Il suicidio nell'antica Roma era considerato come la massima e legittima espressione della libertà personale.
Il suicidio secondo il Diritto romano Mentre nella cultura antica greca il suicidio era legittimato solo nel caso riguardasse personaggi esemplari che si trovassero in situazioni particolari, nella tradizione romana era considerato un diritto appartenente a ogni cittadino.Paul Veyne, La società romana, Laterza.Roma-Bari 1990 Fallire il proprio suicidio non implicava di dover rispondere alla legge, poiché la vita era stimata come un bene supremo, ma legato al diritto privato della persona che poteva disporne a piacimento. Unica eccezione era quella rappresentata da chi, tentando il suicidio per evitare il servizio militare, veniva punito con il congedo con disonore.Lo studio del diritto romano ovvero Le Instituta e le Pandette messe in confronto cogli articoli di tutte le parti del codice nelle recitazioni di Eineccio. Versione italiana con note. Opera elaborata da una Società di giureconsulti per cura di Nicola Comerci. Volume 1. [-3.] - Napoli : stabilimento letterario tipografico dell'Ateneo, 1830, p.391
Il diritto romanoArrigo Diego Manfredini, Il suicidio: studi di diritto romano, G. Giappichelli, 2008 interveniva infatti quando sorgesse un conflitto tra individui, i quali ricorrevano alla legge affinché fossero regolati secondo giustizia. Se, per un verso, il diritto romano non riconosceva particolari libertà ai cittadini, per un altro, non agiva se non quando venisse danneggiato l'interesse di qualcuno. Il suicidio acquistava allora la caratteristica di una libertà del cittadino poiché la legge non interveniva a proibirlo.
Quando infine i giuristi romani in età imperiale si interessarono del suicidio, si limitarono a definirlo una "libertà naturale"Antonio Parrino, I diritti umani nel processo della loro determinazione storico-politica, GAIA srl - Edizioni Univ. Romane, 2007 p.25 enumerando tutti i vari motivi che potevano indurre al suicidio come per sofferenze fisiche o disgusto di vivere (taedium vivendi), per follia o «ostentazione, come nel caso di certi filosofi che vogliono mostrare il loro disprezzo per la morte»,Francesco Remotti, Forme di umanità, Pearson Italia S.p.a., 2002 p.68 per lutti familiari o per malattia, ma confermando sempre che si trattava di un aspetto che non riguardava la legge.
Su tutti i motivi che portavano al suicidio vi è in evidenza per i Romani anche quello della "morte opportuna" per cui invece che attendere la morte passivamente, liberamente si decideva di anticiparla suicidandosi:
Quest'ultimo tipo di suicidio ricorreva nella società romana soprattutto nel caso di gravi ammalati in fine vita che volessero porre termine alle loro sofferenze.
Cicerone ribadisce le idee di Pitagora, secondo il quale l'uomo appartiene alle divinità che decideranno del tempo della sua morte.
Tuttavia in alcune circostanze l'uomo può anticipare la fine della sua vitaDe Senectute, Milano, BUR Rizzoli, 1958, paragrafi 72-73. mettendo in atto quel metodo ottimale per evitare le sofferenze che è quello di darsi la morte «eterno rifugio per non sentire più nulla» (aeternum nihil sentiendi receptaculum)Cicerone, Tusculanae disputationes, 5.40.117
Sulla stessa linea, Seneca ritiene opportuno suicidarsi quando il corpo non è più in grado di assolvere le sue normali funzioni poiché è diventato «un edificio putrido e decadente» (ex aedificio putri ac ruenti)Seneca, Epistulae, 6.58.34-36 o quando è stato colpito da una malattia incurabile.
Un altro tipo di suicidio è previsto dai testi giuridici dal I al III secolo d.C. conservati nel Digesto e da alcune costituzioni imperiali del II e III secolo d.C. riportate nel Codice giustinianeo. La legge romana prescriveva infatti che fossero nulle le disposizioni testamentarie lasciate da chi aveva commesso gravi crimini puniti con la morte. Per evitare però la confisca dei beni, dal I secolo a.C. l'imputato, prima della pronuncia della sentenza, poteva evitare la confisca dei beni destinati agli eredi anticipando l'esecuzione della condanna suicidandosi. Successivamente questa disposizione venne annullata salvo il caso che gli eredi del suicida non riuscissero a dimostrare che il suicidio era avvenuto per sottrarsi alle sofferenze di una grave malattia o per il taedium vitae ("noia di vivere"). Nel primo caso occorreva l'intervento di un medico che attestasse le gravi condizioni del malato mentre nel secondo caso era lo stesso medico che procurava il sollievo dalla noia di vivere al suo cliente.
Dal IV secolo, pur non mutando il quadro giuridico, cambia la considerazione del suicidio che passa dall'essere tollerato all'essere apertamente condannato, per la diffusione delle idee neoplatonichePlotino, Porfirio e Microbio affermano decisamente la loro contrarietà al suicidio poiché lo scopo del vivere è quello di purificare l'anima e spezzare violentemente il legame di questa col corpo significa non tener conto della scadenza stabilita dagli dei. ereditate dal pitagorismo e per la predicazione dei Padri della Chiesa (Sant'Ambrogio, Eusebio di Cesarea, S.Agostino).Aldo Petrucci, Lezioni di diritto privato romano, G. Giappichelli Editore, 2015, p.66Sant'Agostino di Ippona sostiene che il suicida pecca contro Dio e commette un'ingiustizia nei confronti della comunità. Egli scrive: «Noi, e non senza ragione, non troviamo mai nei libri canonici un punto in cui sia comandato o permesso da Dio di uccidersi né per la gloria immortale né per liberarsi da un male o per evitarlo. Anzi, dobbiamo intendere che ci sia stato proibito, dove la legge dice: "Il prossimo tuo [....] Non ucciderai": dunque né altri né te stesso: infatti chi uccide se stesso, non uccide altri se non un uomo.» (De Civitate Dei, Roma, Nuova Città Editrice, 1974, libro I, p.20.)
Il suicidio per il taedium vitae
Antesignano del taedium vitae degli uomini illustri è Lucrezio (98-55 a.C.) che si trova a vivere in un periodo difficile della storia di Roma del I secolo a.C. caratterizzata dalle guerre civili e dal declino dei valori tradizionali sopraffatti dalla dissolutezza portata dall'afflusso delle ricchezze orientali.
I Romani benestanti, scrive Lucrezio, cercano di sfuggire a questo stato ma non capiscono che in questo modo «si fugge soltanto se stessi, ma non ci si stacca da ciò che si vuole fuggire» Lucrezio, De rerum natura, Libro III, Newton & Compton, Roma 2000, 1068-1069 p.191.
Il suo De rerum natura è ricchissimo di connotazioni tipici del taedium vitae tanto che alcuni studiosi hanno sottolineato il pessimismo di fondo che si opporrebbe alla volontà di rinnovare il mondo a partire dalla filosofia epicurea; in altre parole, in Lucrezio ci sarebbero due spinte contrapposte; l'una dominata dalla razionalità e fiduciosa nel riscatto dell'uomo, l'altra ossessionata dalla fragilità intrinseca degli esseri viventi e dal loro destino di dolore e morte. Altri studiosi, però ritengono che l'insistenza di Lucrezio sugli aspetti dolorosi della condizione umana non sia altro che una strategia di propaganda, per fare emergere più fortemente la funzione salvifica della ratio epicurea. Questo aspetto della filosofia di Lucrezio ha investito la questione della sua pazzia e del suo presunto suicidio che secondo il pedagogista, medico e scrittore Giulio Della ValleG. Della Valle, Tito Lucrezio Caro e l'epicureismo campano, Tipografia dell'Ospedale psichiatrico provinciale "L. Bianchi", 1933., va risolto nel senso più probabile che il poeta si sarebbe tolto la vita come gesto di protesta verso la classe politica in ascesa, o perché condannato a suicidarsi con morte "onorevole".
Seneca (4 a.C.-65 d.C.) avverte anche che sarebbe errato pensare che questa malattia mortale del disgusto di vivere sia propria soltanto dei grandi personaggi della storia:
E ad esempio di ciò che afferma porta il caso del gladiatore che si soffocò servendosi della spugna che collettivamente veniva usata nei bagni pubblici per asciugarsi le parti intime:
Tuttavia, aggiunge di non cadere negli eccessi:
Uno strumento per continuare a vivere potrebbe essere quello di trovarsi un'occupazione per giovare all'umanità ma accade che il taedium vitae si estenda anche al prossimo facendoci cadere nella misantropia che ci fa pensare che quelle virtù che noi non abbiamo neppure gli altri le possiedano:
La nostra vita è un paradosso: ne proviamo disgusto ma temiamo di perderla e la vecchiaia ci rinnova continuamente questa paura facendoci coscienti del tempo che passa sempre più velocemente: un'altra caratteristica questa del taediumm vitae:
Marco Aurelio (121-180 d.C.) vedrà allora la soluzione del taedium vitae solo nel suicidio:
Il suicidio paradossale di Petronio Arbitro Il suicidio di Petronio Arbitro (27-66) sembrerebbe rientrare nei casi di chi si dà la morte per il taedium vitae, disgustato dalla ricerca dei piaceri e deluso dai suoi godimenti: il ritratto, invece, che ci ha tramandato Tacito, unica fonte della sua vita, è ben diverso da quello del classico gaudente deluso dai piaceri dell'esistenza:
Petronio infatti, non esalta ma usa con signorile distacco i piaceri che la vita gli offre: il suo è un "lusso raffinato" che copre i suoi veri sentimenti così come appaiono nel Satyricon, il suo romanzo dove trapela: «...una sotterranea tristezza, dell'autore, della sua classe sconfitta, di ideali tramontati, di energie senza altra applicazione che la servitù al dispotismo imperiale...»Luca Canali, Ritratti dei padri antichi: sedici scrittori latini e cristiani, Edizioni Studio Tesi, 1993 p.121 al quale Petronio si oppone "esteticamente", con toni apparentemente semplici («Le sue parole e le sue azioni, quanto più erano libere da convenzioni e ostentavano una certa sprezzatura, tanto maggior simpatia acquistavano con la loro parvenza di semplicità.»Tacito, op.cit. ibidem) che nascondono la sua sprezzante ribellione in vitaScrive Tacito: «Tornato poi alle sue viziose abitudini (o erano forse simulazione di vizi?) venne accolto tra i pochi intimi di Nerone» (in Tacito, op.cit.ibidem) e la sua rivincita, in morte, nel segno dell'arte con il suo suicidio che, fuori da ogni schema, è l'antitesi di quello filosofico di Seneca.
Petronio mentre cercava di raggiungere Nerone a Cuma venne fatto arrestare ed allora, aspettandosi di essere condannato a morte,
Progettò dunque la sua morte non come avrebbe voluto Nerone, ma come se fosse un sonno naturale e nello stesso tempo non lasciò, da cortigiano, un elogio al suo signore ma un duro giudizio:
Il suicidio degli schiavi La considerazione del suicidio come un diritto privato valeva per gli uomini liberi. Diverso l'atteggiamento della legge nei confronti del suicidio dello schiavo, atto che veniva giudicato come causato «dalla sua stessa nequitia»Giulio Paolo, Dig. XXI, 1,43,4 per cui il servo veniva definito un "cattivo schiavo", ossia "uno schiavo che non è uno schiavo": "cattivo" non moralmente ma nel senso che la "res" servile mostrava con il tentato suicidio un difetto nascosto, un vitium, che la rendeva un utensile mal funzionante, che il venditore era obbligato a denunciare, se non voleva incorrere nel risarcimento al compratore per la vendita fraudolenta.Francesco Remotti, Forme di umanità, Pearson Italia S.p.a., 2002 p.68
Il suicidio della gente comune Le fonti storiche antiche ci hanno tramandato esempi di suicidi di personaggi famosi che si uccidono in vari modi, per lo più trafiggendosi di propria mano o gettandosi sopra un pugnale tenuto da uno schiavo o tagliandosi le vene, mentre trascurano quello che avveniva ogni giorno tra la gente comune. Un'eccezione è rappresentata da Orazio che ci descrive come per un disastro finanziario abbia tentato il suicidio, sventato dall'intervento del filosofo Stertinius: