La storia del distretto del cuoio riguarda la storia industriale di un'area in Toscana, così chiamata per concentrazione di aziende conciarie che caratterizzano il tessuto economico sociale della zona. L'area viene anche chiamata Comprensorio del cuoio o Zona del cuoio. L'area si estende per , comprendendo i comuni di Bientina, Castelfranco di Sotto, Montopoli in Val d'Arno, San Miniato, Santa Croce sull'Arno e Santa Maria a Monte nella provincia di Pisa, e Fucecchio in provincia di Firenze con una popolazione totale di persone.
Origini dell'industria conciaria in Toscana La prima indagine di mercato sull'attività conciaria in Toscana è una relazione del 1768 scritta dal "Provveditore dell'Arte de' Vajay e Quojaj" Filippo Neri. Da questa emerge che a quel tempo la produzione di pellame nel Granducato di Toscana era attiva in più di 20 centri cittadini, garantendo ad ognuno di questi benefici a livello economico, anche se in misura diversa dovuta all'intensità della produzione. Firenze produceva da sola un terzo delle pelli presenti sul mercato. Un altro terzo era prodotto nelle città di Pisa e Arezzo. È in questo contesto, che l'idea di uno sviluppo dell'industria conciaria prende piede anche in centri più piccoli e meno urbanizzati come Santa Croce sull'Arno.
In tutto il Granducato venivano realizzati da a pezzi l'anno. Il tipo di pelli lavorate spaziava da quelle bovine, usate soprattutto per le tomaie e le suole, a quelle di capra e agnello con le quali si ottenevano prodotti più fini usati per l'abbigliamento (guanti e corsetti) o per l'arredamento. Le persone impiegate in questa attività erano circa , corrispondenti al 4-5% della popolazione totale. Di queste, circa lavoravano a tempo pieno, altre circa come lavoratori "part-time" e il restante era formato dall'indotto che questa acerba industria portava.
Santa Croce tra il 1771 e il 1841 A metà del XVIII secolo la popolazione di Santa Croce contava abitanti. Di questi quasi la metà (il 46%) era occupato nel settore agricolo.
Il settore dell'artigianato, in cui il ramo principale era l'abbigliamento, era composto dal 13% dei cittadini.
Poco più del 5,7% era impegnato in attività commerciali, ma si trattava prevalentemente di rivenditori locali e sensali. I mercanti veri e propri con traffici al di fuori dell'ambito locale arrivavano ad essere una decina.
Il resto della popolazione era impiegata nel settore dei servizi. Si trattava di lavoratori, per lo più navicellai e barrocciai, che sfruttando la vicinanza del fiume Arno, si occupavano dei trasporti via terra e via fiume. Il totale delle famiglie che dipendeva da queste attività, costituiva il 18% della popolazione (percentuale estremamente superiore rispetto a città ben più sviluppate come Pontedera e Prato).
L'abilità dei santacrocesi nello sfruttare la vicinanza del fiume Arno dette un importante contributo allo sviluppo dell'industria conciaria, favorendo il commercio di prodotti da Pisa all'entroterra, fino a Firenze e in buona parte della Toscana.
Altrettanto importante fu la presenza intorno al paese di una vasta area boschiva, essenziale per l'approvvigionamento di sostanze come i tannini vegetali, necessari per la trasformazione delle pelle a cuoio.
Questi due fattori, unitamente alla presenza di una grande forza lavoro e alla costruzione di infrastrutture capaci di mettere in collegamento Santa Croce con le vie principali della Toscana, furono le cause dello sviluppo della prima vera industria conciaria toscana.
Si presuppone che la prima conceria a Santa Croce sia nata nel 1814. Il proprietario era il negoziante di pellami Paolo Prò che "non avendo che un piccolo magazzino nella di lui casa d'abitazione situata all'interno del paese, venuto nella determinazione di fabbricare altro suo magazzino in luogo detto su i fossi fuori di paese [...] chiede di poter acquistare dal comune il suolo a prezzo conveniente, e fabbricare il magazzino per togliere dal paese le cattive esalazioni che tramandano i pellami"Atti della "Sottoprefettura di Pisa, comunità di Santa Croce, Affari diversi dal 1808 al 1814" 6 giugno 1814..
Nel 1841 sono presenti a Santa Croce 4 stabilimenti conciari. Questi dettero un'importante spinta all'economia cittadina, influenzando positivamente anche gli altri settori. In settanta anni la forza lavoro nel settore industriale crebbe dal 13,7% del 1771 al 28,2% del 1841 e anche il settore dei servizi, soprattutto dei trasporti, incrementando dal 17,6% al 21,1%.
La seconda metà dell'Ottocento e l'inizio del Novecento Il numero di concerie aumentò in pochissimi anni da 4 a 32; di conseguenza aumentò anche la produzione, ma le infrastrutture erano sempre un grande freno. A collegare Santa Croce con i maggiori centri vicini come San Miniato, Empoli o Fucecchio, erano strade per lo più di campagna adibite a traffico di piccoli mezzi agricoli. La più vicina delle stazioni ferroviarie si trovava a San Romano, situata sull'altra sponda del fiume e in mancanza di ponti era necessario affidarsi a piccole imbarcazioni, anch'esse inadatte al trasporto di grandi carichi di merce. Nel 1844 l'amministrazione comunale provò a creare una linea ferroviaria che da Santa Croce si allacciasse alla linea denominata "La Leopolda" che collegava i maggiori centri economici toscani partendo da Firenze, Montelupo, Empoli, Pontedera, Pisa, Livorno. Il progetto fu abbandonato per motivi economici e politici.
L'idea di continuare ad essere 'staccati' da quelle che erano le vie del commercio non era ben vista né dal comune di Santa Croce né dagli imprenditori e nel 1888 fu affidata all'ingegnere Vincenzo Micheli la realizzazione di un ponte che avrebbe permesso un passaggio tra la sponda nord e quella sud dell'Arno e il conseguente abbandono dell'uso di zattere.
Al progetto diedero il loro contributo numerosi imprenditori e una volta dato il via libera da parte del Ministero nel 1889 il ponte fu concluso nel 1892, rappresentando quindi la via più veloce per arrivare alle stazioni di San Romano e di San Miniato.
La nascita delle associazioni e delle cooperazioni Nel gennaio 1866, su iniziativa del dottor Giovanni Foralli, venne costituita la Società di mutuo soccorso fra gli artigiani di Santa Croce sull'Arno. Alla Società potevano aderire oltre agli artigiani anche gli operai. La Società era composta da soci effettivi che pagavano la tassa di ammissione e in più una tassa settimanale, usufruendo, in caso di malattia, di un sussidio giornaliero limitato fino a 5 mesi. In caso di morte del socio, la famiglia avrebbe ricevuto una pensione vitalizia.
La Società venne poi sciolta nel 1896 a causa del mancato riconoscimento giuridico in quanto la sua struttura non corrispondeva agli scopi previsti dalla legge sulle società operaie di mutuo soccorso.
Nel 1892 nacque la prima Società anonima cooperativa tra gli operai pellettieri di Santa Croce sull'Arno, organizzazione improntata a difendere e proteggere la condizione operaia nei momenti di crisi economica. Poteva essere socio solo chi esercitava l'arte del pellettiere.
L'epidemia di carbonchio alla fine dell'Ottocento a Santa Croce Sul finire del secolo lo sfruttamento indiscriminato degli operai, unito ad una mancanza di qualsiasi forma igienica, portò alla diffusione del carbonchio, malattia infettiva dovuta alla penetrazione attraverso la pelle del bacillo Bacillus anthracis. Le pelli degli animali ancora fresche che giungevano nei magazzini rappresentavano il terreno ideale per la riproduzione di questo agente infettivo. Sul finire dell'Ottocento un'epidemia di carbonchio rischiò di decimare la popolazione.
Nel 1897 venne nominata una Commissione sanitaria comunale la quale dopo aver ispezionato anche gli scoli di alcune concerie (altra via attraverso in cui il carbonchio poteva essere trasmesso sia agli animali che al resto della popolazione) realizzò che praticamente nessuna conceria seguiva le norme previste dal Regolamento d'igiene del sottoprefetto di San Miniato e decretò lo stato di massima pericolosità. Vennero rese obbligatorie alcune norme sanitarie, come il divieto di lavare le pelli crude se si avevano lesioni, il divieto di affondare con i piedi le pelli che si mettevano in ammollo, l'obbligo di disinfettare periodicamente i canali di scolo e di distruggere col fuoco le parti non lavorate come i peli o altri residui e infine il divieto di utilizzare pelli provenienti da animali morti di carbonchio e l'obbligo del lavaggio giornaliero del corpo da parte degli operai e di chi frequentava la concia.
Gli scioperi a inizio Novecento Nel maggio del 1901 venne fondata la Lega di miglioramento fra i lavoratori di Santa Croce sull'Arno il cui scopo principale fu di occuparsi degli orari di lavoro, dei salari per le ore straordinarie e del cottimo "in quanto si debba regolamentarne l'applicazione per modo che esso rappresenti sempre non meno della mercede giornaliera". La Lega venne aggregata alla Camera del Lavoro di Empoli, costituita nel settembre dello stesso anno, e ad essa aderirono solo i conciatori e non i raffinatori.
La prima importante lotta avvenne nell'ottobre del 1901, quando fu proclamato il primo sciopero generale che coinvolse più di 400 operai delle concerie di Santa Croce. I motivi dello sciopero furono i bassi salari, rimasti congelati al 1891, e lo sfruttamento eccessivo della manodopera. Lo sciopero durò circa un mese e nei primi giorni di novembre un nuovo contratto fu sottoscritto da 31 dei 35 industriali presenti. Il nuovo concordato prevedeva un aumento salariale da 10,50 a 12 lire settimanali per gli operai sopra i 18 anni, e proporzionalmente veniva aumentata la paga a quelli più giovani. Ai capiconcia che guadagnavano meno di 15 lire veniva applicato un aumento del 10% o del 5% se il salario fosse stato di 15 lire o superiore. Il salario degli scarnatori invece non poteva essere sotto le 13 lire.
Vennero apportate modifiche anche all'orario di lavoro, da 10 a 8 ore giornaliere; in più venne richiesta l'abolizione del lavoro notturno e domenicale, ma in caso di necessità all'operaio spettavano 10 centesimi in più l'ora.
Altro punto importante dell'accordo era la riassunzione degli operai disoccupati. Questo perché i lunghi processi di lavorazione delle pelli in vasca forzavano gli operai o a doversi muovere in altre concerie o a dover stare del tutto fermi. Perciò si stabilì che il proprietario che aveva bisogno di operai doveva chiamare quelli da lui licenziati precedentemente se disoccupati
Dalla seconda metà del 1907 numerosi scioperi vennero organizzati mettendo in evidenza una sempre maggiore consapevolezza della classe operaia dell'importanza del proprio stato di salute. Nonostante le vittorie ottenute ad inizio secolo, erano ancora molte le concerie in cui le norme igieniche non venivano rispettate. Secondo un'indagine della Pubblica Sicurezza furono almeno 17 i casi di pustola carbonchiosa accertati, ed erano ancora molti i minorenni ad essere impiegati nei locali di macerazione o nelle lavorazioni in cui era previsto l'utilizzo di calce viva, nonostante una legge del 1902 ne proibisse espressamente l'impiego in queste fasi della lavorazione. Nel 1908 uno sciopero veniva indetto per richiedere "l'abolizione di entrare al lavoro nell'acqua" e "l'assicurazione di tutti gli operai agli infortuni sul lavoro, compreso il carbonchio e l'avvelenamento da arsenico".
Nell'agosto del 1909 un nuovo sciopero fece sì che i salari aumentassero da 13,50 a 15 lire settimanali e contemporaneamente gli operai ottennero anche l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Nel 1913 uno sciopero che durò più di una settimana premiò gli operai con il riconoscimento del carbonchio come malattia professionale e fu stabilito che in caso di contrazione della malattia, all'operaio sarebbe stata mantenuta la paga per intero.
Dal 1907 alla prima guerra mondiale