Il termine post-verità, traduzione dell'inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.

Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da "post-verità", i fatti oggettivi - chiaramente accertati - sono meno influenti nel formare l'opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali.

Il termine, già comparso in precedenza, ha conosciuto un forte incremento del suo utilizzo nelle discussioni relative alla politologia e alla comunicazione politica a seguito di alcuni importanti eventi avvenuti nel 2016 (tra cui il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America del 2016Sull'"accento speciale" che hanno meritato questi due eventi, nella ricostruzione pubblica del fenomeno, v. Stefano Rolando, Post-verità e dibattito pubblico, Mondoperaio, n. 5/2017, p. 87., al punto che l'Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come "parola dell'anno del 2016").

Definizione

Oggi si parla di post-verità in riferimento a una notizia completamente falsa che, spacciata per autentica, sarebbe in grado di influenzare una parte dell'opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico. Chi dà vita e/o crede alla ''post-verità'', lo fa basandosi su notizie (non necessariamente veritiere), che toccano le sue emozioni o sollevano i suoi pregiudizi (fenomeno noto con il nome di bias di conferma). Rispetto a fatti comprovati, queste persone tendono ad estrapolare solo gli elementi che confermano le proprie convinzioni (fallacia del cherry picking), sviluppando così interpretazioni alterate della scienza, della storia e della realtà.

Si potrebbe affermare che il termine post-verità descriva una leggenda metropolitana, costituita da fatti o dati totalmente inventati, che origina da una posizione scettica e diffidente verso dati reali o scientificiAd esempio, fu messa in dubbio, nel 2008, la nascita di Obama sul suolo statunitense (per cui non avrebbe potuto essere legittimamente eletto presidente): una bufala cui molti hanno creduto.. Quando l'intento della post-verità è delegittimare il comune sentire dell'opinione pubblica mainstream, può degradare in una teoria del complottoDi bugie di questo tipo è piena la storia: i Protocolli dei Savi Anziani di Sion predisposero la gente ai pogrom degli ebrei e alla Shoah.; se organizzata a tavolino da chi gestisce i mass media in modo professionale, può dar luogo a una manipolazione dell'informazione. Sebbene questo fenomeno abbia origini antiche, attraverso i social media la possibilità di diffusione di questo tipo di bufala è aumentata in modo esponenziale.

Uso del termine Origine e uso del neologismo Secondo l'Oxford Dictionary, il termine post-truth fu usato per la prima volta nel 1992 sulla rivista statunitense The Nation, in un articolo scritto dal drammaturgo serbo-americano Steve Tesich: egli affermava che la copertura mediatica dello scandalo Iran-Contra e quella della prima guerra del Golfo ebbero minore impatto rispetto a quella dello scandalo Watergate. Ciò - a detta di Tesich - dimostrerebbe che «noi, come popolo libero, abbiamo liberamente scelto di voler vivere in una specie di mondo post-verità».Flood, Alison (15 November 2016)

Nel 2004 il docente americano Ralph Keyes usò il termine "post-truth era" come titolo di un suo libro. Nello stesso anno il giornalista americano Eric Alterman parlò di «politiche ambientali post-verità» e coniò l'espressione «presidenza post-verità» dopo aver analizzato le dichiarazioni fuorvianti fatte dall'amministrazione Bush, a seguito degli attacchi terroristici dell'11 settembre.

Il saggista britannico Colin Crouch usò tale termine nel proprio libro, intitolato Post-democrazia, per delineare un modello di politica in cui «le elezioni di fatto esistono e possono cambiare i governi», ma dove «il dibattito elettorale pubblico è uno spettacolo strettamente controllato, gestito da squadre rivali di spin doctor, professionisti esperti nelle tecniche di persuasione, che scelgono solo una piccola gamma di temi da affrontare durante i dibattiti». Crouch attribuiva al «modello di industria pubblicitaria» applicato alle comunicazioni politiche la causa della crisi di fiducia e le accuse di disonestà che pochi anni dopo altre persone associarono con le politiche post-verità.

Successivamente, il termine post-verità ha iniziato ad assumere connotati differenti, inserendosi all'interno di nuove teorie che abbracciano principalmente due materie: la politologia e la comunicazione politica.

Secondo la moderna accezione della post-verità, con politica della post-verità o politica post-fattuale (derivante dall'inglese post-truth politics), s'intende una cultura politica caratterizzata da dibattiti in gran parte contraddistinti da feedback emotivi, scollegati dai tratti principali della politica in discussione: si ricorre anzi alla reiterata affermazione degli stessi argomenti di discussione che ignorano le obiezioni.

Nel 2009 il politologo francese Dominique Moïsi ha intitolato un suo libro Geopolitica delle emozioni, testo nel quale si afferma che la post-verità si propaga nella rete e nei social network: il flusso incontrollato di notizie ci predispone alle bolle mediatiche. Il meccanismo dei followers e dei like non smonta le falsità, al contrario le rinforza. Infine, sempre secondo il politologo, la post-verità, intesa come bufala politica, diventa un monologo ripetuto all'infinito e che si sostituisce al dialogo tra parti avversarie.

L'uso contemporaneo del termine è invece da attribuire al blogger David Roberts, che lo usò nel 2010, per una rubrica presente nel sito di informazione online Grist. I politologi hanno riscontrato un'ascesa dell'uso delle politiche post-fattuali, in particolare nei contesti politici americano, inglese, indiano e turco, ma anche in altre aree di discussione. Ciò è stato reso possibile a causa della crescente velocità di diffusione delle notizie, all'uso di fallaci logiche sempre più in auge nei giornali, e alla continua crescita della presenza dei social media nella nostra quotidianità."The post-truth world: Yes, I’d lie to you," The Economist Sept 10, 2016"Free speech has met social media, with revolutionary results".

Anche l'Accademia della Crusca ha studiato il neologismo post-verità: il 25 novembre 2016, in un intervento dal titolo Viviamo nell'epoca della post-verità?Componente della Consulenza Linguistica dell'Accademia della Crusca Viviamo nell'epoca della post-verità?, Marco Biffi ha scritto: «La rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa dimensione oltre la verità. 'Oltre' è il significato che qui sembra assumere il prefisso 'post' (invece del consueto 'dopo'): si tratta cioè di un 'dopo la verità' che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza. E, analizzando le modalità in cui il superamento si concretizza di volta in volta, colpisce la vocazione profetica che la parola nasconde tra le sue lettere: la post-verità, infatti, spesso finisce per scivolare nella verità dei post (come è successo spesso sulla rete proprio in relazione alle campagne politiche legate alla Brexit o alle elezioni americane).»

Per Marco Biffi prevale l'uso del sostantivo al femminile, sebbene vi siano anche casi di post-verità al maschile. Misinformazione e disinformazione

Nel febbraio 2017, Claire Wardle scrive un articolo su First Draft News, nel quale la studiosa propone di andare oltre il classico significato di notizia falsa o fake news distinguendo "l'ecosistema della disinformazione", la misinformazione e la disinformazione.La misinformazione è l'attività di diffusione involontaria di informazioni false; la disinformazione, al contrario della prima, è la voluta creazione e diffusione di informazioni false per fini commerciali o politici. Per poter comprendere il complesso funzionamento di questo ecosistema, la Wardle sottolinea tre punti fondamentali: Conoscere i diversi contenuti creati e condivisi Conoscere le motivazioni per le quali una fake news viene creata Comprendere il modo in cui il contenuto viene diffuso. Vengono inoltre definiti sette modi in cui un contenuto falso può essere condiviso nell'ecosistema informativo, in altre parole, sette tipi di disinformazione:

Collegamento ingannevole: quando il contenuto si discosta dal titolo, immagine e/o didascalia. Contesto ingannevole: quando è presente parte di un contenuto reale ma accompagnato da informazioni contestuali false. Contenuto manipolato: quando l'immagine, o l'informazione reale stessa, viene manipolata per trarre in inganno il lettore. Contenuto fuorviante: quando l'informazione è veicolata verso un problema o una persona. Contenuto ingannatore: quando l'informazione viene spacciata come proveniente da fonte realmente esistita. Contenuto falso al 100%: quando l'intero contenuto è del tutto falso e vuole trarre in inganno. Manipolazione della satira: quando l'intento non è di procurare danni, ma il contenuto è comunque satirico ed ingannevole.

Tuttavia, non è sufficiente conoscere solamente le diverse tipologie di contenuti per scomporre il meccanismo di disinformazione. Per questo la studiosa coniuga otto possibili motivazioni che spiegherebbero la creazione dei suddetti fake content, insieme alle precedenti sette voci: profitto, influenza politica, propaganda, faziosità, provocazione, parodia, cattivo giornalismo, interesse particolare.

Esempi Nel mondo dell'arte Il mondo dell’arte ha spesso giocato sul concetto di verità, sulla contrapposizione tra il vero e il falso e su come quest’ultimo possa essere spacciato per verità. Un esempio calzante è fornito da un film del 1997, Sesso & potere, che vede Robert De Niro e Dustin Hoffman - rispettivamente nei panni di Conrad Brean, uno spin doctor, e di Stanley Motss, un produttore cinematografico - giocare con la verità: essi architettano un conflitto immaginario contro l’Albania per distrarre l’opinione pubblica da uno scandalo sessuale che vedeva coinvolto il presidente americano. Grazie alle abilità cinematografiche di Motss, la guerra prende forma, attraverso immagini fittizie veicolate dai media rappresentanti bombardamenti, villaggi in fiamme, profughi in fuga. In questo modo la finzione (la guerra) diventa realtà, solo perché si ha la possibilità di presumere che sia vera.