L'Ode della gelosia, anche nota come Ode del Sublime (fr. 31 Voigt = 2 Gallavotti), è una lirica pressoché completa di Saffo.Forse manca un'ultima strofe. Il soprannome "sublime" è dovuto al trattato Del sublime che le attribuisce tale caratteristica.Del Sublime, X, 2.

In questa ode la poetessa confessa il turbamento profondo che la coglie assistendo a una scena di seduzione: una ragazza del tiaso, la scuola femminile che la poetessa dirige a Lesbo, è in compagnia di un uomo e intrattiene con lui una conversazione.

Testo e analisi

Il trattato Del Sublime cita l'ode per sottolineare la bravura della poetessa nello scegliere le sensazioni "più elevate" e "più tese", connettendole tra loro e creando una perfetta unità di sentire, così da raggiungere il sublime. Proprio il commento del trattatista anonimo appare quello più fine:

Saffo esegue infatti una precisa analisi dei sintomi che accompagnano il prorompere della passione amorosa, considerata come una vera e propria sindrome patologica, e che sono nell'ordine: tachicardia, perdita della parola, febbre, annebbiamento della vista, rimbombo alle orecchie, sudorazione fredda, violenti brividi in tutto il corpo, pallore e sensazione di morte imminente.

Rimane dubbio alla critica il ruolo ricoperto dall'uomo nella situazione descritta; solitamente si identifica l'uomo come il promesso sposo di una delle ragazze del tiaso, il quale sta per condurre via l'amata dal posto. Non si è nemmeno giunti a un'interpretazione univoca del passaggio ἴσος θέοισιν, "pari agli dèi", al v. 1: tradizionalmente si pensa ad una forma di "gelosia" da parte di Saffo, che considera l'ipotetico sposo come un dio, essendo promesso alla ragazza che lei ama; ma una parte della critica pensa anche ad una sorta di "invidia" della poetessa verso l'uomo, il quale è capace di mantenere la sua imperturbabilità (caratteristica tipica delle divinità classiche) dinanzi a tanta bellezza.

Secondo Biagio Conte nell'ultima strofa, come lascia intendere il v. 17, Saffo avrebbe elevato la propria esperienza ad una riflessione generale valida per le ragazze del tiaso, in modo che fossero state in grado di riconoscere l'amore e i suoi "sintomi". Spicca, fra le tante, anche la proposta di integrazione del grecista Enrico Livrea:

Successo letterario L'ode saffica ha avuto una grande fortuna nella cultura letteraria successiva, ed è stata riproposta da autori classici e moderni con rielaborazioni, traduzioni o semplici riferimenti.

Apollonio Rodio Nelle sue Argonautiche (III secolo a.C.) Apollonio Rodio descrive l'incontro di Medea con Giasone in modo simile al turbamento amoroso descritto da Saffo (sono evidenziati in corsivo i sintomi in comune con l'ode di Saffo):

Quinto Ennio

Dei possibili riferimenti all'ode saffica sono stati rintracciati dalla critica anche negli Annales di Ennio, al frammento 32 Traglia:

I versi sono tratti dall'episodio in cui la vestale Ilia racconta alla propria nutrice del sogno da cui si è risvegliata terrorizzata, in cui ha incontrato "un uomo di bell'aspetto" che si rivelerà poi il futuro amante Marte. Non solo è da confrontare il passaggio del v. 38 (Skutsch) me visus homo pulcher, "mi appare un uomo bello", con il v. 1 dellOde del Sublime, φαίνεταί μοι κῆνος, "mi appare costui", ma anche le forti sensazioni di turbamento che assalgono la vestale durante e dopo il sogno: la donna non riesce a trovare alcun sentiero che possa darle sicurezza (v. 42), ma soprattutto le mancano "le forze" e "la vita" (v. 38), come se non avesse più percezione del proprio corpo e fosse morta.

Il carme 51 di Catullo Una fortunata rielaborazione è stata quella di Catullo, poeta romano del I secolo a.C..

Catullo ripropone l'ode saffica nel carme 51, introducendo importanti variazioni nel suo significato, dal momento che l'autore presenta non più una scena di gelosia, ma un confronto tra l'imperturbabilità dell'uomo e la propria vulnerabilità:

Secondo il filologo Biagio Conte, la sovrapponibilità del v. 1 con l'incipit dell'ode di Saffo segnala con grande evidenza il rapporto con il modello greco. Ma già al v. 2 Catullo se ne distacca introducendo un'amplificazione retorica: il passaggio dall'assimilazione (par) al superamento del dio (superare), unito allo slittamento dal singolare al plurale (deo/divos), costituisce una climax funzionale all'esaltazione dell'uomo. Il paragone con il dio non è dovuto alla felicità dell'uomo (come in Saffo), ma alla sua straordinaria imperturbabilità.

Anche ai vv. 9-12, quando Catullo elenca i sintomi della propria malattia d'amore, si nota una differenza rispetto al modello: Saffo, come ha evidenziato Vincenzo Di Benedetto, ricorre alla terminologia concreta del lessico medico e all'accostamento parallattico dei diversi sintomi; Catullo invece supera questa importazione tecnica e ricorre a lessico e immagini più raffinati, di ascendenza alessandrina. Così, la lingua che si è paralizzata (v. 9) attenua la violenza del testo greco («ma la lingua è spezzata», v. 9); per il sintomo finale, l'oscurarsi della vista, Catullo impreziosisce l'efficace semplicità di Saffo («non vedo più con gli occhi», v. 11) con l'enallage gemina nocte (per gemina lumina) e con l'antitesi del v. 12, lumina nocte, mentre l'immagine stessa della notte che ricopre gli occhi evoca tradizionalmente la morte (a partire da Omero). L'elenco dei sintomi si chiude così con un sovraccarico di pathos.

Ma l'elemento che segna più di tutti il distacco da Saffo è l'ultima strofa, che individua nell'otium la causa profonda della malattia d'amore. Esso rappresenta un paradossale ritorno alla morale tradizionale del mos maiorum, dalla quale la cerchia dei poetae novi si professava invece distante. In questo caso il termine otium acquista tutto il suo valore negativo, in quanto rende Catullo soggetto alla passione per Lesbia, conducendolo da ultimo a una vita dissipata.

Il carme 51 spiega inoltre l'origine del soprannome Lesbia. Saffo, l'autrice del testo qui imitato, era infatti originaria dell'isola di Lesbo. Il soprannome dato a Clodia richiama l'ambiente colto, raffinato e affascinante della poetessa greca, con le bellissime ragazze del suo tiaso, da lei amate e cantate nelle sue odi; il poeta vuole quindi identificare Lesbia con queste ragazze oggetto di canto e se stesso con Saffo che le celebra.

Lucrezio L'ode della poetessa greca viene ripresa in tutt'altro contesto da Lucrezio (autore contemporaneo a Catullo) nel De rerum natura. Nel terzo libro del poema il sentimento della paura è infatti descritto proprio attraverso il filtro dell'ode saffica:

Rispetto a Catullo, Lucrezio si mantiene più fedele all'originale greco, pur variando in parte l'ordine dei sintomi; il catalogo ha un andamento più secco, che procede privo di aggettivazione e artifici, tramite un semplice ed efficacissimo accostamento paratattico. Naturalmente Lucrezio non può che sopprimere il sintomo dell'alterazione febbrile, troppo specifico della passione amorosa, ma gli altri tre sintomi sono descritti in uno stile asciutto ed essenziale che riconduce alla chiarezza 'scientifica' dell'ode di Saffo. A differenza di Catullo, Lucrezio inoltre riprende i sintomi descritti nella quarta strofe dell'ode di Saffo: il pallore, il sudore e l'eventualità della morte. Scopo di Lucrezio è fornire una chiara e dettagliata descrizione scientifica; egli non rifugge quindi da nessun particolare realistico che possa risultare utile a questo fine.

Virgilio Qualche eco dell'ode di Saffo sembra esserci anche nellEneide di Virgilio, in particolare nel passo in cui Enea racconta a Didone l'incontro con lo spirito di Polidoro, uno dei figli di Priamo:

Orazio L'ode della gelosia si risente anche in Orazio, nella tredicesima ode del libro I:

Prima traduzione italiana La prima traduzione italiana del frammento 31 di Saffo da noi conosciuta risale al 1572 ed è di Giovanni Andrea dell’Anguillara:

Ugo Foscolo Ugo Foscolo, che si sentiva particolarmente legato a quest'odeU. Foscolo, Poesie, Firenze, Le Monnier, 1856, pp. 311-312., ne diede due fortunate traduzioni.

La prima traduzione risale al 1790: La seconda traduzione risale invece al 1821:

Pascoli e Quasimodo

Altre due fortunate traduzioni nella storia della letteratura italiana sono state infine quelle di Giovanni Pascoli e Salvatore Quasimodo:

Note

Voci correlate Saffo Letteratura greca arcaica Trattato del Sublime Classici greci conservati

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