Biografia
Le origini Giovanni Borelli nacque a Pavullo nel Frignano (MO) nel 1867 da Felice Borelli e Clementa Tazzioli, detta Clementina. Il padre era stato un cospiratore,, proprio come lo zio paternoGian Paolo Lenzini, “Un grande frignanese - Giovanni Borelli (1867-1932)”, da “Rassegna Frignanese”, 34 (2004), Pievepelago, Edizioni della Società Scientifica Letteraria Artistica del Frignano "Lo Scoltenna", 2004., il notaio Vincenzo Borelli, il quale era stato giustiziato a Modena, il 26 maggio 1831 insieme al patriota Ciro Menotti, per volontà del Duca Francesco IV di Modena per avere redatto l’atto che dichiarava decaduto quest’ultimo.
In seguito alla morte di Vincenzo, i Borelli si erano allontanati da ModenaAdriano Gimorri, “Borelli e Ceccardo”, Società Tipografica Modenese, Modena, 1938.. Ciò però non aveva impedito al padre di Giovanni di coltivare il proprio spirito patriottico, tanto che nel 1860, dopo essere fuggito di casa, si arruolò nella spedizione garibaldina guidata da Giacomo MediciPaolo Campioli, “Giovanni, Tomaso e Tomaso Terzo Borelli”, in “Il Frignano”, n° 5, Pavullo nel Frignano, Adelmo Iaccheri Editore, 2013., facendo l’intera campagna militare per rovesciare il Governo borbonicoCome spiegano Albano Sorbelli e Arturo Rabetti nel “Dizionario biografico frignanese - A cura e con introduzione sulla storia del Frignano di A. Gimorri” (Pievepelago, Editrice Società Scoltenna, 1952), “Felice Borelli combatté anche con Garibaldi e fu con lui a Milazzo, ad Isernia e al Volturno, meritandosi il massimo onore d’essere citato all’ordine del giorno dal Generale Bixio. Dedicatosi, in seguito, alla musica riuscì artista ottimo e suonò come professore di tromba in vari teatri, tra i quali il S. Carlo di Napoli. Vinse un concorso come professore nel Conservatorio musicale del Perù. Tornato già vecchio, a Pavullo, si dedicò con passione all’ebanisteria”..
In gioventù, per qualche tempo, anche Giovanni aveva svolto il mestiere di falegname, forse insieme al padreBiografia di Giovanni Borelli su “Appenninoonline - Il principale portale dell’Appennino Modenese.”In realtà, non c’è certezza su quale fosse il mestiere del padre di Borelli. C’è chi sostiene che fu un modesto falegname; altri invece hanno scritto che, dopo avere terminato le carriere militare e musicale, Felice Borelli divenne un appassionato ebanista (vedi nota 5).; mestiere che però aveva lasciato ben presto, quando, dopo avere preso lezioni di lingue classiche dall’Arciprete di Pavullo, Don Luigi Piacentini e dal Marchese Ferdinando Calori Cesi, grazie all’interessamento di alcuni parenti, gli fu concesso di andare a studiare a Reggio Emilia presso il Collegio dei Gesuiti, dove, nel corso del 1887, conseguì il diploma magistrale.
Nel 1886 aveva vinto una borsa di studio e, dopo il conseguimento del diploma, fece l’esperienza dell’insegnamento, per quattro mesi, in una scuola elementare del Veneto, ma nel 1888 venne esonerato, trovandosi costretto, di conseguenza, a fare ritorno al suo paese natale. Da qui riuscì a ripartire, dando inizio ad una nuova carriera: quella giornalistica. Prima dell’esonero, però, aveva avuto incarichi anche di lettere italiane nei ginnasi e nelle scuole tecniche, per la durata di sette mesi, ed aveva insegnato estetica e storia dell’arte all’Accademia “Raffaello Sanzio” di Roma. Successivamente aveva tenuto un corso di sociologia nella scuola libera di scienze sociali a Milano, la stessa da cui, nel 1902, nacque l’Università BocconiArchivio storico del movimento liberale italiano diretto da Ercole Camurani, ““A noi!” - Almanacco politico letterario illustrato dal Partito Giovanile Liberale Italiano”, Bologna, Forni Editore, 1972..
Il Borelli giornalista
In realtà, Borelli aveva compiuto le prime esperienze giornalistiche quando ancora era studente presso il Collegio di Reggio Emilia, e lo aveva fatto scrivendo alcuni saggi critici per L’Italia Centrale - Gazzetta di Reggio-EmiliaMauro Del Bue, in “L’apostolo e il ferroviere - Vite parallele di Camillo Prampolini e Giuseppe Menada”, (Reggio Emilia, Aliberti Editore, 2005) scrive che L’Italia Centrale - Gazzetta di Reggio Emilia, quotidiano reggiano nato nel 1864, all’inizio era liberale e anticlericale, poi fu conservatore e socialista ed, infine, solo vagamente democratico.. Ma fu solo dopo essere tornato a Pavullo che la sua carriera iniziò ad assumere una notevole importanza, attraverso una proficua collaborazione con il quotidiano modenese Il Panaro - Gazzetta di Modena, di cui arrivò ad assumere persino la direzione.
Nel 1890 si trasferì a RomaDal 1889, secondo Alberto Barbieri (“Modenesi da ricordare - Letterati - Parte II”, S.T.E.M., 1970 - pag. 107).. Grazie all’interessamento dell’Onorevole scandianese Giuseppe Basini, il quale, dopo essere stato eletto nel collegio di Modena, nel 1892 sarà rieletto a Pavullo, Borelli riuscì ad entrare in contatto con il direttore de Il Popolo Romano, Costanzo ChauvetPaolo Campioli, “Giovanni Borelli e Giuseppe Basini”, in “Il Frignano”, n° 6, Pavullo nel Frignano, Adelmo Iaccheri Editore, 2014. e a dare così inizio a un’altra proficua collaborazione, che gli permise di conquistare un posto da redattore presso tale quotidiano. Prima però di iniziare a collaborarvi stabilmenteLa data dell’inizio della collaborazione con Il Popolo Romano è incerta. Secondo Alceo Riosa, essa avvenne solo dopo il ritorno in patria dall’Eritrea, mentre invece, secondo il sito modenese “Appenninonline”, “Egli giunto a Roma fu presentato nel mondo della capitale dall'On. Basini, che lo amava di paterno affetto. Ma gli inizi furono scabrosi e difficili. Finalmente poté entrare al "Popolo Romano" dove venne subito "utilizzato" da quel giornalista cinico e grande che fu Costanzo Chauvet. Redattore mondano, critico drammatico, musicale, letterario scrittore di romanzi, di drammi, di commedie che ebbero grande risonanza, Giovanni Borelli eccelse però come redattore viaggiante. Fu due volte in Africa e le sue corrispondenze suscitarono grandissimo interesse. Coprì anche la carica di segretario dell'allora Governatore dell'Eritrea generale Gandolfi”., nel 1891 il giornalista pavullese si era recato in Eritrea per svolgere le funzioni di segretario particolare di Antonio Gandolfi, Generale carpigiano, Governatore di tale colonia, e ivi era rimasto fino al 1893Riguardo alla permanenza di Borelli in Eritrea, esistono versioni contrastanti. Alceo Riosa, nel Dizionario biografico degli italiani, ha scritto che “dal 1890 al 1892 visse in Eritrea, in qualità di segretario particolare del Governatore della colonia, Generale A. Gandolfi”; invece Gian Paolo Lenzini, in “Un grande frignanese - Giovanni Borelli (1867-1932)” ha scritto che la sua permanenza in Eritrea durò dal 1891 al 1893..
Dopo essere tornato dall’Eritrea, fu subito inviato in Sicilia, nel momento dell’apice dell’azione dei fasci siciliani dei lavoratori, dove ebbe occasione di venire a contatto con la difficile situazione locale. Riguardo a ciò, scrisse alcuni articoli significativi per Il Popolo Romano, coi quali cercò, in pratica, di assolvere la propaganda socialista, ed accusare, invece, il Governo allora in carica (il Crispi III) di “servirsi di quell’orrenda miseria per scopi elettorali”Da “Il Popolo Romano” del 18 febbraio 1894.. Nel 1895 venne chiamato al milanese Corriere della Sera dal direttore Eugenio Torelli Viollier per ricoprire la carica di redattore capo e, un anno dopo, nel 1896, assunse l’incarico di direttore della rivista politica L’Idea Liberale, succedendo all’editore milanese Guido Martinelli.
Nello stesso tempo, insieme al Barone Antonio De Marchi e a Giannino Antona Traversi, fondò, a Milano, Il Capitan Cortese: periodico settimanale di letteratura, di arte e di vita elegante, di cui fu prima redattore e successivamente direttore. Nel corso del 1900 dovette però lasciare la direzione de L'Idea liberale, a causa della chiusura della rivista stessa, avvenuta per motivi finanziariSandro Gentili e Gloria Manghetti in “Giovanni Papini - Giuseppe Prezzolini - Carteggio I - 1900-1907 - Dagli “Uomini liberi” alla fine del “Leonardo”” (Roma, Edizioni di storia e letteratura - Biblioteca cantonale Lugano - Archivio Prezzolini, 2003) hanno scritto che Guido Martinelli fu direttore de “L’Idea Liberale” in due momenti distinti: dal 1892 al 1896 e dal 1904 al 1906. Ciò significa che, se è vero che Borelli dovette abbandonare la direzione della rivista a causa della chiusura di quest’ultima per motivi finanziari, quasi sicuramente non si trattò di una chiusura definitiva.. Questo avvenne poco prima dell’inizio della sua carriera politica, che ebbe luogo a Firenze, nel febbraio 1901, attraverso la fondazione del Partito Giovanile Liberale Italiano (PGLI)Roberto Minelli, “Giovanni Borelli e il Partito Giovanile Liberale Italiano”, Tesi di laurea - Anno accademico 1989-1990 - Università degli studi di Bologna - Facoltà di lettere e filosofia..
Il Borelli politico Come detto, il PGLI nacque nel febbraio 1901, ma, già nell’aprile 1899, Borelli aveva tentato di riunire a congresso gli esponenti delle forze liberali, promuovendo, a Milano, il 1º Congresso fra Associazioni liberali conservatrici monarchiche italiane. Ma gli scarsi risultati ottenuti da tale congresso avevano convinto Borelli della necessità di fondare un gruppo giovanile, lo stesso che, successivamente, grazie a un nuovo congresso, e cioè quello fiorentino del febbraio 1901, prese il nome di Partito Giovanile Liberale Italiano.
Nei quindici anni in cui il partito rimase in vita, non riuscì però a mandare alcun Deputato al Parlamento, anche se partecipò alle elezioni con numerose candidature del BorelliDelia Castelnuovo Frigessi, “La cultura italiana del '900 attraverso le riviste”, G. Einaudi, 1960., una delle quali, quella del 1913, vide protagonista anche il noto giornalista Filippo Naldi, in qualità di oratore per conto del pavullese“Il contraddittorio Naldi-Bentini a S. Pietro in Casale si è svolto senza incidenti dinanzi a una folla immensa”, “in Il Resto del Carlino - La Patria” del 1º settembre 1913. Ma, anche al di fuori del PGLI, Borelli non riuscì mai ad ottenere risultati significativi, se è vero che per oltre 20 anni, dal 1899 al 1919, affrontò la competizione elettorale come candidato in diversi collegi, venendo sempre battuto.
Fra i protagonisti che caratterizzarono la vita del piccolo partito borelliano si ricordano Arrigo Tamassia, Cesare Genovesi, Tomaso Borelli (fratello minore di Giovanni), Alberto Caroncini, Fabrizio Cortesi, Ferruccio Vecchi, Gino Olivetti, Carlo Anguissola, Giuseppe Jona, Giorgio Mangianti e il già il menzionato Naldi. Invece, per quanto riguarda gli organi di stampa che appoggiarono il PGLI, essi furono Critica e Azione di Milano, Il Rinnovamento di Firenze, il settimanale Il Risveglio Liberale di Mantova, Avanti Savoia di Bologna, L'Ora Nuova di Novara, L'Araldo Liberale di Parma, L’Adriatico di Pesaro, Lo Staffile di Messina e La Vedetta di Arezzo.
In un primo momento, il partito nato dal Congresso di Firenze del 1901 gravitò anche nell’orbita del nazionalismo di Enrico Corradini, attraverso una collaborazione di Borelli con un settimanale fondato nel 1903 proprio dal suo collega toscano, insieme a Giovanni Papini, Vilfredo Pareto e Giuseppe Prezzolini: Il Regno. Ma, a partire dal 1910, complice forse anche il lento declino del PGLI, le divergenze con i nazionalisti si fecero sempre più nette, fino a quando, nel 1912, in occasione del Congresso di Roma dell’Associazione Nazionalista Italiana, il secondo della sua storia, la rottura tra la ANI e il partito di Borelli divenne definitiva cosicché i borelliani entrarono nei Gruppi Nazionali Liberali.
Il Borelli militare