Per fonti e storiografia su Annibale si intendono le principali fonti (letterarie, numismatiche, archeologiche, ecc.) contemporanee alla vita del condottiero cartaginese, nonché la descrizione degli eventi di quel periodo e l'interpretazione datane dagli storici, formulandone un chiaro resoconto (logos), grazie anche all'utilizzo di più discipline ausiliarie.

Fonti biografiche Le principali fonti per la vita e il ruolo di Annibale sono rappresentate dalla biografia di Cornelio Nepote (De viris illustribus), oltre a Polibio (Storie), Tito Livio (Ab Urbe condita libri), Appiano di Alessandria (Historia romana), Cassio Dione Cocceiano (Historia romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo), e le biografie di Plutarco su Fabio Massimo, Claudio Marcello e Scipione Africano.

Giudizi storici Annibale nella storiografia antica La punica fides Le vicende della vita di Annibale sono state ampiamente trattate dagli storici greci e latini: in particolare quest'ultimi nel definire la figura del condottiero cartaginese usano le espressioni militares virtutes e punica fides volendo far risaltare come accanto all'apprezzamento delle indiscusse doti militari convivesse nei suoi confronti un giudizio di diffidenza e disprezzo per il tradimento della parola data, atteggiamento questo ritenuto tipico dei cartaginesi (punica fides) e giudicato altamente disonorevole dai Romani che «con il nemico [sembrano instaurare] un rapporto che, nell’ostentato ripudio di ogni fellonia, richiama alla mente l’etica cavalleresca di età medioevale»G. Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario - gli eserciti nel mondo classico, il Mulino, Bologna 2002, p. 36 ss. e 74 ss. Un comportamento di lealtà che valeva nei confronti di popoli ritenuti simili giuridicamente e moralmente ai Romani, altrimenti non vi era iustum bellum ma latrocinium, una violenza caotica tipica dei ladroni di strada.

Anche i Romani però, ammaestrati dalle esperienze passate, dovranno imparare a usare la menzogna e a considerare che nell'arte della guerra rientrano anche la furbizia e la frodeLa mêtis simboleggiata dall'autore dell'inganno del cavallo di Troia: il polymetis (molto astuto) Ulisse. Dopo la sconfitta del Trasimeno, i Romani instaurarono un nuovo culto alla dea dell'accortezza Mens.Il verbo latino mentiri (deriva da mens mentis (mente), dapprima col significato di "immaginare", poi "fingere", quindi "mentire". collegata a Venere, madre di Enea, il pio eroe, capostipite dei Romani, dotato di ingegno e benvoluto dagli dei, da contrapporre agli inganni cartaginesi ispirati alla graeca fides di Ulisse.Odisseo nome che Omero collega a ὀδύσσομαι (odýssomai) il cui significato è "essere odiato". (in AA.VV., Il mito di Ulisse, BUR 2007)G.Brizzi, op.cit. ibidem

Le militares virtutes In genere gli storici antichi concordano sul fatto che Annibale si fosse proposto un obiettivo troppo grande per le sue forze e che la sua "superbia" alla fine fosse stata punita con la sconfitta. Così la pensa Giovenale che giudica transeunte la gloria umana dei grandi personaggi con la locuzione Expende Hannibalem, pesa Annibale nei grammi di cenere che ne sono rimasti.Giovenale, Satire, X, 147

Cornelio Nepote lo esalta come condottiero di pari valore alla forza di Roma: , alla fine fu sconfitto perché abbandonato e tradito dai suoi stessi concittadini così che «l’ostilità di molti soverchiò il valore di uno solo»Cornelio Nepote, Gli uomini illustri, Annibale, 1-2.

Diodoro Siculo giudica non solo Annibale ma anche il padre AmilcareSarebbe stato Amilcare ad aver fatto giurare al figlio un eterno odio nei confronti dei Romani: «non appena Annibale cominciò a parlare e ad articolare i primi suoni, Amilcare, abile nel coltivare odi furenti, seminò nel cuore del ragazzo la passione di far guerra a Roma. » (in Silio Italico,Op. cit., I, 70-80); «Si diceva anche che quando era ancora un ragazzo aveva giurato sull’altare insieme al padre eterna inimicizia contro Roma.» (in Appiano, Op. cit., VI, II, 9) come grandi comandanti cartaginesiBiblioteca Storica, XXIII, 23 [exc. de Virt. et Vit., pp. 259-260]) e in particolare A queste doti Annibale poteva inoltre aggiungere la sua abilità nel tenere uniti i diversi popoli che facevano parte del suo esercito.Op. cit., XXIX, 19 [exc. de Virt. et Vit., pp. 273-274]).

Famoso è il ritratto di Annibale tracciato dallo storico romano Tito Livio, che descrisse vizi e virtù del grande condottiero cartaginese:

Egli aveva però anche notevoli vizi secondo lo storico:

Lo stesso Livio però concorda con AppianoAppiano, Storia romana, VII, VI, 40 nel riferire che Annibale alla fine ebbe una sorta di rispetto religioso quando decise di non attaccare Roma per obbedire a una divinità:

Il giudizio storico di Polibio Lo storico greco Polibio pur riferendo che:

tenta di scrivere una storia "pragmatica" neutrale e oggettiva, emettendo nel complesso un giudizio storico positivo su Annibale e non dando molto credito alle accuse contro di lui.

Polibio, pur essendo ostaggio greco a Roma, entrato nel circolo degli Scipioni – acerrimi nemici del cartaginese – ne loda le qualità di condottiero:

Polibio in conclusione non esita a dichiarare la sua profonda ammirazione per Annibale giudicato unico protagonista degli eventi storici che coinvolsero Roma e Cartagine:

L'unica "colpa" di Annibale fu quella di essersi scontrato con il grande popolo romano:

La sconfitta di Annibale è il tributo alla fatale grandezza di Roma:

In riferimento alla proverbiale venalità dei Cartaginesi e alla tendenza a non rispettare i patti Polibio giustifica Annibale ritenendo che quello fu mal consigliato e costretto dalle circostanze a tradire la fiducia concessagli. Per cui alla fine «... è assai difficile esprimere un giudizio sulla vera natura di Annibale»Polibio, Op. cit.,, IX, 26, 10-11

La propaganda romana La figura di Annibale, il grande nemico di Roma, ha sofferto inevitabilmente di una storica distorsione nelle fonti romane, ovviamente molto ostili, in quanto Roma lo considerò il peggior nemico che avesse dovuto fronteggiare nella sua storia. Cicerone quando parlava dei due grandi nemici di Roma usò per Pirro il termine "onorevole", mentre definiva "crudele" Annibale.

Le accuse al cartaginese in realtà sono in parte tendenziose e frutto della propaganda romana. Riguardo alla sua presunta crudeltà e empietà, le fonti ricordano peraltro che, quando al Lago Trasimeno morì il console Gaio Flaminio, Annibale ne cercò invano il corpo sul campo di battaglia. In un'altra occasione le ceneri del console Marcello furono restituite alla famiglia. Ma quando Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone sconfissero Asdrubale alla Battaglia del Metauro, la testa del fratello di Annibale fu gettata nel campo cartaginese.

Silio Italico esprime un severo giudizio sulle qualità morali di Annibale:

ma lo elogia come bravo soldato con i suoi soldati

e esperto dell'arte bellica: ha compiuto imprese che lo rendono simile a EracleSilio Italico, Op. cit., IV, 3-5. Come è accaduto nella celebrazione poetica degli antichi eroi anche per Annibale Silio ne descrive lo scudo dove è raffigurata la fondazione di Cartagine, vari personaggi come Didone, Enea, Amilcare, Santippo, la crocifissione di Attilio Regolo e Annibale che attraversa l'Ebro per muovere guerra a Roma.

Luciano di Samosata nei suoi Dialoghi dei morti immagina un confronto tra Alessandro, Annibale, presentato come nemico dichiarato della civiltà greca e romana, e Scipione su chi fosse stato il miglior comandante. Il giudice Minosse decreterà che Alessandro sarà il primo fra i condottieri più famosi del mondo fino ad allora, Scipione secondo e Annibale ultimo ma non meno importante. Il confronto tra i tre personaggi sarà ripreso nei Dialogues des morts di F. de S.Fénelon (1712).

Publio Vegezio Renato (seconda metà IV secolo – V secolo) ritiene che le doti militari di Annibale risalgano alle qualità belliche degli Spartani:

Lo storico Giovanni Brizzi ha dato una nuova interpretazione delle accuse di crudeltà e ferocia rivolte dalla tradizione antica ad Annibale; lo studioso sostanzialmente afferma che effettivamente durante la campagna d'Italia il condottiero si comportò con grande brutalità e commise numerose atrocità come l'uccisione di prigionieri, i saccheggi, le devastazioni dei terreni coltivati, le deportazioni, l'uccisione in massa di civili, la profanazione di luoghi santiG. Brizzi, Metus Punicus, pp. 42 e 47-49.. Soprattutto nell'ultima parte della campagna egli infierì ancor più su avversari e popolazioni ritenute infide. Lo storico inoltre ritiene che il misterioso personaggio di "Annibale Monomaco" descritto da Polibio e ritenuto dallo storico greco il principale fautore nell'esercito cartaginese di un comportamento brutale e di una condotta criminale della guerraPolibio, Storie, IX, 24., non sia un personaggio reale ma una specie di alter ego fittizio di Annibale creato dalla fantasia dello storico spartano Sosilo per rappresentare letterariamente il "lato oscuro" della personalità del cartaginese.G. Brizzi, Metus Punicus, pp. 43 e 49-50.

La venalità e le astuzie di Annibale Luoghi comuni e aneddoti circolavano a Roma sulla venalità e furbizia di Annibale molto tempo dopo le sue vicende. Cornelio Nepote racconta come Annibale fece riempire molte anfore di piombo coprendole con un velo d'oro o d'argento e le portò nel tempio di Diana per far credere ai cretesi che volesse loro affidare la custodia delle sue ricchezzeNepote, Op.cit., 9, 2-4. Lo stesso autore riferisce lo stratagemma che Annibale mise in atto riempiendo di serpenti velenosi dei vasi di terracotta che lanciò nelle navi nemiche di Eumene:

Polibio(Stratagemma «degno dei Cartaginesi.» In Op. cit. III, 78, 1-4, LivioOp. cit., XXII, 1, 3-4 e AppianoOp. cit., VII, II, 6 raccontano come Annibale per verificare la lealtà dei suoi alleati celti si infiltrasse tra loro travestito con parrucche e in vari abbigliamenti per prevenire probabili congiure.

LivioOp. cit., XXVI, 6, 9-13 e AppianoOp. cit., VII, VII, 41-42 riferiscono ancora come Annibale fece entrare nell'accampamento romano che assediava Capua alcuni suoi soldati che parlavano latino a spargere la voce che il console Fulvio Flacco aveva deciso di lasciare il campo.

Gli stessi autoriLivio, Op. cit., XXVII, 28, 4-5; Appiano, Op. cit., VII, VIII, 51 raccontano come il condottiero cartaginese mandò ai cittadini di Salapia un disertore romano con una lettera recante il sigillo di Marcello, in mano di Annibale prima che si sapesse della morte di quello, che ordinava di aprire subito le porte della città all'esercito di Marcello che stava per arrivare.

Storiografia successiva

Il nome di Annibale è molto conosciuto nella cultura popolare, a dimostrazione della sua importanza nella storia del mondo occidentale. L'autore dell'articolo nell'Enciclopedia Britannica del 1911 così lo descrive:

Secondo il filosofo francese Montesquieu:

Le parole di Napoleone Bonaparte:

Il politico e storico francese Adolphe Thiers, paragonandolo a Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone Bonaparte, ha scritto:

Lo storico tedesco Leopold von Ranke:

Anche il grande storico tedesco Theodor Mommsen ha esaltato Annibale nella sua monumentale opera dedicata a Roma antica:

Annibale fu anche l'eroe preferito di Sigmund Freud, come egli stesso riferisce ne L'interpretazione dei sogni, perché rappresenterebbe il conflitto tra la tenacia degli ebrei e la Chiesa Cattolica..