Con web tax (o webtax) si indica la proposta di legge che punta, nell’era dell’economia digitale, alla regolamentazione della tassazione per le multinazionali che operano in Rete, con l’obiettivo di garantire equità fiscale e concorrenza leale.

In Europa Se per molti Stati europei la Web tax risulta necessaria, dal momento che non è più accettabile che le grandi società del web (Google, Facebook, Amazon in primis.) facciano business in Europa pagando tasse minime, secondo il parere di altri è impossibile delimitare i confini del digitale con una legge che poggia su confini nazionali. Una Web tax dovrebbe avere un carattere internazionale, poiché potrebbe penalizzare le imprese residenti nei paesi che la applicano, tanto sul mercato tradizionale quanto su quello internazionale.

Piuttosto che su interventi di singoli Stati, si dovrebbe puntare a creare una normativa internazionale, soprattutto per non violare i trattati internazionali, i quali specificano condizioni precise perché si possa individuare la “stabile organizzazione”, premessa necessaria affinché le tasse pagate possano dare diritto a un credito di imposta nel paese di origine dell’impresa digitale. Con l’esclusione di pochi Paesi, la maggior parte degli Stati europei sostengono infatti l’applicazione di una Web tax a livello europeo. Una proposta è stata discussa a Tallinn, in Estonia, il 16 settembre 2017, nella riunione del Consiglio Economia e Finanza (Consiglio Ecofin). La proposta di legge – della quale, però, si attende ancora una formulazione definitiva – prevede l'introduzione a livello comunitario di nuove linee guida in ambito fiscale che prevedano un'imposta sulle transazioni digitali. La Web tax si applicherebbe ai fatturati e non più ai loro utili, inoltre, secondo la proposta del Parlamento europeo, dovrebbero essere tassati anche i dati degli utenti raccolti dalle web society.

Tra i paesi firmatari figurano Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria, Bulgaria, Grecia, Portogallo, Slovenia e Romania. Proprio l’Estonia, il paese europeo che ospitava il Consiglio Ecofin, si è dichiarata contraria a tale proposta, poiché considerata un espediente efficace solo sul breve periodo, facendosi promotrice di un progetto a più lungo termine, con una Web tax basata sui contratti stipulati dalle aziende digitali in un determinato paese. Italia, Francia, Germania e Spagna sono tra i paesi che più insistono sulla necessità di introdurre un web tax. Accanto a loro, gli altri Stati membri a sostegno dell’iniziativa, con le sole eccezioni di Irlanda e Lussemburgo, che non appoggiavano la proposta di modificare la tassazione per le imprese digitali. I Paesi oppositori sostenevano che la tassa avrebbe rappresentato un ostacolo alla loro economia, argomentando che la disposizione di una digital services tax aggressiva nei confronti delle Multinazionali, avrebbe inoltre intaccato la competitività di mercato. Il governo del Lussemburgo si era dimostrato particolarmente contrario alla disposizione di un sistema fiscale unico concentrato principalmente sulla tassazione dei servizi digitali. Di recente, però, il Ministro delle Finanze lussemburghese ha presentato al Parlamento un disegno di legge che promuove il recepimento della Direttiva UE 2021/414 che modifica la Direttiva 2011/16/UE riguardante la cooperazione amministrativa nel settore fiscale. Quest'ultima proposta stabilise un obbligo di rendicontazione per le piattaforme digitali ubicate all'interno o all'esterno dell'Unione Europea e uno scambio automatico di informazioni tra le amministrazioni fiscali degli Stati membri sui ricavi generati dai venditori su tali piattaforme a partire dl 1º gennaio 2023.

Il commissario europeo agli Affari Economici e Monetari, Pierre Moscovici, ha affermato, durante una conferenza organizzata a Bruxelles dalla lobby DigitalEurope, che “la tassazione digitale non è più una questione di se”; “Le aziende del digitale sono tassate al 9%, quelle tradizionali al 23%. Non è accettabile” […] L’approccio dell’Ue non è protezionistico e non mira a difendere i puri interessi dell’Europa. Si tratta invece di creare un level playing field”. “Il commissario francese ha ribadito, riporta il sito Euractiv, che esiste una ‘profonda spaccatura tra dove i profitti digitali vengono generati e dove vengono tassati – se vengono tassati’. Moscovici ha continuato dicendo che le entrate dei giganti della tecnologia sono in costante e veloce crescita e che le leggi fiscali non sono adeguate. La crescita media annua dei ricavi per ‘le migliori aziende digitali’ si è attestata intorno al 14% dal 2011 a oggi, a fronte di un tasso di crescita dello 0,2% per le altre multinazionali e del 3% per le aziende dei settori IT e delle telecomunicazioni.

In Italia La web tax è il tentativo di far pagare le imposte indirette alle Over-the-top che operano e fanno profitti in diversi Paesi del mondo ma non utilizzano la partita IVA del Paese in cui erogano i servizi o commercializzano prodotti. In questo modo si porrebbe fine ad un’elusione fiscale su scala globale di decine di miliardi di euro.

La ratio – si legge nella relazione alla proposta di legge presentata da Francesco Boccia nel 2013 - è quella di contrastare l'elusione fiscale tipica delle transazioni online, intese come commercio elettronico diretto o indiretto che sfuggono al regime di tassazione dei Paesi dove vengono fruiti i beni o i servizi venduti e sui quali si producono ricavi. L'esigenza è quella di non consentire che società estere non paghino le tasse nei Paesi dove operano, ma in quelli dove hanno la sede legale che, molto spesso, hanno un'imposizione fiscale molto più bassa di quella dei Paesi membri dell'Unione europea. La proposta, assorbita da un emendamento alla Legge di Stabilità 2014, è stata approvata all’unanimità in commissione Bilancio e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 27 dicembre 2013 (comma 33 della legge n.147 del 27 dicembre 2013).

La norma, che sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1º gennaio 2014, è stata prima rinviata al 1º luglio 2014 nel decreto "Salva Roma bis" e poi cancellata definitivamente dall’allora segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, come primo atto da neo Premier, nel decreto "Salva Roma ter" (decreto legge 6 marzo 2014, n.16); la cancellazione della norma venne comunicata con un tweet dello stesso Renzi il 28 febbraio 2014.

In sede di conversione del decreto legge 50/2017 è stato approvato un emendamento, a prima firma Francesco Boccia, che introduce la cosiddetta web tax transitoria. Le imprese attive sul web con oltre 1 miliardo di fatturato, che effettuano cessioni di beni e prestazioni di servizi nel territorio dello Stato per un ammontare superiore a 50 milioni di euro, per le quali si configura l'ipotesi di "stabile organizzazione", possono stringere accordi preventivi con l'Agenzia delle Entrate ed evitare le inchieste della magistratura. È prevista una sorta di compliance rafforzata per evitare di infrangere la legge e di pagare sanzioni. Gli incassi della web tax, secondo quanto previsto dall’emendamento, saranno destinati al Fondo per la non autosufficienza al Fondo per le politiche sociali "per un ammontare non inferiore a 100 milioni di euro annui" e per la restante parte al Fondo per la riduzione della pressione fiscale nato con la legge di stabilità del 2014. L’emendamento Boccia è stato sottoscritto da PD, Ap, FdI, Sinistra Italiana, Mdp, FI, Cor, Possibile. Astenuti la Lega, il Movimento 5 Stelle e Scelta Civica.

La commissione di bilancio dopo aver esaminato il precedente disegno di legge, ne propone una sorta di rielaborazione, divenuta poi legge il 23 dicembre 2017. L'emendamento in questione è composto principalmente di tre sezioni: la prima invita chi acquista delle prestazioni digitali a segnalarlo all'Agenzia delle entrate; la seconda tenta una sorta di revisione al concetto di stabile organizzazione; ed infine con la terza viene introdotta un'imposta sulle attività digitali dematerializzate. La legge di bilancio del 2018 prevede l'introduzione di un'imposta sulle transazioni digitali riferite a prestazioni di servizi effettuate mediante mezzi elettronici, con l'intento di tassare le multinazionali che pur operando nel territorio non pagano le tasse. Per quanto riguarda l'ambito di applicazione soggettiva viene disposto che questa imposta si applichi "nei confronti del soggetto prestatore residente o non residente che effettua prestazioni di servizi tramite mezzi elettronici, e solo se il soggetto ha effettuato nel corso di un anno solare un numero di transazioni digitali superiore alle 3.000 unità". L'imposta è in questa sede quella proposta dalla Commissione europea, con un'aliquota del 3% applicata al corrispettivo che si ottiene dalla transazione digitale.

Nel 2019, non essendo stato raggiunto l'obiettivo di contrastare l'evasione fiscale delle transazioni online, l'Italia interviene nuovamente in materia proponendo un'imposta sui servizi digitali. Qui i soggetti passivi individuati sono le persone fisiche e giuridiche che forniscono determinati servizi digitali, e vengono considerati idonei quando possiedono determinati requisiti dimensionali, tra cui: l’ammontare di ricavi complessivi superiore a 750 milioni di euro e l’ammontare di ricavi derivanti dalla vendita di servizi digitali che sia superiore a euro.

La legge di bilancio del 2020 modifica la disciplina precedente apportando nuove procedure in ambito applicativo e fornendo gli opportuni chiarimenti circa i servizi che sono esclusi dall'imposta. Questa web tax è entrata immediatamente in vigore a partire dal 1º gennaio 2020, ma è ritenuta "provvisoria", in quanto sarà abolita nel momento in cui entreranno in vigore accordi a livello internazionale, che quindi la sostituiranno. I soggetti destinatari in questo caso sono gli esercenti attività d'impresa che nel corso dell'anno solare abbiano avuto un ammontare complessivo dei ricavi di almeno 750 milioni di euro, e i ricavi colpiti sono quelli ottenuti mediante la prestazione di servizi resi tramite un'interfaccia digitale. Un ulteriore requisito qui richiesto per la tassabilità è la c.d "Italianità" della transazione digitale: l'utente che usufruisce del servizio dovrà infatti trovarsi sul territorio italiano.

Contemporaneamente all’ultima proposta legislativa legata alla web tax vi è stato il periodo della pandemia di COVID-19. Nel mese di marzo 2020, infatti, a causa delle limitazioni imposte alla libertà di circolazione, al fine di evitare assembramenti che potessero aumentare il contagio da Covid-19, milioni di persone hanno trasferito su internet tutte quelle attività che precedentemente avvenivano fisicamente, tanto che, nel mese di aprile 2020, più della metà della popolazione mondiale risultava attiva online.

Dal 2020, gli acquisti per prodotti o servizi sul web da qualsiasi dispositivo sono aumentati considerevolmente, tanto che, se la grande manifattura con luoghi di vendita fisici ha subìto un drastico calo, i colossi del web, a seguito della pandemia, hanno ottenuto una crescita del fatturato di quasi venti punti percentuali, rispetto allo stesso periodo del 2019.

L’epidemia, dunque, ha contribuito significativamente alla crescita dell’e-commerce e di tutte quelle attività online che ancora oggi si trovano a vedere aumentare i propri guadagni grazie ad un’offerta sempre maggiore di prodotti e servizi che, allo stato attuale, non subiscono quei gravami legati all'entrata in vigore di una web tax.

Criticità della web tax italiana Applicazione soggettiva L'obiettivo dell'imposta sui servizi digitali (ISD) è quello di sottoporre ad imposizione i redditi prodotti dai GAFA (Google, Apple, Facebook, e Amazon) al fine di applicare l'imposta solo a quel gruppo di imprese che abbiano un elevato giro d'affari.

Sorgono, al riguardo, due criticità: la dottrina critica il legislatore italiano per non aver definito in modo preciso il concetto di gruppo