclesiastiche sulla vita urbana.
L'importanza economica e sociale degli enti religiosi emerge chiaramente dai Riveli del 1748, analizzati da Gianni Morando, dai quali risulta che quasi la metà del patrimonio immobiliare e fondiario della città fosse controllata da 176 religiosi, a fronte di una popolazione laica di circa abitanti. Tale situazione testimonia il rilevante peso esercitato dal clero nella vita economica, amministrativa e culturale della Chiaramonte settecentesca.
Dall'abolizione del feudalesimo all'Unità d'Italia Tra la fine del XVIII secolo e i primi decenni del XIX secolo Chiaramonte, come l'intera Contea di Modica, fu interessata dai profondi mutamenti politici e istituzionali che interessarono il Regno di Sicilia. L'abolizione del sistema feudale, sancita nel 1816, pose termine ai privilegi giurisdizionali delle antiche famiglie feudali e determinò una progressiva riorganizzazione dell'amministrazione locale, favorendo l'affermazione di una nuova classe dirigente composta da proprietari terrieri, professionisti e rappresentanti della borghesia agraria.