I Martiri claretiani di Barbastro furono cinquantuno persone, per la maggior parte giovani studenti del locale seminario claretiano, seviziati e uccisi da miliziani anarchici fedeli al governo repubblicano, guidato dal Fronte Popolare di ispirazione marxista. L'eccidio si svolse nel 1936, all'inizio della Guerra civile spagnola, nella città aragonese di Barbastro, in Spagna. Sono stati beatificati da papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992.
Il contesto
La Congregazione
I Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria sono una congregazione fondata da Antonio María Claret y Clará (1807-1870) nel 1849 per la predicazione delle missioni popolari. Le prime comunità di Missionari che si formarono in Aragona erano situate nelle città di Jaca e di Huesca, ma vennero presto sciolte. Risale al 1876 la fondazione di una nuova comunità nella città di Barbastro. I missionari si installarono in un antico palazzo, ricevuto da una donazione nel quartiere di sant'Ippolito. Si trova incastonato tra la calle Costa e la calle Conde, non lontano dalla stazione ferroviaria. Con la chiesa annessa, formava un esteso comprensorio chiuso su se stesso, con due patii interni: uno chiamato "la luneta" con un muro che veniva usato come parete per il gioco della palla basca, e l'altro chiamato "il patiuzelo" oscuro e freddo d'inverno che era poco più di un lucernario per dare aria alle camere prospicienti..
All'epoca degli eventi l'Istituto aveva già definito un proprio corso di studi molto esigente che preparava a tempo pieno i futuri missionari per quattordici anni; cinque prima del noviziato, e otto dopo il noviziato; tre di liceo e cinque di teologia. A studi terminati, e una volta ricevuta l'ordinazione sacerdotale, i novelli missionari facevano un altro anno di avviamento pratico ai vari campi di apostolato. In tutto questo lunghissimo tirocinio le vacanze si trascorrevano nello stesso istituto e soprattutto non erano previsti periodi di ritorno in famiglia, mentre i familiari potevano fare visita ai loro figli.. La diocesi di Barbastro La diocesi di Barbastro era relativamente piccola: nel 1936 contava meno di 40.000 abitanti. La cittadina, non tanto grande e dedita in particolare all'agricoltura, detiene un primato di prestigio: a Barbastro, infatti, san Giuseppe Calasanzio, dopo essere stato ordinato sacerdote e prima di partire per Roma, lavorò come assistente del vescovo e qui - anni dopo - venne fondato il primo collegio dei padri Scolopi in Spagna.
La popolazione era distribuita in circa 150 parrocchie, sparse in villaggi rurali. Allo scoppio della guerra civile nella diocesi erano incardinati 140 sacerdoti e 21 seminaristi. Proprio in questa piccola diocesi nel corso della guerra avverranno le più inusitate violenze antireligiose, arrivando a stabilire il triste primato della più alta percentuale di morti tra il clero diocesano: 123 sacerdoti su 140, l'87,8%; oltre la tortura, l'evirazione e l'uccisione del proprio vescovo Florentino Asensio Barroso. A questa strage si devono sommare i 51 claretiani, i 18 martiri benedettini di Barbastro, i 10 scolopi di Barbastro, i 5 scolopi di Tamarite e i 5 scolopi di Peralta ucciso dagli anarchici della colonna Ascaso..
La situazione in città Gli eventi si svolsero nei primi drammatici giorni della guerra civile spagnola, e furono preceduti da anni di conflitti sociali e di odio popolare nei confronti della chiesa, che sfociarono in aperta persecuzione nei mesi immediatamente successivi all'inizio della guerra. Gli anarchici erano la fazione più attiva ed organizzata della variegata compagine delle sinistre di Barbastro, che comprendeva circa 440 affiliati alla CNT, lavoratori disoccupati e contadini provenienti dai centri rurali della zona, comunisti e militari della caserma cittadina, emigranti che venivano o transitavano da o verso Barcellona o la Francia. Erano soliti riunirsi per concordare una strategia volta a fronteggiare l'eventualità di un colpo di stato militare e che prevedeva - nel caso si verificasse questo evento - di impadronirsi della sezione di mitragliatrici presenti di fronte alla caserma e di far saltare il distributore di benzina che si trovava sulla strada per Monzón.. Barbastro, dopo il colpo di stato, venne a trovarsi a ridosso della linea del fronte, in una posizione strategica a poca distanza da Huesca. La città si trasformò in un'importante roccaforte e un punto di passaggio tra Barcellona e Saragozza e numerosi miliziani vi transitavano procedendo dalla costa verso il fronte con l'intenzione di conquistare la città di Saragozza.
Gli eventi
Una quarantina di seminaristi arrivarono a Barbastro dalla vicina Cervera all'inizio di luglio. La decisione venne ponderata dai superiori per sfoltire la comunità di questa città sulla quale aleggiava un'aperta ostilità. Tra le opzioni poste al vaglio ci furono anche Andorra e la Francia, ma venne scelto il seminario di Barbastro, dove l'ordine era presente da tempo e dove sarebbe stato possibile ricorrere alla protezione del contingente militare, il cui comandante era notoriamente di destra. Non ultimo, a Barbastro i futuri sacerdoti avrebbero potuto sottoporsi al servizio militare obbligatorio somministrato dal locale distretto.
Il giorno dopo il colpo di stato militare, il 18 luglio 1936, in città si viveva una palpabile tensione. Il comandante della guarnigione, il colonnello José Villalba Rubio, aveva rassicurato il superiore padre Munárriz con il solito laconico comunicato: le truppe erano in attesa e pronte a rispondere ad eventuali attacchi. In particolare, due giorni prima il padre Munárriz, durante un incontro con Villalba, chiese esplicite garanzie per i suoi giovani e volle sapere quale fosse la situazione in città e nella regione. Ancora una volta il colonnello lo rassicurò e gli disse che nulla sarebbe successo. Queste le parole riportate da Atilio Parussini nel suo resoconto:
La notte del 18, tra sabato e domenica, centinaia di persone armate controllavano di fatto la città, grazie all'indecisione dei militari. Sotto il "Comitato di unione rivoluzionaria e antifascista" si trovarono elementi della UGT e della CNT, oltre che repubblicani e anarchici. All'alba la capitale del Somontano era rossa, la bandiera anarchica sventolava sugli edifici, sulle facciate delle case e nelle piazze. Dopo il golpe militare, la guarnigione di Barbastro comandata dal colonnello José Villalba Rubio rimase fedele alla Repubblica.
La perquisizione del seminario Alle ore 17:30 del 20 luglio 1936, una sessantina di miliziani anarchici armati entrarono nel seminario dove si trovavano 9 sacerdoti, 12 fratelli e 39 studenti. La folta pattuglia di armati era guidata da Eugenio Sopena, membro del comitato rivoluzionario e con un forte ascendente sui miliziani. Presero possesso del vestibolo, muovendosi con circospezione perché temevano di incontrare resistenza. Sopena chiese che tutti gli occupanti del seminario si presentassero al piano terreno e il superiore fece suonare la campana per convocare tutti i presenti. In pochi secondi le rampe delle scale e i pianerottoli si popolarono di giovani che nelle loro lunghe tonache scendevano e si riunivano di fronte ai fucili spianati dei miliziani, lasciandoli attoniti. Schierati tutti i claretiani con le spalle al muro, procedettero alla perquisizione personale, quindi passarono alla perquisizione dello stabile, che venne perlustrato in modo minuzioso, con il calcio dei fucili saggiavano tramezzi e pareti in modo da trovare dei nascondigli, al sagrestano chiesero perfino di vuotare tutti i vasi di fiori e i loro supporti. Ma di armi non riuscirono a trovarne, e la delusione li rese furiosi: Per un'ora e mezza minacciarono con urla e con bestemmie i superiori perché confessassero di possedere e nascondere armi. Intanto dal portone lasciato aperto entrarono curiosi e malintenzionati che iniziarono a svaligiare la chiesa e a raccogliere sul marciapiede banchi, sedie e quanto era asportabile perché fosse bruciato. Spingendosi all'interno urlavano di ammazzarli tutti e di farla finita, ma Sopena, che temeva che la situazione potesse sfuggirgli di mano, fece leva sulla sua autorevolezza e sul suo prestigio e disse:
Tagliando corto, il Sopena decise di arrestare i tre superiori, padre Filippo di Gesù Munárriz Azcona, padre Leonzio Pérez Ramos e padre Giovanni Díaz Nosti. Prima di lasciare i confratelli, il padre Munárriz supplicò i dirigenti di ricoverare i fratelli anziani e malati, gli venne concesso anche un ultimo saluto ai suoi studenti, ai quali - avendogli qualcuno domandato se non fosse stato meglio farsi trovare in borghese - aveva detto "No! Restate con l'abito dell'Istituto". Vennero condotti in una cella nel palazzo del municipio, passando per le vie dove più folta era la presenza della folla inferocita.
La detenzione dei superiori non calmò la folla, che da fuori continuava a chiedere un massacro immediato nel cortile del seminario. Improvvisamente il giovane studente Atanasio Vidaurreta svenne e crollò a terra. Un miliziano, vedendo alcuni affannarsi ad aiutarlo, disse "Dategli il colpo di grazia e facciamola finita!" Solo un ulteriore intervento del Sopena consentì il ritorno di una certa serenità. Ne approfittò il padre Masferrer, che salì nella cappella per portare con sé le particole consacrate e Sopena non ebbe difficoltà ad autorizzarne la distribuzione agli studenti. Un altro padre corse in chiesa e prese le particole lì presenti, ma questa volta, consapevole della probabile detenzione a cui andavano incontro, avvolse le particole in corporali e mise tutto in una valigetta da portare con sé. A quel punto arrivò l'ordine di trasferire tutti i rimanenti religiosi nel salone degli atti accademici del collegio degli Scolopi, adiacente al municipio, che sarebbe diventato una prigione di fortuna. A questo punto la comunità claretiana di Barbastro si trovò divisa in tre gruppi praticamente isolati: I tre padri superiori in una cella del carcere nell'edificio del municipio, due seminaristi e un anziano fratello in ospedale e i rimanenti giovani seminaristi nel salone-teatro del collegio degli Scolopi. L'unico collegamento tra di essi rimase il fratello Raimondo Vall, che era addetto alla cucina del seminario, e che vestiva abiti civili al momento della perquisizione, a cui fu sempre rifiutata la qualifica di religioso, dato che ai carcerieri faceva comodo la sua funzione di cuoco. I miliziani si limitarono a inveire contro di lui, dandogli del "servo dei preti", della "vittima dell'oscurantismo religioso", ma lasciandogli una certa libertà d'azione che si rivelò preziosa per alleviare le pene della lunga detenzione.
La detenzione