Il turismo genealogico, i cui sinonimi sono turismo delle radici e turismo degli antenati, è una nicchia del turismo culturale.M. NOVELLI (ed.), Niche Tourism, Oxford, Elsevier 2005 Può essere definito come «il complesso delle attività e delle organizzazioni relative a viaggi e soggiorni compiuti per ricercare l’origine, la discendenza e le tracce di famiglie e di stirpi, e per indagare i possibili legami di parentela, di affinità e di attinenza fra il turista, e altre persone, cose e territori».

Descrizione «Il turismo genealogico è perfettamente coerente con una delle tendenze più attuali del mercato, ossia usare il passato come una risorsa. […] Oggi sempre più questo sguardo indietro è lasciato a un percorso individuale, o a siti che lavorano per chi vuole mettere in ordine il proprio passato. E quindi il proprio presente».

I legami di parentela, di affinità e di attinenza costituiscono la base imprescindibile su cui si fonda la ricerca genealogica. L’attinenza è «il vincolo genealogico che intercorre fra una persona ed un'altra, che, pur non essendo un suo parente, è comunque collegata genealogicamente alla prima, mediante una serie continua di rapporti bilaterali di coniugio, di figliazione e di fratellanza»;L. CARATTI DI VALFREI, Manuale di genealogia, Roma, Carocci 2004, p. 91. nel gergo comune, è una relazione logica o di fatto, un rapporto di affinità, di funzione, di amicizia o di interdipendenza.

Il rapporto di attinenza va inteso in senso ampio: in primo luogo, come legame tra il turista e altre persone che non necessariamente gli sono legate da rapporti di parentela e affinità – possiamo ricomprendere tra gli attinenti anche i commilitoni, gli associati, i confratelli, e i compagni dell’università o del college. Secondariamente, con cose, territori, fotografie, diari, lettere e memoriali, con abitazioni e rovine, e con le mille strade della buona o della cattiva sorte che segnarono i destini dei loro avi.

Considerato che le ricerche genealogiche e quelle di storia familiare, tanto in senso stretto che in senso ampio, costituiscono un aspetto basilare del turismo genealogico, gli archivi rivestono un ruolo considerevole.

Alex Haley, forse il primo e anche uno dei più famosi turisti genealogici, racconta, nel suo best seller Radici, di essersi recato innumerevoli volte presso la Biblioteca del Congresso di Washington.

I musei sono per antonomasia depositari di memorie. Tra quelli che a noi qui preme menzionare: gli etnografici, gli ecomusei, talune collezioni fotografiche, i musei della guerra e dell’araldica, alcuni tra i musei dell’industria, i musei di storia locale e i musei dei cognomi. Un cognome può denotare tanto l’appartenenza a una famiglia, un vincolo parentale, quanto il legame con una nazione, o più ristrettamente con una regione, una comunità, un villaggio: nel mondo si tengono riunioni, anche di centinaia di persone, programmate per lo più a scadenze annuali, tra portatori dello stesso cognome, e non per forza legati da vincoli di sangue.

Biografi, storici della famiglia, cultori della storia locale, archivisti, mediatori culturali e naturalmente genealogisti costituiscono il capitale umano indispensabile alla costituzione di un’offerta adeguata alle necessità degli esigenti turisti genealogici.

Origine e sviluppi Il turismo genealogico fece la sua comparsa nella stessa epoca del turismo di massa, quando le vacanze diventarono un bene di consumo alla portata di tutti i ceti sociali. Dagli Stati Uniti gli afroamericani cominciarono a voler scoprire le loro origini africane, mentre i discendenti degli immigrati europei poterono permettersi traversate atlantiche di ritorno e più tardi gli stessi risvolti si ebbero per i migranti intra-europei.

Il desiderio di ritrovare i propri antenati o le proprie "radici" è un fenomeno di vasta portata che investe l'intero mondo occidentale ed è da relazionare alla dissoluzione della coesione generazionale e allo sfilacciarsi di quelle narrazioni capaci di ricollocare l’individuo all’interno di una storia collettiva. Il rarefarsi della storia come patrimonio condiviso lascia lo spazio a percorsi individuali che cercano di mettere ordine nel passato ricollegandolo al presente. La perdita di continuità tra "vivi e morti" può essere riparata dalla ricerca genealogica seppur solamente a livello individuale. In un’intervista del 1995 Jean-François Revel denunciava l'ossessione memoriale in atto nella società europea che si manifestava in un eccesso di museificazione ed osservava che: «le nostre società si pensano come collezioni di individui di cui ciascuno detterebbe una memoria particolare che non sarebbe un riassunto o una flessione della memoria generale ma che varrebbe per la sua stessa singolarità». È una osservazione che dà senso al diffuso 'trend genealogico' in atto.

Sembrerebbe proprio che la ricerca dei luoghi e le ricostruzioni di alberi genealogici praticate negli archivi compensino una narrazione collettiva venuta a mancare. Una società che forse non si identifica più solamente nella rete dei poteri dislocati sul territorio dallo stato centrale e che invece cerca di affiancarvi un tessuto connettivo alternativo. È comunque un fenomeno positivo perché tende a riannodare i legami tra passato e presente prendendo le mosse dalla storia della propria famiglia che è poi il nucleo costitutivo fondamentale di ogni società. Se questa necessità viene poi espletata mettendo in campo metodologie fai-da-te, spesso improvvisate, spetta alle istituzioni pubbliche cogliere questi segnali e cercare di ricondurre questi nuovi patrimoni di storie individuali all'interno del patrimonio della collettività.

La cultura genealogica appartiene per tradizione alle grandi famiglie della nobiltà feudale. La genealogia, per tutta l'età moderna e fino all'Ottocento, si è radicata soprattutto nella sfera degli interessi patrimoniali. Prove di ascendenza e discendenza venivano spesso prodotte nei processi ereditari per patrimoni acquistati, donati o giunti attraverso doti, fine suggello di accordi tra famiglie potenti o in corsa per il potere. I diritti successori in sostanza si fondavano su gerarchie parentali ordinate in un esteso sistema giuridico e di costume. Genealogisti e illustri avvocati erano ricercatissimi per la destrezza con cui si muovevano nei labirinti di norme e consuetudini ereditarie.

La ricerca di identità attraverso l'albero genealogico per le famiglie borghesi, per i ceti artigiani e per i nuclei di piccoli proprietari terrieri, di operai e braccianti, si è sviluppata in altro contesto e solo recentemente sembra aver acquisito un proprio ambito di diffusione. D’altra parte a gruppi sociali che si sono percepiti per secoli in una condizione storica di massa, di movimento o semplicemente di lontananza dal vertice della piramide sociale, non poteva corrispondere la rappresentazione genealogica appena descritta.

L'avvento della comunicazione elettronica e la diffusione delle apparecchiature e delle conoscenze informatiche, facilitata anche dalla crescente scolarizzazione, hanno influenzato il nostro immaginario e il mondo in cui viviamo.

Nel 1996 venne messa online la rivista Altreitalie, la prima pubblicazione scientifica italiana ad essere distribuita in versione integrale e gratuitamente su internet. Questa rivista, specializzata sul tema delle migrazioni italiane, ha contribuito a modificare la percezione e le conoscenze dei migranti italiani e li ha informati sulla storia delle loro migrazioni e dei loro insediamenti. Fino all’anno 2000 sul portale della rivista erano anche disponibili le liste dei passeggeri italiani sbarcati, dal 1859 al 1920, nei porti di New York, Buenos Aires e Vittoria.

I viaggi di ritorno al paese di origine, da sempre, costituiscono per i migranti e i loro figli un momento cruciale nella scoperta e costruzione della loro identità individuale e familiare. Per coloro che emigrarono oltreoceano nel Novecento, e in particolare per quelli che partirono dopo la seconda guerra mondiale, era prassi diffusamente consolidata effettuare la prima visita ai luoghi natii a dieci anni dalla partenza.

Il secondo viaggio di ritorno normalmente avveniva dopo altri dieci anni quando l'emigrato aveva creato il suo nucleo familiare e avvertiva l’esigenza di far conoscere ai propri figli il paese da cui provenivano. Il viaggio solitamente prevedeva la visita alle maggiori città d'arte — Firenze, Roma, Venezia ecc. — e proseguiva con la permanenza di alcune settimane nel paese d'origine, dando così modo ai figli di incontrare la 'radice' della famiglia rimasta in Italia.

Il viaggio di ritorno rappresentava anche un momento di riscatto per l'emigrato che poteva dimostrare a se stesso e a chi non era emigrato sia il successo ottenuto, sia la validità della scelta di migrare.

Ovviamente le abitudini descritte si differenziano in base alle diverse esperienze migratorie perché sono determinanti sia il luogo sia il periodo storico in cui avvennero le partenze. Ad ogni modo, mantenere un legame con l'Italia è oggi molto più semplice che in passato. Viviamo in un mondo globalizzato in cui le distanze, grazie all’accessibilità ai voli low cost e all’avvento di Internet, si sono accorciate.

Statistiche Gli archivi oggi non sono più terreno esclusivo di ristrette élite di storici di professione, di laureandi e dottorandi in storia, intenti a raccogliere materiale per la stesura di saggi e tesi di laurea. Al contrario, sempre di più negli ultimi decenni il pubblico si è allargato a varie classi sociali ognuna con le proprie istanze di memoria e i propri bisogni identitari.

I sondaggi lo dimostrano: secondo un’indagine svolta negli archivi britannici nel 2001 solamente il 5,5% degli utenti dichiarava che la visita era a scopo di ricerca accademica o affine, il 9,6% era attinente ad altre finalità di tipo professionale e addirittura l'82,3% affermava di svolgere ricerche per interesse personale o per hobby.

Un'ulteriore ricerca condotta l’anno successivo ha indagato in dettaglio gli scopi di questi utenti ed è emerso che tra essi ben il 71,8% svolgeva indagini di storia familiare. È un dato che conferma una tendenza in atto da tempo e cominciata a partire dagli anni Ottanta. Nel 1997 fu inaugurato a Londra il Family Records Centre che vide raddoppiare le presenze nel giro di tre anni. Per avere un'idea dell'affluenza in questo centro nel 2002 furono circa i visitatori mentre nel 2005, grazie alla messa in rete di una grossa parte del patrimonio archivistico, scesero a .

In Francia tra gli anni Settanta e la fine dei Novanta il numero degli utenti degli archivi nazionali e di quelli dipartimentali è quadruplicato, raggiungendo quota a cui vanno aggiunti altri genealogisti amatoriali che frequentano le sale dei vari archivi comunali. Un sondaggio effettuato nel 2003 ha confermato trattarsi di utenti per la maggior parte non legati a professioni: un 29% dichiarava di frequentare gli archivi nazionali per attività di studio scolastico e universitario, un altro 29% nel quadro di un’attività professionale inclusa la ricerca accademica e il 48% per motivi personali o per svago. Percentuale che sale al 56% fra il pubblico complessivo degli archivi comunali e dipartimentali, giungendo in questi ultimi fino al 62%.