Biografia La scalata al potere Gioventù Nitto Santapaola nasce nel quartiere di San Cristoforo da una famiglia povera. È affetto da diabete. Frequenta una scuola salesiana, ma si ritira presto, dedicandosi alle rapine. Ufficialmente, Santapaola prima della latitanza svolge vari lavori, tra cui: il venditore ambulante di generi ortofrutticoli, di scarpe e articoli da cucina e infine nel 1981 diventa il titolare della Pam Car, la più grande concessionaria di automobili Renault in Sicilia, alla cui inaugurazione parteciparono le principali autorità cittadine, compresi il prefetto e il questore di Catania.
La prima denuncia risale al 1962, per furto e associazione a delinquere. Successivamente venne affiliato nella Famiglia di Catania, divenendo in seguito un capodecina del boss Giuseppe Calderone. Nel 1970 gli è imposto il soggiorno obbligato e nel 1975 viene denunciato per contrabbando di sigarette. Nello stesso periodo entrò in conflitto con il clan dei "Cursoti" e i "Carcagnusi", bande criminali capeggiate da Santo Mazzei, Corrado Manfredi, Giuseppe Garozzo e Jimmy Miano, che gli contendevano la gestione degli affari illeciti a Catania; la faida proseguì fino al 1978 con numerosi omicidi tra entrambi gli schieramenti.Alfio Caruso, Da cosa nasce cosa. Storia della mafia dal 1943 a oggi, Milano, Longanesi, 2000, ISBN 88-304-1620-7. L'8 settembre 1978 riesce ad eliminare il suo capo Giuseppe Calderone e dà un chiaro segnale di voler puntare al comando di Cosa nostra nel capoluogo etneo. Santapaola uccise Calderone in accordo con i Corleonesi che non vedevano di buon occhio lo storico boss catanese nella loro ascesa sanguinaria ai vertici di Cosa nostra. su In Memoria.
L'omicidio Lipari
Il 13 agosto 1980 Vito Lipari, sindaco di Castelvetrano, viene trovato ucciso. Casualmente, un'auto con quattro persone a bordo viene fermata da una pattuglia di carabinieri: i viaggiatori sono Nitto Santapaola, Francesco Mangion e Rosario Romeo (detto Franco), provenienti da Catania, insieme con Mariano Agate, capo-famiglia di Mazara del Vallo, e il suo autista Antonino Riserbato.
Santapaola e i suoi compagni di viaggio non vengono neanche sottoposti al guanto di paraffina perché egli stesso dichiara di essere stato ad una battuta di caccia a casa di un amico. Il capitano Vincenzo Melito va anche a Catania per verificare gli alibi, e al suo ritorno i quattro vengono scarcerati dal magistrato pro-tempore. Nel 1984 viene svelata una parte dei fatti. Nell'interrogatorio sarebbe emerso che Santapaola era andato in provincia di Trapani per risolvere dei problemi che aveva l'imprenditore edile Gaetano Graci (l'amico di cui non era stato fatto il nome nel 1980), che aveva degli interessi nel trapanese, per conto di personaggi al di sopra di ogni sospetto.
Melito viene ingiustamente arrestato perché accusato di aver avallato l'alibi di Santapaola in cambio di un'automobile che in realtà era stata regolarmente permutata con altra vettura (una Fiat 131 Supermirafiori):Claudio Fava, Michele Gambino e Riccardo Orioles, su I Siciliani, novembre 1984. nel 1993 sarà assolto poiché il fatto non sussiste dalla Corte d'Assise di Palermo con sentenza confermata in Corte di cassazione.Sentenza N. 53/89 R.G. del 16/07/1992 della Corte d'Assise d'Appello di Palermo e sentenza N. 112 del 17/02/1993 della Suprema Corte di Cassazione di Roma
Santapaola, inizialmente, non può essere accusato e viene anche bocciata la proposta del soggiorno obbligato. Condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio, Santapaola nel 1992 viene assolto dalla corte d'appello di Palermo, e confermata in Cassazione.sentenza N. 112 del 17/02/1993 della Suprema Corte di Cassazione di Roma
La strage della circonvallazione
Dopo l'uccisione di Calderone, scoppiò a Catania una sanguinosa faida tra i fedelissimi di Santapaola (appoggiati dai Corleonesi) e quelli di Alfio Ferlito (vicino invece ai boss della "mafia perdente" quali Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti), che culminò nella strage di via dell'Iris del 26 aprile 1982, avvenuta nel quartiere San Giorgio a Catania (sei morti e cinque feriti).
Il 16 giugno 1982 Alfio Ferlito viene ucciso con tre carabinieri che lo stavano scortando in carcere da Enna a Trapani, nella cosiddetta strage della circonvallazione di Palermo. È la conclusione di una guerra di mafia che ha insanguinato per anni Catania. Al Maxiprocesso di Palermo, Santapaola venne condannato all'ergastolo come mandante della strage.
La strage della circonvallazione creò una frattura insanabile: il delfino di Ferlito, Salvatore Pillera (detto "Turi cachiti"), raccolse i fedelissimi del suo “padrino” e fuoriuscì definitivamente da Cosa nostra catanese fondando un gruppo malavitoso autonomo, in cui spiccavano il futuro giovane capomafia Salvatore Cappello e Giuseppe Sciuto (detto “Tigna”). La faida durò oltre un decennio con un bilancio di cinquecento morti ammazzati e coinvolse anche i Cursoti e i Laudani, alleati dei Pillera-Cappello, e il clan dei Malpassoti di Belpasso, guidato dal boss Giuseppe Pulvirenti e considerato il braccio armato del clan Santapaola.
Nel 1995 la scissione sarebbe stata ricomposta tanto che Pillera e Santapaola furono visti scambiarsi cordiali saluti durante una loro traduzione nell'aula bunker del carcere di Bicocca ma la "pax mafiosa" non sarebbe stata accettata da una frangia del gruppo di Pillera, capeggiata dal capomafia detenuto Salvatore Cappello, che continuò il conflitto contro i Santapaola e i loro alleati.
La strage di via Carini
Il 3 settembre 1982 il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo, è vittima di un agguato dopo appena quattro mesi di servizio a Palermo: è la strage di via Carini. Poche settimane dopo il delitto, Santapaola venne accusato da un sedicente testimone oculare, Giuseppe Spinoni, di essere uno dei killer che spararono contro dalla Chiesa e la moglie. Per questi motivi, la foto di Santapaola finì su tutti i giornali nazionali ed, essendo tra i principali indagati per gli omicidi, si diede alla latitanza. A proposito di questi fatti, il giornalista e scrittore Claudio Fava (figlio di Giuseppe Fava) formulò gravi accuse nei confronti del quotidiano catanese La Sicilia e del suo direttore Mario Ciancio Sanfilippo:
Tuttavia le indagini rivelarono che Spinoni era un mitomane ma Santapaola rimase uno dei maggiori indagati poiché il giudice Giovanni Falcone riuscì a dimostrare un suo interesse quantomeno indiretto nel delitto dalla Chiesa: il prefetto infatti, appena insediatosi, aveva puntato il suo interesse sugli affari degli imprenditori catanesi Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro e sui loro rapporti con Santapaola. Nel 1984 Tommaso Buscetta rivelò al giudice Falcone che gli uomini di Santapaola parteciparono al delitto dalla Chiesa per ricambiare il "favore" dell'omicidio di Alfio Ferlito. Al Maxiprocesso di Palermo, Santapaola venne condannato in primo grado all'ergastolo come mandante insieme ai membri della Cupola mafiosa di Palermo ma venne assolto in tutti gli altri gradi di giudizio "per non aver commesso il fatto".
La latitanza La vicenda dei casinò di Campione e Sanremo
L'11 novembre 1983 la Guardia di Finanza fece irruzione nei casinò di Sanremo, Venezia, Campione d'Italia e Saint Vincent, portando all'arresto di una quarantina di persone: secondo le indagini, la Sit, società formalmente intestata all'ingegnere Michele Merlo (ex giocatore d'azzardo), Gaetano Corallo e Ilario Legnaro (presidente della Pallacanestro Varese), si sarebbe accaparrata la gestione del casinò di Campione e avrebbe corrotto numerosi politici e amministratori comunali di Sanremo per aggiudicarsi anche l'appalto per il casinò di quella città per conto del clan di Nitto Santapaola. L'anno successivo l'inchiesta sui casinò si arricchì con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Epaminonda, il quale affermò ai giudici milanesi che la vicenda dell'aggiudicazione della gara di gestione del casinò di Sanremo non era altro che una disputa tra due cordate di imprenditori che avevano alle loro spalle mafiosi palermitani (Salvatore Enea e Giuseppe Bono) e mafiosi catanesi (Santapaola). Il processo si aprì soltanto nel 1989 e si concluse l'anno successivo in primo grado con la condanna di Corallo, Legnaro e Merlo per associazione mafiosa mentre Nitto Santapaola venne assolto per insufficienza di prove.
Antonino Calderone, interrogato dal giudice Falcone nel 1987, dichiarò: «Ignoro se Gaetano Corallo e Ilario Legnaro abbiano degli interessi nell'America centrale legati alle case da gioco, ma io li conosco bene entrambi poiché sono catanesi. (...) I due sono molto legati a Nitto negli interessi che gravitano intorno alle case da gioco e dai discorsi che faceva Corallo posso dire che Legnaro era in posizione superiore rispetto a Corallo stesso. Nitto s'incontrava quasi ogni sera all'Hotel Excelsior di Catania con Corallo, quando questi si trovava in città». Giovanni Brusca, in un interrogatorio del 7 maggio 2001, racconta che, attraverso Ilario Legnaro, Santapaola «riusciva a riciclare ingenti somme di denaro, nell'ordine di miliardi».Graziella Proto. Campione d'Italia. Non Puttanopoli ma riciclaggio. «Casablanca», luglio 2006, 9.
L'omicidio Fava
Il 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava, giornalista fondatore della rivista I Siciliani, viene ucciso davanti al teatro Stabile in via dello Stadio a Catania. Il movente è inizialmente coperto da tutti. La Procura indaga a 360°, il quotidiano La Sicilia parla di "questioni di natura privata". La realtà è riassunta nella frase del Sottosegretario della Pubblica Istruzione durante l'ultimo governo Spadolini, Antonino Drago: bisogna «chiudere presto le indagini altrimenti i cavalieri se ne andranno».Sebastiano_Gulisano, , su Da Polizia e Democrazia, 2002.
I "cavalieri" di cui parla sono i "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", così definiti da Giuseppe Fava nella storica copertina del primo numero de I Siciliani del gennaio 1983: erano i cavalieri del lavoro che gestivano l'imprenditoria edile catanese (e siciliana) a cavallo degli anni settanta-ottanta: Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci.
I rapporti tra il clan di Santapaola e i cavalieri vengono fuori grazie al lavoro della redazione de I Siciliani. Nel primo articolo si fa solo l'accenno a «quello che appare, quello che la gente pensa e quello che probabilmente è vero»: appare che sono tutti inquisiti per reati anche gravi, si pensa che sono stati loro ad ordinare l'omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa e probabilmente c'è una mutua protezione ma non ci sono le prove.
La collusione tra i cavalieri e la mafia viene ribadita nei processi degli anni novanta, tra cui quelli per l'omicidio Fava, soprattutto grazie ad alcune foto scoperte durante una perquisizione nell'abitazione di Rosario Romeo (braccio destro del boss), in cui Santapaola appariva in compagnia di vari esponenti del potere catanese: «il sindaco, il presidente della provincia, il questore, il prefetto, un deputato regionale dell'Antimafia, un segretario di partito, qualche giornalista, il rampollo di uno dei quattro cavalieri, il genero di un altro cavaliere...» Queste foto vennero acquisite dal giudice Giovanni Falcone e messe agli atti del Maxiprocesso di Palermo.
Il processo si conclude solo 19 anni dopo, quando nel processo "Orsa Maggiore 3" vengono condannati Maurizio Avola come esecutore, Nitto Santapaola come mandante e Aldo Ercolano come organizzatore. Vengono invece assolti Vincenzo Santapaola, Marcello D'Agata e Francesco Giammuso, i sicari che probabilmente avevano accompagnato Avola durante l'omicidio. su La Sicilia, 15 novembre 2003.
Le stragi di Capaci e via D'Amelio