Bortolazzi è un cognome del patriziato e della nobiltà del Trentino.

Storia La famiglia Bortolazzi di Trento proviene da Cornuda di Asolo, nel trevigiano, da dove si era trasferita da Gandino nel bergamasco.

Prima generazione Il primo Bortolazzi nominato nei documenti trentini è Giuseppe di Bortolameo, citato per la prima volta in un documento del 23 aprile 1600. Egli era un mercante e si può presumere che avesse un certo successo, giacché acquistò numerosi possedimenti nel circondario della città, tra i quali nel 1621 una casa con “cortile, broilo, orto e altre comodità” a Vattaro. Nel 1617 Giuseppe Bortolazzi ottenne il diritto di cittadinanza nella città di Trento e nel 1647 venne insignito del grado di Cavaliere del Sacro Romano Impero. Egli ebbe tre mogli; l’ultima, Margherita di Gianbattista Graziadei di Calavino, legò nel suo testamento delle messe da celebrarsi nella chiesa parrocchiale di San Martino a Vattaro, in cui restano diverse testimonianze della famiglia, tra le quali l'altare fattovi erigere dal marito.

Seconda generazione Giacomo Antonio (1610-1672), figlio di Giuseppe, rimase unico erede di tutti i beni della famiglia, che aumentò con numerosi acquisti. Nel 1663 i Bortolazzi comprarono una casa anche a Vigolo Vattaro; si tratta forse del palazzo poi acquistato dai conti Bossi Fedrigotti di Borgo Sacco, che si affaccia sulla piazza principale ed è fiancheggiato dalla canonica, riconoscibile dalla meridiana dipinta nel 1825. Anche lui, come il padre, si sposò tre volte. La sua eredità passò ai figli, in particolare a Bartolomeo e Ludovico, i quali dopo aver goduto in comune dell’eredità paterna, si separarono sul finire dell’anno 1700.

Terza generazione Bartolomeo (4 aprile 1649-1720) nel 1670 si laureò in “utroque iure” presso l’Università di Padova, si iscrisse poi al Collegio dei Dottori di Trento e rivestì la carica di console cittadino negli anni 1678, 1679, 1683, 1684, 1688. All’inizio del 1689, per nomina del principe vescovo Francesco Alberti Poja, entrò a far parte del Consiglio Aulico, ottenendo per quest’incarico lo stipendio di 900 fiorini annui sino al 1702, anno in cui decise di rinunciare alla retribuzione. L’incarico gli fu conferito, probabilmente, non solo per le proprie capacità personali, ma anche come atto di riconoscenza per i prestiti in denaro concessi dai fratelli Bortolazzi alla Mensa Episcopale, attestati da un documento del 1686. Il 27 settembre 1702 l’imperatore Leopoldo I lo elevò, insieme al fratello Lodovico, al grado di Conte del Sacro Romano Impero, dignità poi confermata, nel dicembre dello stesso anno, dal principe vescovo Giovanni Michele Spaur. I predicati della contea loro assegnata furono quelli “de Villa Vattarej Dominos aq Monte Acquavivae, germanice von Watterdorff und Herr von Brunnenberg”. Lo stemma familiare venne inoltre confermato e arricchito. Alla morte del padre assunse la tutela dei fratelli e rinnovò, per sé e per loro, una società con i fratelli Frigeri indirizzata al commercio della seta, durata circa quattordici anni. Il 5 ottobre 1673 sposò Lucrezia Sardagna, da cui ebbe tre figli: Giacomo Antonio, Barbara e Susanna Teresa, poi monaca. Fu commissario militare episcopale durante la guerra di successione spagnola (1700-1714). L’effigie di Bartolomeo rimane custodita in un austero ritratto visibile nel salone della Villa Bortolazzi all’Acquaviva. Sebbene avesse avuto un solo figlio maschio volle istituire la primogenitura Bortolazzi.

Il fratello Ludovico (11 marzo 1658 – 15 maggio 1734) studiò a Dillingen in Baviera e si trasferì poi a Parma, ove ottenne la laurea in entrambe le leggi il 2 giugno 1678. L’11 novembre 1691 l’imperatore Leopoldo I lo nominò “Famigliare suo domestico”, mentre nel 1702 venne elevato, insieme al fratello Bartolomeo, al grado di Conte del Sacro Romano Impero col predicato di signore di Wattardorf e Prunnenberg (quest’ultimo tratto dai loro possessi all'Acquaviva presso Mattarello). Nel 1714 e nel 1715 ricoprì la carica di capoconsole di Trento. Fu promotore di svariate opere artistiche e architettoniche, dando avvio, insieme ai fratelli, all’ampliamento del palazzo di famiglia “alle Becharie” di Trento; fece affrescare dal pittore Obermüller la villa di Vattaro e commissionò l’altare maggiore della chiesa di S. Pietro a Trento. Sposò la nobile trentina Lucia Cazuffi (1661-1734), ma morì senza eredi.

Quarta generazione Giacomo Antonio (8 dicembre 1678 - 25 novembre 1761), figlio di Bartolomeo, si dedicò all’attività di famiglia, la mercatura, commerciando soprattutto in sete. La famiglia possedeva infatti diverse filande. Si dedicò quindi all’attività imprenditoriale, senza mai rivestire cariche pubbliche, intrattenendo a Vienna gli affari di maggior rilevanza. Il 20 agosto 1704 sposò la contessa Teresa Caterina Rosa contessa d’Arsio e di Vasio († 1756), ottenendone un significativo riconoscimento sociale. Quando morì nel 1761, assistito dal celebre padre Giangrisostomo Tovazzi, volle che molti dei suoi beni entrassero a far parte della primogenitura. Egli aveva avuto otto figli, tra i quali tre maschi: Lodovico, Bortolameo e Giuseppe.

Quinta generazione L’erede della primogenitura fu Ludovico (17 luglio 1707 - 17 gennaio 1800). Verso il 1735 si recò a Vienna, ove conobbe la prima moglie, la contessa Josepha Hallweil, dama della corte imperiale e della croce stellata. Dopo la morte della prima consorte, dalla quale ebbe dieci figli, convolò a nuove nozze, il 20 agosto 1755, con Elisabetta d’Arco (1731-1783). A questo evento vennero dedicati numerosi componimenti poetici raccolti da Don Pietro Tamburini in un volumetto stampato da Francescantonio Marchesani. Da Elisabetta d’Arco ebbe altri quattordici figli, molti dei quali morti in giovane età. Si rivelò un imprenditore capace ed esperto, tanto da consentire il massimo sviluppo nel commercio della seta già intrapreso dalla famiglia. Nel 1762 venne eletto console, carica riconfermata nel 1763, nel 1764, nel 1769 e 1778. Morì a ben novantatré anni il 17 gennaio 1800. Tra i suoi numerosi figli tre in particolare vanno ricordati: Giovanna Gioseffa, Bortolameo Leopoldo e Gaspare Luigi.

Il fratello Bortolameo, quinto figlio di Giacomo Antonio, nacque l’11 marzo 1710 e intraprese la carriera ecclesiastica, divenendo testimone degli ultimi decenni di vita del Principato Vescovile di Trento. Nel 1741 ottenne un canonicato nella Cattedrale di Trento grazie al sostegno di Bartolomeo Passi, dal 1744 vescovo suffraganeo di Domenico Antonio Thun. Nel giugno del 1764 venne chiamato a far parte del Consiglio Aulico. Ereditò varie proprietà della famiglia, tra le quali il maso del Salè a Povo ed il maso di San Michele all’Adige. Fornì a Benedetto Bonelli due rari codici delle antiche istituzioni sinodali del vescovo di Trento Enrico III di Metz (1310-1336), delle quali lo storico si avvalse per la redazione delle “Notizie istorico-critiche della chiesa di Trento”. Nel 1773, nella Cattedrale di S. Vigilio, fece sostituire l’altare ligneo della Vergine Addolorata con l’altare marmoreo, tuttora visibile, commissionato agli scultori Giuseppe Antonio e Domenico Sartori. Morì il 29 gennaio 1797.

Sesta generazione Bartolameo, nato nel 1761, figlio di Ludovico, fu l’erede della primogenitura Bortolazzi. Nel 1794 gli venne concesso il cavalierato dell’Ordine di Santo Stefano, del quale, come emerge dal suo epistolario, era molto orgoglioso, tanto che tenne precisa nota delle spese sostenute per l’acquisto delle sue uniformi di gala, per l'ammontare di 474 scudi. Era inoltre un amante della buona tavola e della letteratura, per le quali non badava a spese; nel 1788 aveva chiesto al Papa la facoltà di poter leggere anche libri inseriti nell'Indice, facoltà che gli venne concessa nel 1789. Sebbene in una delle sue lettere affermi di non avere “molto genio a poetare”, non è da escludere che siano di sua composizione alcune poesie conservate nell'archivio di famiglia, tra le quali un componimento scherzoso dedicato alla "passera". L’uccellagione era del resto uno dei suoi passatempi preferiti, tanto che teneva nota delle catture, con una media di 2.000 capi all’anno. A differenza del fratello Gaspare egli fece tutto il possibile per evitare di far parte della Guardia Nazionale di Trento, fino a sfuggire alla coscrizione. Nelle sue lettere private egli offre testimonianza delle vicende cui il Principato vescovile di Trento fu soggetto in quegli anni e non perde occasione per deplorare i continui passaggi di truppe, i danni, le imposizioni, i turbinosi cambiamenti di governo. Egli tuttavia non solo fu protagonista di una felice missione a Gorizia presso il generale Massena allo scopo di evitare una requisizione, ma pare che fosse anche membro attivo della massoneria trentina. A 52 anni, dopo aver inutilmente cercato di convincere il fratello Gaspare a sposarsi e a continuare la stirpe, visto che l'Ordine di Santo Stefano lo obbligava al celibato, sposò lui stesso Maria Massenza Tomasini, dalla quale ebbe quattro figli: Amato Bortolameo, Elisabetta, Adelaide e Giuseppa.

Gaspare, nato nel 1767, fu capitano della Guardia Nazionale di Trento negli anni dell'occupazione napoleonica 1801 e 1802. La sua compagnia, la compagnia Bortolazzi, è stata ritratta dal pittore Domenico Zeni nel 1806 con il palazzo Bortolazzi di Trento sullo sfondo. Il quadro, di grandi dimensioni, è conservato a Palazzo Geremia a Trento. Nel suo testamento del 1846 lasciò un legato di 20.000 fiorini perché la chiesa di San Pietro a Trento fosse dotata dell’attuale facciata neogotica. La facciata, cominciata prima del 1848 su disegno del marchese Selvatico, professore e direttore dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, venne terminata nel 1850.

Giovanna Gioseffa, nata nel 1771, era l’ultimogenita di Ludovico; di lei scrive mons. Weber che:

Settima generazione Amato Bortolameo, figlio di Bortolameo, nato nel 1817, morì a 29 anni dopo due soli mesi di matrimonio; egli era l’ultima speranza della casata dei Conti Bortolazzi, che si estinse quindi nel ramo maschile nell'anno 1850 con la morte del padre Bortolameo.

Eredi I beni della famiglia passarono ad Adelaide, moglie di Gio. Batta Fogazzaro, imparentato con lo scrittore Antonio Fogazzaro, e a Giuseppa, moglie del nobile commerciante Luigi von Altenburger. All'estinzione della linea maschile Fogazzaro le proprietà non ancora alienate passarono alla famiglia Larcher.

Proprietà principali e committenze I Bortolazzi per la costruzione e l’abbellimento delle loro ville, palazzi e cappelle erano soliti avvalersi dell’opera di numerosi artisti e professionisti: con loro lavorarono gli architetti Pietro e Apollonio Somalvico, i pittori trentini Carlo Spaventi e Francesco Marchetti, il modenese Domenico Romani, il veronese Prospero Schiavi, gli scultori di Mori Domenico e Antonio Sartori e molti altri.

Palazzo Bortolazzi a Trento

Il palazzo, adibito oggi in parte a sede del coro della SOSAT, conserva stanze decorate con soffitti lignei o decorati con stucchi e dipinti e meravigliosi affreschi.

Il portale di ingresso della sede sosatina, con stemma a stucco dei Bortolazzi, è schiettamente rinascimentale, scolpito a rosette.

Il salone centrale è fittamente dipinto a motivi architettonici prospettici, simbologici (astrolabi, mappamondi, emblemi delle arti, della guerra), araldici (fra cui gli stemmi dei Bortolazzi e dei d'Arco), esotici (teste di orientali), nature morte, drappeggi. Al centro delle volte a botte è raffigurata una scena mitologica con personaggi musicanti (mandolino e cetra). Fra i fantasiosi portali marmorei barocchi laterali sono figurate in cinque riquadri incorniciati da finti stucchi (tre a sinistra e due a destra), le proprietà e le residenze extraurbane dei Bortolazzi. Sono riconoscibili l'Acquaviva, Vattaro, Pantè di Povo, forse Spini e Lamar di Gardolo. La fastosa decorazione pittorica barocca è attribuita a Carlo Spaventi e alla figlia Domenica.