Adriano in Siria è un dramma per musica in tre atti di Giovanni Battista Pergolesi, su libretto di Pietro Metastasio, per quanto profondamente rimaneggiato. L'opera, che costituisce la terza delle quattro opere serie composte dal musicista jesino, andò in scena al Teatro San Bartolomeo di Napoli il 25 ottobre 1734 in occasione del genetliaco di Elisabetta Farnese, madre del nuovo re di Napoli, Carlo VII. Ad essa si accompagnavano, per essere eseguiti nei due intervalli, gli intermezzi comici, che sono passati alla storia con il titolo di Livietta e Tracollo e che godettero, come operina buffa autonoma, di molta maggior fama che non l'opera principale, venendo rappresentati un po' per tutta Europa per oltre un ventennio.Raffaele Mellace, Livietta e Tracollo, in Piero Gelli e Filippo Poletti (a cura di), Dizionario dell'Opera 2008, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, pp. 737-738, ISBN 88-6073-184-4 (riprodotto online presso Opera Manager). Altri titoli utilizzati per l'operina furono La contadina astuta (Venezia, 1744), Il Tracollo (Bologna, 1746), La finta polacca (Roma, 1748).
Vicenda storica Preparazione All'inizio del 1734 Pergolesi aveva consolidato la sua posizione di musicista nella Napoli contemporanea. Dopo essersi diplomato, appena ventunenne, al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo nel 1731, aveva ottenuto la protezione di alcune delle famiglie più in vista della corte vicereale austriaca dell'epoca, ed in particolare del principe di Stigliano, Ferdinando Colonna, e poi del duca di Maddaloni, Domenico Marzio Carafa,Il nome indicato da Toscani è Marzio IV, mentre in effetti secondo la genealogia completa dei duchi di Maddaloni elaborata da Francesco Dandolo e Gaetano Sabatini (Lo Stato feudale dei Carafa di Maddaloni. Genesi e amministrazione di un ducato nel regno di Napoli (secc. XV-XVIII), Napoli, Giannini, 2009, pp. 11-13, ISBN 978-88-7431-439-3), il duca in carica dal 1716 al 1748 (l'ottavo, e non il quarto) e marito di Anna Colonna, si chiamava Domenico Marzio (p. 13). e del principe di Avellino, Marino Francesco Caracciolo, tutti fra di loro strettamente imparentati. Grazie al loro appoggio aveva ottenuto, per l'inverno dello stesso anno, la commessa per un'opera seria al Teatro San Bartolomeo, il più importante della città: essa, intitolata La Salustia, era andata poi in scena agli inizi del 1732, con esito incerto. Le sue fortune erano state peraltro riscattate alcuni mesi dopo dal successo della commedeja pe’ mmuseca in dialetto napoletano, Lo frate 'nnamorato, al Teatro dei Fiorentini. Divenuto maestro di cappella del principe di Stigliano ed entrato a far parte come organista sovrannumerario della Cappella reale, Pergolesi ottenne quindi una nuova commessa per un'opera seria, che fu però sospesa a causa della chiusura dei teatri provocata dal disastroso terremoto dell'Irpinia del novembre 1732 e delle successive repliche. Durante la prima parte del 1733 Pergolesi si dedicò quindi alla musica sacra, fintantoché, nel mese settembre, non toccò alla sua nuova opera Il prigionier superbo di sancire la riapertura dei teatri. Se anche questo lavoro, come già La Salustia, non ebbe esito felicissimo, riscosse invece un successo caloroso l'operina buffa che l'accompagnava come intermezzo, La serva padrona, sulla cui fortuna il sole non sarebbe più tramontato fino ai tempi moderni.Toscani.
«Il 23 febbraio 1734 Pergolesi fu nominato maestro di cappella sostituto "della Fedelissima Città di Napoli": la carica comportava la sostituzione del maestro titolare (l’ormai anziano Domenico Sarro) in caso d’infermità e il diritto di succedergli post mortem. Un indice del miglioramento di status è il fatto che, poco prima del 1734, Pergolesi cambiò abitazione, trasferendosi da uno dei vicoli dei Tribunali in una casa più ampia, nella zona corrispondente all’attuale corso Umberto; lì lo raggiunse la zia Cecilia Giorgi, sorella della madre, trasferitasi da Jesi a Napoli per badare alle sue necessità». Non solo, ma Pergolesi divenne anche maestro di cappella presso un altro dei suoi protettori sopra ricordati, il duca di Maddaloni, imparentato con l'aristocrazia romana, violoncellista dilettante egli stesso, protettore di artisti e dedito anche ad attività di tipo impresariale.Secondo i curatori del carteggio del grande castrato Farinelli con il conte Sicinio Pepoli, nel 1726 il duca aveva assunto la gestione del Teatro delle Dame a Roma, attività che svolgeva sicuramente ancora nel 1731 quando, in una sua lettera del 3 febbraio, il Farinelli fa accenno alla necessità di svincolarsi dagli impegni contrattuali che aveva assunto a Roma con il "Duca di Matalona" (La solitudine amica..., pp. 291 e 78). Gli alti livelli dei compensi che Pergolesi riusciva ad ottenere per il complesso delle sue attività testimoniano della considerazione in cui era tenuto: «un certo giovin compositore di qui, di cui si pensa un gran bene», avrebbe scritto di lui, seppur forse non con queste precise parole, il nobile impresario fiorentino Bartolomeo Corsini alcuni mesi dopo.Holmes, p. 93, La citazione è ritradotta dall'inglese ("a certain young composer from here who is very highly tought of"), non essendo riportato il testo originale.
Gli sviluppi della guerra di successione polacca, scoppiata nel 1733, determinarono però una situazione nuova. Nel mese di maggio del 1734 il diciottenne duca di Parma Carlo di Borbone, figlio cadetto di Filippo V di Spagna, sconfitte le truppe austriache che difendevano il regno di Napoli, entrò trionfalmente nella capitale, venendo dopo pochi giorni riconosciuto dal padre come nuovo re.Michelangelo Schipa, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli, Pierro, 1904, p. 128. Il cambiamento di regime determinò uno stato di incertezza per la nobiltà napoletana filo-austriaca: il principe di Avellino riparò addirittura a Vienna, il principe di Stigliano e il duca di Maddaloni, con la moglie Anna Colonna, si ritirarono invece provvisoriamente a Roma, invitando Pergolesi a seguirli. Qui, su commissione dei Carafa di Maddaloni, Pergolesi compose una Messa in fa maggiore in onore di San Giovanni Nepomuceno, protettore della Boemia e quindi particolarmente venerato nell'impero asburgico, la quale fu eseguita con scalpore verso la fine di maggio nella basilica di San Lorenzo in Lucina. Seppur forse messo in cattiva luce dall'episodio, Pergolesi rientrò a Napoli al seguito dei Carafa nel mese di giugno e fu addirittura incaricato dal nuovo sovrintendente borbonico ai teatri di scrivere l'opera celebrativa del genetliaco della neo-regina madre Elisabetta Farnese, di Spagna. Il nuovo sovrintendente altri non era che lo zio cadetto filo-borbonico del duca di Maddaloni, Lelio Carafa, marchese d'Arienzo, il quale aveva lasciato Napoli all'epoca della conquista austriaca ed ora rientrava in gran pompa al seguito del nuovo re, di cui era intimo,Carla Russo, Carafa, Lelio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 19, 1976 (accessibile online presso Treccani.it) comunque evidentemente intenzionato a proteggere gli interessi della sua famiglia ed anche quelli del giovane maestro di cappella del nipote. Una conferma dell'almeno relativa caduta in disgrazia di Pergolesi è stata comunque offerta da documenti recentemente ritrovati dai quali risulta che l'impresario del San Bartolomeo Angelo Carasale si rifiutò in seguito di pagare al musicista il compenso pattuito per la nuova opera con la scusa che due dei suoi protettori, il duca di Maddaloni, appunto, e il principe di Avellino, non avevano pagato l'affitto per i loro palchi durante l'assenza da Napoli collegata al cambio di regimeLa carriera artistica, Fondazione Pergolesi Spontini. L'atteggiamento del Carasale può apparire strano, ma, a detta di Benedetto Croce, l'impresario lo replicò un paio d'anni dopo nei confronti del castrato Giovanni Carestini, le cui lagnanze provocarono addirittura l'intervento risolutivo del re (I teatri di Napoli. Secolo XV-XVIII, Napoli Pierro, 1891, p. 321; accessibile online presso Internet Archive).
Rappresentazioni Per tale nuova opera venne scelto un libretto del Metastasio, Adriano in Siria, il primo di tale autore ad essere intonato da Pergolesi, e il debutto ebbe luogo il 25 ottobre 1734: come si legge negli Avvisi di Napoli, la sera, «portatasi S[ua] M[aestà] in questo Teatro di S. Bartolomeo all'opera in Musica intitolata Adriano in Siria, che per la prima volta andò in scena, vi comparve tutta la Nobiltà, con abiti di sfarzo, che facevano una assai superba veduta».Manson, Programma di sala, p. 1157. Negli intervalli tra gli atti si rappresentarono gli intermezzi La contadina astuta o Livietta e Tracollo, testo del romano Tommaso Mariani. Malgrado la buona compagnia a disposizione e nonostante l'indubbio genio messo in mostra da Pergolesi, l'accoglienza dell'opera da parte del pubblico si rivelò piuttosto tiepida e, a differenza che per gli intermezzi, non risultano esservi state riprese per tutto il Settecento, e neanche la produzione di pasticci basati su musiche da essa tratte.Monson. Secondo Mario Valente, invece, la tesi di un sostanziale insuccesso dell'Adriano in Siria non sarebbe suffragata dalla storiografia (peraltro non meglio precisata).
L'opera non tornò all'attenzione del pubblico che negli anni Ottanta del XX secolo. Essa fu innanzi tutto radiotrasmessa in Francia nel 1980 (e poi anche riversata in vinile dall'etichetta privata Voce), sotto la direzione di Vittorio Negri, con le parti maschili trasposte per tenore o basso (Bruce Brewer interpretava Farnaspe, Philip Langridge Osroa e Ann Murray Emirena).Rossi, p. 1223. Nel 1985, l'anno in cui si celebrava il tricentenario della nascita di Bach, Händel e di Domenico Scarlatti, il Maggio Musicale Fiorentino decise invece di proporre, al Teatro della Pergola, la prima ripresa scenica dell'opera di Pergolesi, con annessi intermezzi di Livietta e Tracollo, nell'edizione critica di Dale E. Monson. La produzione che prevedeva peraltro la soppressione di molti "da capo" nelle arie, era affidata alla direzione di Marcello Panni ^e alla regia a Roberto De Simone. Nei panni dei due personaggi più significativi, il cast annoverava due stelle di prima grandezza del firmamento della lirica dei decenni a seguire: Mariella Devia, nel ruolo in travesti di Farnaspe, e Daniela Dessì in quello di Sabina.In sede di recensione dello spettacolo, il critico Maurizio Papini definì la prestazione della Dessì come "forse la sua prova migliore in assoluto" (Un De Simone miracolato illumina il mito di Pergolesi. Ecco come trionfa la tradizione; «il Giornale», 16 giugno 1985), anche se, ovviamente, la carriera della cantante datava allora soltanto da circa sei anni. La stessa produzione (senza però la Devia) fu poi ripresentata al Teatro Pergolesi di Jesi l'anno successivo e ne fu anche realizzata un'incisione discografica ufficiale dal vivo.
L'opera è stata di nuovo messa in scena nel 2007, sempre nell'edizione critica di Monson, dal Festival Pergolesi Spontini di Jesi, per la direzione di Ottavio Dantone e per la regia di Ignacio García, quindi ripresa nella Basilique Notre-Dame de Beaune nel 2008, e di nuovo a Jesi nel 2009 con rappresentazione anche degli intermezzi e registrazione video, poi riversata in DVD e blu-ray.Le Magazine de l’opéra baroque.
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