I siti archeologici presenti in Calabria sono la testimonianza delle varie dominazioni e culture che hanno interessato il passato di questa regione. L'influenza della dominazione greca prima e di quella romana dopo, rimane evidente ancora oggi nella tradizione e nella cultura calabrese.
Sito archeologico del Castello della Rocca di San Sosti Il Castello della Rocca si trova su un'altura, costituita dalle pendici di Monte Mula, sovrastante l'antico borgo di San Sosti, In provincia di Cosenza.
Del Castello rimangono in piedi parte di una torre e della fortificazione che, data la sua posizione dominante sulla vallata sottostante e sulla "Gola del Pettoruto" (detta anche "Gola del Fiume Rosa"), offre degli ottimi punti di vista a 360° su uno scenario naturalistico letteralmente mozzafiato.
La fortificazione risale probabilmente all'XI sec. ma, grazie ai ritrovamenti di reperti archeologici, è stata certamente documentata la frequentazione del luogo anche in epoca Sveva ed Angioina.
Una campagna di scavi archeologici avvenuta nel 2004 ha riportato alla luce testimonianze di frequentazione risalenti all'epoca romana e sono stati ritrovati reperti risalenti addirittura all'Età del Bronzo ed all'Età del Ferro.
Il complesso del Castello della Rocca è liberamente visitabile percorrendo a piedi un suggestivo sentiero di montagna lastricato in pietre. Area archeologica di Casignana La villa romana di Casignana si trova in contrada Palazzi nel comune di Casignana in provincia di Reggio Calabria.
Venne scoperta nel 1963 grazie ai lavori di costruzione di un acquedotto che riportarono alla luce i resti di una domus romana privata che probabilmente sorgeva in prossimità dell’antica strada di collegamento tra Locri Epizefiri e Rhegion.
L’impianto originario della casa risale al I secolo ma gli archeologi hanno individuato quattro fasi costruttive. Quella attualmente visibile, l’ultima, risale al IV secolo.
Gli scavi portati avanti fino ad oggi hanno indagato 1.300 metri quadri della grande villa.
La villa ha il più grande repertorio di mosaici presente in Calabria, tra cui un mosaico risalente al III secolo che rappresenta, con tessere bianche e verdi, un thiasos marino composto da quattro figure femminili che cavalcano un cavallo, un toro, una tigre e un leone tutti raffigurati con una coda di pesce.
La sala della domus ha una complessa disposizione architettonica con una pianta ottagonale con quattro lati absidati e un pavimento mosaicato da piccole tessere. Si può riconoscere il calidarium che doveva essere ricoperto da una volta. La presenza del calidarium è testimoniata dall’ipocausto e dei tubuli fittili nelle pareti.
Del complesso della villa fanno anche parte un salone a pianta rettangolare e due ambienti riscaldati tutti decorati con l’opus sectile, una tecnica per pavimentare con lastre in marmo colorato. Nella domus è anche presente un ninfeo monumentale con vasca absidata e cisterne.
Area archeologica di Monasterace
L’antica colonia della Magna Grecia identificata con il nome Kaulon o Kaulonia si trova nei pressi di Punta Stilo nel comune di Monasterace in provincia di Reggio Calabria.
L’area intorno al sito nella quale sorgeva l’antica polis viene chiamata dagli archeologi Kauloniatide.
I primi scavi sono attribuibili a Paolo Orsi (1911-1913), che in quel periodo era Soprintendente ai Beni Archeologici della Calabria e cofondatore del Museo della Magna Grecia. Paolo Orsi ritrovò sulla spiaggia i resti di un tempio dorico del quale sono rimaste le fondamenta costituite da blocchi di pietra arenaria. L’edificio è lungo 41 metri per 18,20 metri di larghezza, con un periptero in antis e provvisto di una cella con pronao, opistodomo e di scale di accesso al tetto.
Delle mura, provviste di torri a base rettangolare e porte, sono riconoscibili quattro distinte fasi evolutive che coprono un arco di tempo che va dal VII al III secolo a.C. L’area archeologica di Monasterace comprende, oltre al tempio, alcune zone situate immediatamente dopo le mura dello stesso.
A 200 metri a sud-ovest delle mura sorgeva infatti il santuario della Passoliera del quale sono state rinvenute solo alcune terrecotte risalenti a diverse fasi comprese fra il VI e il V secolo a.C. In quest’area archeologica sono presenti, oltre al tempio, i resti del centro urbano di Kaulon, cinto di mura e posto al livello del mare.
Tra le abitazioni del centro urbano c’è la Casa del drago scoperta nel 1960 che ha un mosaico rappresentante un mostro, ora esposto nel Museo Archeologico di Reggio Calabria.
Sito archeologico di Castiglione di Paludi L’area archeologica di Castiglione di Paludi riguarda un insediamento riferito quasi sicuramente ad una città brettia del IV secolo a.C. ed una necropoli dell’età del ferro.
Il sito è situato su un colle delimitato dai torrenti Coseria e Scarmaci a circa 8 km dal mar Ionio. La città, situata in quest’area archeologica, potrebbe essere l’antica città brettia di Cossa, la quale venne citata in un frammento di Ecateo di Mileto e nel De bello civili di Cesare che la pone nel territorio di Thurii.
Il centro abitato era circondato da mura, le quali erano costituite da blocchi di pietra arenaria disposti a secco; era presente una porta di accesso fortificata con cortile interno e sul versante orientale vi erano due torri a pianta circolare alte due piani. La cinta muraria di Castiglione di Paludi rappresenta un importante esempio di fortificazione che esemplifica secoli di raffinamento di tecniche edilizie appartenenti alla Magna Grecia ma ereditate dalla madre patria (Grecia).
All'interno delle mura gli scavi hanno rinvenuto i resti del teatro databile intorno al IV secolo a.C., costituito da una pianta semicircolare, nel quale erano presenti sedili scavati nella roccia o fatti di pietra arenaria. Il teatro poteva contenere circa 200 persone e fungeva anche da luogo per le riunioni e le assemblee pubbliche.
Gli scavi condotti hanno inoltre portato alla luce i resti di alcune abitazioni differenziate da due fasi per la tecnica costruttiva. Il ritrovamento di alcune terrecotte votive al di fuori delle mura testimonierebbe l’antica presenza di un luogo di culto. Gli scavi sono stati portati avanti dal 1949 al 1956, poi interrotti e ripresi tra il 1978 ed il 1993; successivamente il sito è stato abbandonato.
Sito archeologico di Francavilla Marittima L’area archeologica di Francavilla Marittima interessa un insediamento precoloniale fondato dagli Enotri. Il sito è situato su un terrazzamento naturale chiamato il Timpone della Motta e ricade sul comune di Francavilla a circa 14 km di distanza dall’antica Sybaris.
Nel sito è stata trovata, in località Macchiabate, una necropoli formata da circa 200 sepolture. Le tombe sono costituite da tumuli circolari o ellittici senza muretto di contorno: il morto era deposto insieme ad un corredo funebre composto da vario vasellame di ceramica ed oggetti generalmente in bronzo che facevano parte del vestiario del defunto. Si potevano trovare inoltre armi, se si trattava di un uomo che apparteneva a ranghi elevati.
I risultati dell'indagine sul sito hanno fatto emergere tracce di frequentazione risalenti all'età del Bronzo tra il XIII ed il X secolo a.C. e anche un secondo abitato del VII secolo a.C. In questi scavi sono stati rinvenuti alcuni reperti tra cui un ex-voto in terracotta del VII secolo a.C. raffigurante una figura femminile con veste ricamata sulla quale sono raffigurate scene mitologiche. Sono stati ritrovati anche frammenti di ceramica d’importazione greca, vasi protocorinzi e una lamina di bronzo del VI secolo a.C.
Tutti questi reperti sono oggi conservati ed esposti nel Museo Archeologico della Sibaritide nel quale è conservata anche un’armatura di bronzo composta da elmo con paraguance e corazza risalente al VI secolo a.C.
Nel villaggio la vita venne interrotta, probabilmente, a causa della distruzione avvenuta nel 730 a.C. con l’arrivo dei coloni greci i quali hanno ridotto in schiavitù gli abitanti autoctoni. Una prova a sostegno di questa tesi potrebbe essere l’edificazione, sui resti del villaggio, di un tempio dedicato alla dea greca Atena.
Sito archeologico di Punta Alice Nel 1924 sono stati ritrovati i resti di un tempio dorico dedicato ad Apollo Aleo (alaios: protettore del mare e della navigazione), sul promontorio di Punta Alice, nel comune di Cirò Marina.
Seconda la leggenda, l’eroe tessalo Filottete, dopo la guerra di Troia, nella zona tra Sibari e Crotone, sul promontorio di Crimissa, fondò la città di Krimisa identificata successivamente con l’attuale Cirò superiore.
In origine il tempio del VI secolo a.C. aveva una cella lunga 27 metri e larga 8 metri la quale era aperta sul lato orientale e divisa in due navate da un colonnato. Successivamente il tempio subì una trasformazione ad opera dei Bruzi verso la fine IV secolo a.C. Venne creato un periptero dorico di dimensioni decisamente maggiori, completamente in pietra, circondato da otto colonne sui lati brevi e diciannove sui lati lunghi. Nella trasformazione di questo periodo, la cella arcaica fu inglobata nel nuovo edificio mentre il colonnato venne raddoppiato nel lato orientale.
Tra le reliquie rinvenute si trovano offerte votive del periodo arcaico del tempio e la testa, i piedi e la mano sinistra dell'acrolito di Apollo conservate nel Museo Archeologico di Reggio Calabria. Sulla calotta della statua sono presenti dei fori che servivano all’ applicazione di una capigliatura. Lo stile della statua richiama quello sviluppato ad Atene intorno all’ artista Fidia databile intorno al 440-430 a.C.
Della fase del IV secolo a.C. sono state ritrovate terrecotte architettoniche, frammenti di architravi e capitelli dorici conservati nel Museo Archeologico di Crotone.
Al periodo brettio risalgono anche ritrovamenti di ampi edifici che probabilmente servivano ad accogliere i pellegrini.
Area archeologica di Vibo Valentia I ritrovamenti archeologici di quest’area riguardano i resti di Hipponion, che fu una colonia della Magna Grecia situata sul versante tirrenico della Calabria, sorta intorno al VII secolo a.C. Gli scavi effettuati hanno ritrovato anche reperti riguardanti la città romana di Vibo Valentia e i resti del primo nucleo abitativo osco di Veip.
I siti archeologici si trovano in diverse aree, sparse per la città e che costituiscono il Parco Archeologico di Hipponion-Valentia
Le mura che circondavano la colonia greca di Hipponion erano lunghe circa 7 km ed alte 10 m e sono state rinvenute da Paolo Orsi nel 1916 nella zona di Trappeto Vecchio. I resti si estendono per un tratto di 350 m; nel 1969 Ermanno Arslan trovò altri tratti di mura. Erano state costruite con blocchi regolari di pietra arenaria e calcarenite probabilmente databili intorno al VI secolo a.C. Le mura erano rafforzate ogni 40 metri da torri circolari. Sono state studiate quattro fasi costruttive di cui la più antica appartiene alla costruzione fatta con mattoni crudi (impasto di fango e paglia).
Nella zona del Parco delle Rimembranza Paolo Orsi ritrovò i resti di un tempio dorico del 500 a.C. dedicato con molta probabilità alla dea Proserpina molto venerata degli Ipponiati, ma del tempio è rimasto molto poco poiché i marmi e le colonne vennero utilizzati per costruire la cattedrale normanna di Mileto. Oltre al tempio dorico vennero indagati altri due templi: uno ionico situato in zona Cofino, l’altro dorico posto nei pressi della Cava Cardopati. Sono stati rinvenuti inoltre i resti dell’abitato romano di Vibonia del II secolo in via XXV Aprile, mentre nella Località Stanislao Aloe sono stati trovati i reperti di un impianto termale arricchito di mosaici policromi dai quali si può individuare un ritratto di Vespasiano Agrippa, nipote dell’imperatore romano Augusto.