La diaspora giapponese è la migrazione volontaria o forzata del popolo giapponese verso l'estero, verificatasi in diversi periodi della storia. La prima emigrazione dal Giappone si verificò già durante il XII secolo verso le Filippine, ma non divenne un fenomeno di massa almeno fino al periodo Meiji, quando i giapponesi iniziarono a spostarsi verso il Nord e il Sud America in cerca di nuove opportunità di lavoro. Si verificò anche una significativa migrazione verso i territori d'oltremare dell'Impero durante il periodo coloniale; tuttavia, la maggior parte degli emigrati fece ritorno in patria dopo la fine della guerra del Pacifico, a seguito della resa del Giappone.

Al mondo vi sono approssimativamente 3,8 milioni di nikkei, termine con cui vengono identificati gli emigrati giapponesi in terre straniere e i loro discendenti. Gran parte di essi risiede in Brasile, più precisamente negli stati di San Paolo e Paraná, mentre negli Stati Uniti essi sono maggiormente concentrati nelle Hawaii, in California e nello stato di Washington. Un piccolo gruppo di cittadini di origine nipponica vive anche in Canada, in Europa e in Oceania. A queste comunità di più remoto insediamento si aggiungono circa un milione di cittadini giapponesi residenti all'estero, in numerosi paesi.

Terminologia

Nikkei o nikkei-jin ( o ) è il termine usato per riferirsi agli emigrati giapponesi in terre straniere e ai loro discendenti che, emigrando dal Giappone, hanno creato all'interno delle società che li hanno accolti delle comunità caratterizzate da uno stile di vita e degli usi e costumi unici. Il termine può stare a indicare anche coloro che sono in parte di origine giapponese e che condividono le usanze dei giapponesi nativi, o agli emigrati e ai loro discendenti che tornano in Giappone, i quali spesso vivono in comunità separate e non si identificano nel resto della popolazione giapponese..

Poiché i giapponesi vedono nella propria omogeneità culturale e razziale un valore importante,. i primi emigrati e la loro discendenza godono di diversa considerazione da parte dell'opinione pubblica.. La comunità nikkei è storicamente divisa in , con una marcata differenza tra issei (ovvero coloro nati in Giappone e poi emigrati), nisei (i discendenti di seconda generazione nati all'estero), sansei (terza generazione), yonsei (quarta) e gosei (quinta);. le prime tre generazioni riflettono quindi atteggiamenti nettamente differenti in fatto di autorità, genere, legame alla terra di origine, credo religioso e altri aspetti sociali rispetto alle generazione successive..

In Asia A causa della politica autarchica instaurata dallo shogunato Tokugawa nel XVII secolo, secondo la quale a nessuno straniero era permesso sbarcare in Giappone e a nessun cittadino giapponese era permesso abbandonare il paese, il Giappone rimase relativamente isolato fino a metà del XIX secolo. Le uniche eccezioni erano rappresentate dai cinesi e dagli olandesi, con cui vennero mantenuti minimi rapporti commerciali. In precedenza i giapponesi si erano spinti, sempre per motivi legati al commercio, non oltre le vicine coste del Sud-est asiatico e della Cina, dando vita in alcuni casi a delle comunità autonome.

Primi spostamenti: le colonie portoghesi e il Sud-est asiatico I portoghesi furono una delle prime popolazioni con cui i giapponesi vennero a contatto, e durante il XVI secolo il commercio di schiavi tra i due paesi era pratica consolidata. I portoghesi acquistavano regolarmente schiavi dal Giappone, i quali venivano poi rivenduti alle colonie portoghesi in Asia (su tutte Macao.), oltre al Portogallo stesso. Poiché la maggior parte delle schiave finivano per diventare prostitute o concubine, nel 1571 Sebastiano I, temendo che tale situazione finisse per aver un effetto negativo sul proselitismo cattolico in Giappone, ne proibì la pratica.. Si dovette tuttavia attendere fino al 1595 affinché venisse approvata una legge che la vietasse in modo ufficiale..

Le prime migrazioni volontarie verso il resto dell'Asia risalgono invece al XII secolo, quando un gruppo di marinai giapponesi si insediò nelle Filippine.. In Thailandia le autorità siamesi concessero ai giapponesi un appezzamento di terra nella periferia meridionale del reame di Ayutthaya, il quale arrivò ad ospitare nel XVI secolo tra i 1000 e i 1500 emigrati.. Un secolo più tardi diversi giapponesi lavorarono nelle Indie orientali olandesi (l'odierna Indonesia) come mercenari a servizio della Compagnia delle Indie. Un'ondata migratoria più imponente si verificò nel 1614, quando centinaia di giapponesi cattolici fuggirono dalla persecuzione religiosa imposta dal bakufu e si stabilirono nelle Filippine, dove era già presente una numerosa comunità di loro connazionali ormai assimilata alla popolazione locale.; .

L'apertura del Giappone e il periodo coloniale Posto fine al suo auto-isolamento, il Giappone adottò una nuova forma di governo in sostituzione del sistema Tokugawa, comportando radicali cambiamenti politici e sociali e l'apertura del paese al mondo esterno durante il periodo Meiji. Lo stesso bakufu iniziò a emettere documenti di viaggio e permessi per gli spostamenti all'estero a partire dal 1867.Per maggiori informazioni sulla storia dei documenti di viaggio e dei passaporti nel Giappone moderno, vedi

Prima del 1885, comunque, pochi giapponesi emigravano dal Giappone, in parte perché il nuovo governo Meiji era riluttante a consentire l'emigrazione, in parte perché quest'ultimo non aveva il potere politico per proteggere adeguatamente i propri emigranti, e perché riteneva che la presenza all'estero di giapponesi occupati in lavori non qualificati avrebbe pregiudicato le chance di rivedere i trattati ineguali. Una notevole eccezione a questa tendenza fu rappresentata da un gruppo di 153 lavoratori a contratto che, senza passaporti né documenti ufficiali, emigrarono verso Hawaii e Guam nel 1868. Essi sono ricordati come , perché lasciarono il Giappone nel primo anno del periodo Meiji. Nel 1885 il governo iniziò a sponsorizzare in modo ufficiale i programmi di emigrazione in modo da alleviare la pressione dovuta alla sovrappopolazione e agli effetti delle riforme finanziarie di Matsukata Masayoshi nelle zone rurali. Nei successivi dieci anni, il governo rimase strettamente coinvolto nella selezione e nella preparazione al viaggio degli emigranti. Le autorità giapponesi erano fermamente intenzionate a far sì che i propri connazionali risultassero ben educati durante il soggiorno all'estero, al fine di dimostrare all'Occidente che il Giappone fosse una società dignitosa, meritevole di rispetto. Entro la metà del 1890 le imprese in materia di immigrazione, non sponsorizzate dal governo, dominavano il processo di reclutamento degli emigranti, ma l'ideologia introdotta dal governo continuò a influenzare i piani di emigrazione per molti anni..

La necessità di materie prime, causata dalla rapida industrializzazione del paese, aveva portato il governo giapponese a focalizzare l'attenzione sui ricchi giacimenti minerari del Sud-est asiatico, in particolare sulle miniere di ferro della Malesia britannica (parte dell'odierna Malaysia). Per la fine del periodo Meiji la popolazione giapponese nella regione si aggirava sui 4.000 abitanti, anche se, all'inizio del XX secolo, gran parte di questa fosse costituita da prostitute, residenti principalmente a Singapore. Il boom della gomma portò inoltre molti giapponesi a lavorare nelle piantagioni di caucciù sparse nella penisola. In Thailandia, la causa dell'immigrazione fu perorata sia dal governo giapponese sia da quello locale, allo scopo di attrarre contadini abili a sfruttare le vaste aree incolte del paese. Non si registrarono tuttavia migrazioni su larga scala, e nel 1896 a Bangkok il numero di giapponesi emigrati rimaneva compreso tra le 30 e le 50 unità.. Successivamente il Giappone iniziò a inviare in Thailandia esperti nel campo del diritto, dell'istruzione e della sericoltura, in modo da contribuire alla sua modernizzazione; nel 1913 i giapponesi in Thailandia erano 219.

Nel 1898 le Indie olandesi contavano tra la popolazione 614 giapponesi,. i quali divennero più di 6.000 durante gli anni trenta del XX secolo. Dopo la fine del periodo occupazionista, circa 3.000 soldati dell'esercito imperiale giapponese scelsero di rimanere in Indonesia e combattere al fianco della gente del luogo contro i coloni olandesi nella guerra d'indipendenza indonesiana; circa un terzo di questi rimase ucciso, mentre un altro terzo si stabilì definitivamente in Indonesia dopo la fine dei combattimenti. A Davao, nelle Filippine, si trasferirono numerosi operai giapponesi che trovarono lavoro nei campi e nelle piantagioni di àbaca, dando vita a una fiorente comunità che nel XX secolo arrivò ad ospitare un santuario shintoista, una scuola e un consolato giapponese.

Ci fu inoltre un significativo flusso migratorio verso i territori d'oltremare controllati dell'Impero del Giappone durante il periodo coloniale giapponese, nella fattispecie Corea, Taiwan, Manciukuò e Karafuto. Rispetto agli emigrati nelle Americhe, i giapponesi che sceglievano di trasferirsi nelle colonie asiatiche potevano aspettarsi di trovare un livello sociale più alto e un lavoro meglio retribuito al loro arrivo. Nel 1938 vi erano 309.000 giapponesi a Taiwan, e sul finire della seconda guerra mondiale oltre 850.000 giapponesi in Corea e più di 2 milioni in Cina, la maggior parte di loro agricoltori in Manciukuò, dove era previsto un piano per portare a 5 milioni i coloni giapponesi. Prima dell'offensiva sovietica dei primi di agosto del 1945, nel Karafuto (Sud di Sachalin) vivevano circa 400.000 persone, la maggior parte di origine giapponese o coreana.. La perdita delle isole Curili, tuttavia, comportò l'espulsione di 17.000 giapponesi, la maggior parte dalle isole meridionali.

Dopo la seconda guerra mondiale Durante e dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte dei giapponesi all'estero fu fatto rimpatriare in Giappone: oltre 6 milioni di cittadini giapponesi furono espulsi dalle colonie asiatiche e dalle città interessate dai combattimenti.. Solo pochi rimasero all'estero, spesso involontariamente, come nel caso degli orfani in Cina o dei prigionieri di guerra catturati dall'Armata Rossa e condannati ai lavori forzati in Siberia. Durante gli anni cinquanta e sessanta, si stima che 6.000 giapponesi si trasferirono in compagnia dei coniugi Zainichi in Corea del Nord, mentre altri 27.000 prigionieri di guerra furono inviati lì dall'Unione Sovietica. Sempre negli anni sessanta il numero degli emigranti giapponesi e coreani in Corea del Nord calò bruscamente dopo che nel Paese del Sol Levante si sparse la voce delle cattive condizioni economiche, della discriminazione sociale e della repressione politica che entrambe le popolazioni erano costrette ad affrontare.

Come il Giappone iniziò a risollevarsi dalla situazione disastrosa del secondo dopoguerra e ad accrescere i propri investimenti all'estero, la quota di popolazione espatriata crebbe di conseguenza: a Hong Kong, tra il 1981 e 1999, il numero di residenti giapponesi triplicò salendo da 7.802 a 23.480.. La restituzione di Hong Kong alla Cina nel 1997, tuttavia, spinse molte delle aziende giapponesi attive nel territorio a trasferire le loro operazioni nella Cina continentale,. con un conseguente declino della popolazione giapponese residente. Durante gli anni duemila i cittadini giapponesi residenti in Cina aumentarono approssimativamente di tre volte passando da 46.000 a 127.000, in proporzione alla crescita del volume degli scambi tra i due paesi. Gli emigrati giapponesi in Cina sono concentrati soprattutto nell'area di Gubei a Shanghai.