La Zecca di Lucca era l'ente preposto presso cui veniva effettuata la coniazione delle monete a nome della città di Lucca.

Storia La zecca di Lucca fu aperta nel 650 e ha continuato la propria attività per circa dodici secoli, dai Longobardi fin verso la metà del XIX secolo, durante i quali ha prodotto oltre duemila tipi monetali. A differenza di altre, la zecca lucchese è stata oggetto di studi anche da parte di personaggi illustri come Domenico Massagli e Giulio Cordero di San Quintino, forse anche a causa della sua longevità. Fin dall’inizio Lucca si collocò come la zecca più importante del Regno Longobardo dopo quella di Pavia. Inizialmente si dedicò alla produzione di Tremissi d’oro anonimi su cui era riportato il nome della città, dal 749 batté invece un tremisse dedicato ad Astolfo Re dei Longobardi, seguito poi un Tremisse per Desiderio dal 756 al 774.

Dopo la caduta del dominio longobardo s'instaurò il Regno Franco di Carlo Magno durante il quale l’attività della zecca continuò inizialmente la produzione dei Tremissi d’oro tipici del Regno Longobardo, restando l’unica zecca toscana a battere moneta dopo l’ascesa al potere carolingia. Famosa la moneta in oro che , visibile oggi nella collezione digitale vaticana. Dal 781 decise di applicare anche al Regno d'Italia le riforme carolinge imponendo il ritiro dell’oro e la sua sostituzione con monete d’argento. Essendo situata nei pressi di uno dei principali valichi degli Appennini, Lucca poteva godere di una posizione strategica, e probabilmente fu anche questo il motivo per cui fu una delle poche officine longobarde che Carlo Magno decise di lasciare aperte dopo la riforma monetaria.

Nel 1209 Ottone IV decise di rinnovare il privilegio di zecca alla città di Lucca, fu così che iniziò la coniazione di una grande quantità di monete d’argento sulle quali era inciso un monogramma a doppia T. Questo segnò la nascita di una moneta molto apprezzata e imitata, in grado di correre al fianco di un denaro importante come quello pavese, con il quale si instaurerà poi anche una concorrenza. Una delle monete più belle e importanti di questo periodo è sicuramente il Grosso d’argento da 12 denari, prima moneta riportante l’immagine del Volto Santo, il quale diventò ben presto il marchio distintivo della città e lo restò fino a circa il 1600.

Nel 1342 la città di Pisa riuscì a imporre il proprio potere su Lucca e lasciò le proprie tracce anche a livello monetario: su molte delle monete prodotte dalla zecca cittadina comparve l’aquila imperiale, caratteristica del denaro pisano. Nel 1369, per concessione dell’imperatore Carlo IV, Lucca riacquistò la propria indipendenza. Da questo momento in avanti la zecca lucchese coniò Grossi e altre monete d’argento riportanti il nome di Carlo IV in ricordo del gesto grazie al quale fu riacquistata la libertà, di cui poté godere per diversi secoli.

Intorno alla seconda metà del XV secolo viene coniato per la prima volta il Ducato Largo, moneta che riportava al dritto il Volto Santo a mezzo busto e al rovescio San Martino a cavallo nell’atto di porgere il mantello al povero.

Con la riconferma degli antichi privilegi da parte di Carlo V, Lucca restò l’unica fra tutte le città della Toscana a mantenere l’indipendenza e a non essere annessa al ducato mediceo.

Nell’ottobre del 1535 la Zecca di Lucca conia lo Scudo d’oro del sole, moneta d’oro di lega un po’ più debole di quelle battute in precedenza introdotta dalla Francia e che si stava rapidamente diffondendo in molte zecche italiane. La nuova moneta recava sul dritto lo scudo della città di Lucca con una banda che riporta la scritta “LIBERTAS” e al rovescio il Volto Santo a mezzo busto. La coniazione di questa moneta s’interruppe nel febbraio del 1536 per poi riprendere circa un ventennio più tardi, precisamente nel 1552.

Insieme allo Scudo fu coniato anche il Mezzo Scudo, uno speciale tipo di moneta chiamata Mancuso. È una moneta molto rara in quanto, nel 1551, il Senato lucchese concesse di coniarne soltanto una ogni cento scudi.

Nel 1543, per la prima volta tra le monete lucchesi, fu impressa la data su un Quattrino di rame.

Nel 1564 fu coniato per la prima volta il Santacroce da 15, un denaro d’argento più pesante dei precedenti caratterizzato sul dritto dalla leggenda “SALVATOR MVNDI” e dal Volto Santo, per la prima volta crocefisso e a figura intera, e sul rovescio dalla leggenda “CAROLVS IMPERATOR e LVCA” riportante le lettere disposte a croce.

Nel 1572 inizia la battitura dello Zecchino, nuova moneta d’oro che, come nel Ducato Largo, riporta al dritto il Volto Santo a mezzo busto e sul rovescio San Martino a cavallo che porge il mantello al povero. Lo Scudo d’oro del sole sopravvive per poco allo Zecchino, difatti il 1576 è l’ultima coniazione conosciuta.

Come le altre zecche d’Italia, anche la Zecca di Lucca nel 1596 coniò il ducatone da 75 bolognini, detto anche scudo, una pesante moneta d’argento di circa 31 grammi. Questa moneta riporta sul dritto lo scudo della città di Lucca con la solita banda che riporta la scritta “LIBERTAS” e sul rovescio nuovamente San Martino a cavallo che porge il proprio mantello al povero.

Nel 1615 venne poi ordinata la battitura di una nuova moneta d’argento il cui valore era un terzo dello scudo, il Santacroce da 25, il quale riportava sul dritto lo scudo ovale con l’iscrizione “LIBERTAS” e al rovescio il Volto Santo a figura intera.

Nel 1661 fu coniato il Grosso della ghirlanda il quale aveva sul dritto le lettere “LVCA” disposte a croce intorno a una rosa, il tutto incorniciato da una ghirlanda, e sul rovescio nuovamente il Volto Santo.

Nel 1668 fu battuto il grosso da 12 soldi che reca sul dritto, posto tra due pantere che sorreggono la corona, lo scudo con la banda con scritto “LIBERTAS” e sul rovescio la Giustizia con ramo d’ulivo e bilancia e la leggenda “IVSTITIA ET PAX”. Un fatto importante fu la modifica della leggenda riportata sul dritto, la quale recitava “RESPVBLICA LVCENSIS”, che d’ora in poi ritornerà su tutti i nominali (sia d’argento che d’oro), a differenza delle leggende “CAROLVS IMPERATOR” e “OTTO REX” che saranno riportate solo su piccole monete di rame. La Zecca di Lucca realizzò queste operazioni per segnare la sua totale indipendenza dai vincoli con l’Impero e per cercare di cancellare anche il ricordo di tali esperienze che risiedeva nelle monete.

Nel 1748 la zecca provvide alla coniazione del pezzo da due doppie, il quale riportava i soliti tipi dello scudo con l’iscrizione “LIBERTAS” a dritto e del Volto Santo a mezzo busto a rovescio.

Verso la fine del XVIII secolo furono coniate altre due piccole monete d’argento. La prima era il Duetto, il quale riportava San Pietro con le chiavi e il libro; la seconda era il Bolognino, il quale riportava sul dritto una pantera rampante che sosteneva lo scudo della città e sul rovescio San Pietro con le chiavi e la leggenda “BOLOGNINO DI LVCCA”.

A seguito della conquista francese Lucca perse la propria indipendenza e l’attività della zecca venne chiusa, fu riaperta solo da parte di Elisa Bonaparte e Felice Baciocchi durante il loro principato. Dopo la caduta di Napoleone fu poi instaurato a Lucca il ducato di Maria Luisa di Borbone e di Carlo Ludovico, suo figlio.

Nel 1843 l’attività della zecca lucchese fu definitivamente sospesa e poco dopo anche la città di Lucca fu annessa al Granducato di Toscana.

Collocazione della zecca L'edificio della zecca, chiamato Moneta, ora scomparso, era situato subito a nord della antica Curtis regia longobarda, secondo i pareri abbastanza concordi degli studiosi (passim), Matraia, Isa Belli Barsali, Giulio Ciampoltrini e Vito Tirelli.

La circolazione del denaro lucchese

Per molto tempo la zecca lucchese e le sue monete ebbero un valore importantissimo e camminarono al fianco di altre zecche italiane importantissime: Pavia, Milano e Verona. Ognuna di queste zecche aveva un’area di propria competenza, e in particolare: Pavia, essendo la zecca più importante, serviva l’intero territorio del Regno d'Italia Milano serviva il territorio lombardo, piemontese e emiliano La zecca veronese destinava il suo denaro prevalentemente al Veneto, al Friuli, al Sud Tirolo, alla Carinzia e alla Romagna Il denaro lucchese era diffuso invece nell’area del centro Italia, in particolar modo al dominio dei Canossa.

Fra il X e il XI secolo questo equilibrio venne a mancare e si verificò un importante e rapido svilimento dei denari delle quattro principali zecche, le quali producevano gran parte della moneta in circolazione sul territorio. Lo svilimento della moneta non fu però un segno di debolezza, ma piuttosto un segno di vivacità economica in forte crescita. In particolare per una città-stato piccola come quella di Lucca, i commerci richiedevano una quantità di moneta maggiore, ma la disponibilità di mercato dell’argento era ben inferiore rispetto alla richiesta effettiva, perciò fu ritenuto più utile avere in circolazione una grande quantità di pezzi di basso valore piuttosto che concentrarsi su monete di metallo migliore. L’impoverimento del nominale serviva inoltre per tenere a bada il fenomeno della tosatura delle monete nuove.

La forte espansione economica e il conseguente fabbisogno di monete comportarono l’apertura di nuove zecche e molte città italiane. Tutta questa situazione finì per distruggere la precedente unitarietà concernente la valutazione delle monete d’argento così che il valore dei denari prodotti da ogni zecca finirono per divergere anche in modo notevole. La mancanza di un forte potere centrale comportò inevitabilmente una competitiva corsa allo svilimento della propria moneta da parte delle nuove zecche, questo al fine di ottenere maggiori profitti e vantaggi per i propri mercati.

Nel caso della zecca lucchese l’inesorabile svalutazione dei denari d’argento è particolarmente evidente dal Regno di Enrico II. Negli utili anni, grazie a tecniche particolari, è stato possibile stabilire con precisione la composizione chimica interna del denaro Lucensis: nonostante verso la fine dell’XI secolo fosse ancora di buon argento, all’inizio del XII secolo non era altro che rame appena imbiancato. Ad eccezione delle monete coniate nel periodo di dominazione ottoniana (detti denari ottoniani), la moneta coniata dalla zecca lucchese si trovò solitamente a ricoprire il ruolo di moneta cattiva e, proprio per questo motivo, la sua tesaurizzazione non avrebbe prodotto alcun frutto.

Tra il X e il XIII secolo gran parte degli scambi nell’Italia centrale e nei feudi contigui avvenivano comunque attraverso l’utilizzo della moneta di produzione lucchese, questo perché considerata forte e affidabile. A conferma di quanto sopra vi sono numerosi atti notarili conservati nella chiesa di Santa Croce di Lucca nei quali, a proposito del Lucensis, si legge “DENARI ARGENTI MUNDI BONI ET SPENDIBILES”. L’importanza di Lucca a livello monetario era dimostrata anche dal fatto che mercanti di diverse città, quali Pisa, Siena, Arezzo o Firenze, portavano a Lucca il loro argento al fine di farlo coniare in Lucensis, utilizzati poi nelle loro città d’origine.

Il rinomato potere commerciale della città di Lucca determinò il successo e la diffusione della sua monetazione anche al di fuori dei confini del Regno d'Italia.

Imitazioni del denaro lucchese

L’imitazione di monete di larga circolazione era un fenomeno molto diffuso nel periodo medioevale. Lo scopo principale era riprodurre un nominale che il pubblico fosse in grado di riconoscere senza difficoltà, quindi un nominale già affermato e accettato dall’opinione pubblica, in modo da entrare in circolazione senza difficoltà sfruttandone la reputazione. Nel caso in cui il valore intrinseco della moneta riprodotta sia uguale o maggiore dell’originale non si può parlare di falsificazione, ma piuttosto di imitazione. Questo tipo di fenomeni imitativi finivano inevitabilmente per danneggiare l’ente consolidato, il quale cercava quindi di difendersi.