Biografia Nativo di Alzano Lombardo, nel bergamasco, Pesenti proveniva da una famiglia di industriali di solida fede cattolica. e la cui attività affondava le radici nell'Italia post-unitaria: l'Italcementi, da lui di fatto ereditata nel 1946, infatti, era stata fondata da suo zio Antonio alla fine del secolo precedente. Agli inizi dell'Ottocento Carlo Antonio Pesenti (1826-1868) avvia una piccola fabbrica di carta e una segheria in Alzano Lombardo. Nel 1877 i figli Carlo (1853-1911), Pietro (1854-1920), Luigi (1857-1911), Cesare (1860-1933), Daniele (1861-1911) e Augusto (1865-1918) convertono l'attività della ditta alla produzione di agglomeranti idraulici, con il nome di Fratelli Pesenti fu Antonio. In seguito alla scoperta nella zona del Bergamasco, all'inizio degli anni novanta dell'Ottocento, di marne adatte alla produzione del cemento Portland, il perimetro delle attività aziendali viene allargato fino a includere la fabbricazione del cemento bianco. Nel 1906, dopo l'acquisizione della concorrente Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce idraulica, nasce la Società Italiana dei cementi e delle calci idrauliche, che sotto la guida di Antonio Pesenti (1880-1967), figlio di Luigi, arriva a coprire il 15% del mercato nazionale del cemento alle soglie della prima guerra mondiale. Nel 1925 l'impresa, operante in Italia con oltre trenta unità produttive, viene quotata presso la Borsa valori e nel 1927 cambia la sua denominazione sociale in Italcementi, arrivando a conquistare negli anni seguenti la leadership nazionale nel settore cementizio italiano, con una quota di mercato pari ad oltre il 35% del totale.
Carlo Pesenti compì gli studi superiori a Moncalieri presso il Reale Collegio Carlo Alberto e, successivamente, quelli universitari al Politecnico di Milano. laureandosi in Ingegneria meccanica nel 1932.
L'aneddotica su Pesenti relativa agli anni della sua gioventù è vasta e il giornalismo specializzato tende a valutarla con estremo scetticismo in quanto basata su confidenze delle persone appartenenti alla sua cerchia di conoscenze; secondo le più accreditate di tali voci Pesenti, all'epoca giovane dirigente ancora non impegnato in ruoli decisionali nell'azienda di famiglia, si oppose nel 1939 al licenziamento di un ragioniere alle sue dipendenze (e che in seguito sarebbe diventato uno dei suoi più fidati collaboratori), richiestogli dal federale del Partito Nazionale Fascista di Bergamo perché costui non era iscritto al partito.; a tale rifiuto fece seguito una detenzione di due giorni; ancora, voci sorsero sul suo coinvolgimento nell'uccisione di un federale della bergamasca, che ne fecero oggetto di indagini e gli valsero altri cinque giorni di detenzione.
Indipendentemente dall'origine e dalla veridicità di tali aneddoti, lo stesso Pesenti pubblicò sempre scarsissime notizie su di sé limitandosi a scarni riassunti dell'attività professionale: di sé stesso Pesenti disse di essere entrato nell'azienda di famiglia nel 1934 con vari incarichi impiegatizi e dirigenziali fino al 1942, anno in cui giunse la nomina a direttore generale; raccontava inoltre il citato episodio del carcere e il suo allontanamento dalla società nel 1942 a seguito dell'insediamento nella stessa di un commissario, e il rientro nel 1946 di nuovo come direttore generale; terminata la guerra e iniziata la transizione dalla dittatura alla democrazia, comunque, è acclarato che la detenzione a opera della polizia fascista fu un elemento che in tale fase politica del Paese gli fu favorevole. Suo zio Antonio, infatti, già intimo di Mussolini e da questi beneficiato da commesse cementifere nelle colonie dell'Africa Orientale Italiana nonché avvantaggiatosi negli affari dalla vicinanza con i gerarchi, era ormai troppo compromesso con il fascismo: dovette quindi lasciare l'Italcementi che passò nelle mani di Carlo, scelta vista come appropriata in ragione degli episodi che lo descrivevano quantomeno come non connivente con il passato regime.
Italcementi
Nell'Italia del dopoguerra un'azienda come Italcementi, nel frattempo assurta a realtà di livello nazionale, era considerata strategica in ragione delle esigenze di ricostruzione postbellica: in effetti Pesenti aveva fatto proprio il principio, insegnatogli dallo zio Antonio, durante il fascismo direttore del Banco di Roma, che in fase di ricostruzione sarebbe stato necessario spendere molto denaro e quindi affrontare una progressiva svalutazione monetaria., la quale rendeva vantaggioso affrontare investimenti pesanti prendendo denaro a prestito piuttosto che impiegarne di proprio, in ragione del fatto che la svalutazione avrebbe abbattuto drasticamente anche l'ammontare dei debiti.
Un'altra cosa che si premurò di fare al più presto fu quella di acquisire partecipazioni bancarie per poi subentrare nella proprietà delle stesse banche, al fine di avere istituti tramite i quali ottenere denaro: grazie alle sue conoscenze nella curia di Bergamo entrò in possesso della Banca Provinciale Lombarda, istituto vicino al mondo cattolico istituzionale.. Dal 1946, inoltre, era attiva un'altra finanziaria, la Italmobiliare, posseduta al 100% da Italcementi e facente funzioni di cassaforte di tutto il gruppo industriale di Pesenti, anche se l'esatta consistenza delle attività in portafoglio di tale società fu resa nota solo verso la fine degli anni settanta quando ne fu sostanzialmente ribaltata la struttura azionaria e da controllata divenne controllante del gruppo Italcementi..
Grazie anche al fatto che nel decennio degli anni cinquanta le attività del suo gruppo avevano conosciuto un significativo incremento, tanto da farlo diventare il cementiere più grande d'Europa, superando anche la francese Lafarge, e capace di controllare circa metà del mercato italiano del calcestruzzo, con la liquidità ottenuta entrò anche nel ramo assicurativo acquistando la Riunione Adriatica di Sicurtà su invito di alcuni partner industriali che fecero appello alla comune vicinanza con la Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti ed Emilio Colombo., timorosi del rischio di una scalata da parte di alcuni industriali tessili del Biellese che stavano impiegando nelle azioni della RAS il grosso guadagno ottenuto grazie alle forniture militari degli ausiliari sanitari durante la guerra di Corea..
Tra le altre importanti acquisizioni del periodo figurano la Franco Tosi Meccanica, una grossa partecipazione nella siderurgica Falck, il Giornale di Bergamo (mentre del 1952 fu la fondazione del quotidiano milanese la Notte, per contrapporsi, da posizioni di destra ma con una formula popolare, al Corriere d'Informazione della famiglia Crespi), che valsero a Pesenti l'appellativo di «Carletto pigliatutto», conferitogli sulle colonne del Mondo dal giornalista radicale Ernesto Rossi, critico dei suoi metodi finanziari definiti spregiudicati e delle sue frequentazioni con ambienti politici di estrema destra in chiave anticomunista e antisindacale..
L'esperienza da imprenditore automobilistico Pesenti era noto per condurre vita riservata e non ostentare lussi; gli si conoscevano due sole importanti passioni, quella per le banche (soprattutto legata al desiderio di avere sempre a disposizione fonti di liquidità) e quella per le automobili di marca. Riuscì a soddisfare quest'ultimo interesse a metà degli anni cinquanta quando venne a sapere che gli eredi di Vincenzo Lancia avevano intenzione di vendere la casa automobilistica da questi fondata.. Gianni, l'allora amministratore delegato della società e figlio di Vincenzo, era tra l'altro in debito con la Italcementi che aveva collaborato alla costruzione del Grattacielo Lancia di Torino. Per circa 10 miliardi di lire dell'epoca, quindi, a giugno 1956 Pesenti acquistò la Lancia. la quale, tuttavia, non entrò nel gruppo Italcementi: Pesenti la tenne scorporata dalle altre attività e la detenne a titolo personale; nel 1958 assunse anche la vicepresidenza dell'azienda..
Tra i primi atti come proprietario della casa automobilistica, come raccontò in seguito egli stesso, Pesenti andò a colloquio con Vittorio Valletta, all'epoca presidente della maggiore azienda italiana del settore, la FIAT, concittadina della Lancia., per concordare un accordo tra gentiluomini di non belligeranza sugli stessi segmenti di mercato: secondo Pesenti, Valletta avrebbe confermato di non intendere costruire autoveicoli di cilindrata sopra i cc mentre invece lo stesso Pesenti si sarebbe impegnato a non costruirne sotto tale cilindrata. In seguito la Fiat, spinta dalle esigenze dal mercato, disattese tale impegno producendo le 1300 e 1500 e successivamente le 1800 e le 2300, decisione della quale Pesenti affermò, ne fosse stato edotto, che "gli avrebbe evitato di costruire lo stabilimento di Chivasso."
Indipendentemente dai rapporti con la Fiat, la Lancia di Pesenti ebbe buone intuizioni industriali e tecnologiche ma non abbastanza incisive e tempestive per invertire la crisi che nel dopoguerra aveva portato tale azienda a perdere quote di mercato e a essere sorpassata dall'Alfa Romeo come secondo produttore italiano: innanzitutto per lungo tempo la Lancia subì la volubilità di Antonio Fessia, l'ingegnere che era a capo della progettazione delle autovetture e che mal si accordava con le esigenze gestionali di Aldo Panigadi, amministratore delegato della Lancia e fiduciario di Pesenti in alcune società del gruppo Italcementi.: Fessia ritardò lo sviluppo dell'Aurelia GT consegnando alle prove una vettura più pesante del previsto di un quintale e con i freni da ridisegnare, facendo perdere all'azienda quasi un anno tra i primi ordini e le consegne; Pesenti fu sordo alle rimostranze di Panigadi. che non trovò altra soluzione che dimettersi. Il nuovo amministratore delegato, Eraldo Fidanza, entrato in carica nel 1958, razionalizzò la produzione, centralizzando quella di lamiere e scocche.; ridusse il personale dell'azienda di unità entro la fine del 1958. e suddivise le competenze, destinando Torino alla produzione delle autovetture e lo stabilimento di Bolzano a quella dei veicoli industriali, ma anch'egli incorse nelle resistenze di Fessia al momento in cui propose nel nuovo modello organizzativo un reparto post-produzione addetto al controllo di qualità., che a detta di Fessia pretendeva di ridurre i costi di produzione a scapito della bontà del prodotto. Molto probabilmente Pesenti tenne più in considerazione l'aspetto tradizionalista e tutto sommato artigianale dell'azienda rispetto a quello che Fidanza voleva imporre, tanto che quando quest'ultimo rassegnò nel 1960 le dimissioni Pesenti le accettò e sostituì Fidanza con Massimo Spada alla presidenza e Guido Calbiani alla direzione generale, entrambi uomini di sua conoscenza.
Ciononostante parte delle misure adottate da Fidanza, e messe in atto dalla nuova dirigenza, parvero invertire il trend negativo della Lancia: già partita la Flavia sotto la gestione Fidanza., fu presentata la Fulvia 1100 nel 1963 e, alla fine dell'anno, il fatturato fu di 72 miliardi di lire, in aumento sull'esercizio precedente. Il problema della Lancia, comunque, non era tecnico ma commerciale: il mercato giudicava valide le autovetture prodotte, ma ne giudicava troppo alto il rapporto peso/potenza.; altre congiunture non giocarono a favore della Lancia, azienda troppo di nicchia e ancora non produttrice su grande scala per fare fronte a periodi di scarso successo commerciale.