Fabro è un comune italiano di abitanti della provincia di Terni in Umbria.

Geografia fisica Territorio Il comune di Fabro è ubicato su un colle di 364 m.s.l.m che si affaccia sulla parte più meridionale della Val di Chiana, nota anche come Val di Chiana romana, nell'Umbria occidentale. Il suo territorio si trova in prossimità del confine con la Toscana e con il Lazio e tra le province di Terni, Perugia, Siena e Viterbo. Fa parte della Comunità Montana Monte Peglia e Selva di Meana.

Il comune possiede anche un'exclave: Poggiovalle, tra il comune di Città della Pieve e la Toscana.

Il territorio è composto di un grande accumulo di sabbie e argille plio-pleistoceniche di origine marina.

Clima Classificazione climatica: zona D, 2027 GR/G

Origine geologica del territorio Come tutta la Val di Chiana, dal Pliocene Inferiore alla prima parte del Pleistocene Inferiore (dai 2 ai 1,8 milioni di anni fa) il territorio costituì il fondale dell'antico Mar Tirreno. Testimoniano a presenza del mare i numerosi fossili che si possono trovare passeggiando tra le crete, come gasteropodi (natica e turritella), lamellibranchi (pecten, ostrea e venus) e scafopodi (dentalium).

I calanchi di Fabro La presenza di argille e crete di origine marina dilavate dall'erosione degli agenti atmosferici ha provocato nella zona sud-orientale di Fabro un fenomeno geomorfologico notevole: i calanchi. Questi sono ampie fenditure nel terreno intervallate da sottili crinali e zone pianeggianti. A causa dell'erosione questi valloni argillosi possono essere poveri di vegetazione poiché in continua evoluzione. Il paesaggio dei calanchi, infatti, non è mai uguale. Tuttavia l'ambiente è costellato di piccoli prati, arbusti e boschetti dove vive una ricca fauna selvatica.

L'ambiente naturale

L'ambiente naturale calanchivo è quello caratteristico dei terreni argillosi, con la presenza di erbe, arbusti e piccoli boschi. Vi si trovano la gramigna, l'erba mazzolina, la tussilagine comune, il cardo, il forasacco, il dente di leone e altre. Dove il terreno permette la crescita di piccoli boschetti, crescono roverelle, lecci e olmi campestri. La vegetazione arbustiva è molto ricca: tra gli altri, la ginestra odorosa, il corniolo sanguinello, il ginepro, la rosa canina, il caprifoglio, qui detto manina della Madonna, i prugnoli selvatici, ecc.

La natura argillosa del terreno permette la formazione di piccoli ristagni d'acqua o laghetti stagionali, dove l'ambiente diventa di tipo palustre, con canne, tife e cannucce, abitato da raganelle, bisce, tritoni e vari insetti acquatici.

Nella stagione primaverile fioriscono numerose erbe, tra cui la veronica, le orchidee selvatiche, l'astro, il fiordaliso, i ranuncoli, le margherite e i fiori del rovo. A fine agosto gli abitanti raccolgono le more per farne marmellata.

Tra i mammiferi vi sono cinghiali, caprioli, tassi, ricci, istrici, volpi, lepri e lupi. La vegetazione spontanea costituisce punto di sosta per numerose specie di uccelli migratori e habitat di uccelli tipici di queste zone, come il falco pellegrino e il gheppio, i rapaci notturni (barbagianni e civetta), i colombacci, le cornacchie grigie, le ghiandaie, le gazze, le taccole, i merli e i picchi rossi minori. Fino a circa gli anni '70 del sec. XX nei calanchi vi era una forte presenza di starna e succiacapra, oggi estinti nella zona.

Storia

Epoca etrusca Nel periodo etrusco l'odierno comune di Fabro segnava il confine degli antichi territori di Clevsi e Velzna, ossia di Chiusi e di Orvieto, due delle più importanti città dell'Etruria. Allo stato attuale delle ricerche non è possibile stabilire a quale delle due città apparteneva il territorio fabrese.

Testimonianza della presenza etrusca sono due lingotti di rame ferroso, oggetti di valore pre-monetale e probabilmente legati al culto, rinvenuti in un luogo non ben identificato del comune di Fabro a metà '800.

In base a quanto riportato da chi si occupò del ritrovamento, avevano una decorazione impressa su entrambe le facce che li faceva rientrare nella tipologia dellaes signatum. Un lingotto era ornato con il cosiddetto ramo secco e pesava meno di 1 kg, l'altro recava la cosiddetta lisca di pesce e aveva il peso di poco più di 1,1 kg. Non si sa se questi siano stati trovati nello stesso luogo. Dopo il ritrovamento furono inviati a Firenze, andando a ingrandire la collezione di antichità del marchese Strozzi. Sono stati datati al V sec. a.C.

Epoca romana Testimonianza della presenza romana, invece, è rappresentata dal ritrovamento del XVII miliare della Via Traiana Nova e dal ritrovamento di alcune tombe alla cappuccina di epoca tardo-antica.

Il XVII Cippo Miliare della Via Traiana Nova costituisce il più noto ritrovamento avvenuto tra i comuni di Fabro e Ficulle ed è conservato nel portico antistante il Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto.

Il Cippo fu rinvenuto nel 1925 in un terreno del vocabolo Polvento di proprietà della Parrocchia di Fabro. Secondo gli archeologi e i testimoni che lo trovarono, il cippo era in situ ed era solamente reclinato a terra. Il cippo riporta il numero 17, che indicava la distanza del miliare dal punto di origine della strada, Bolsena: 17 miglia romane (1,480 m), ossia poco più di 25 km.

L'altro ritrovamento fu effettuato nel 1881 in località Casali, oggi in prossimità dello svincolo autostradale. Furono scoperte tre tombe alla cappuccina, probabilmente pertinenti ad una necropoli mai indagata. Le tombe avevano pareti di mattoni a libretto uniti da malta con copertura di tegole legate da uno spesso strato di calcestruzzo. La prima tomba era femminile, con orientamento Est-Ovest; il suo corredo era tipicamente femminile con un osso crinale, uno spillo per trecce ed elementi di collana. La seconda tomba era di un bambino il cui corpo era adagiato su una lastra di bardiglio ceruleo, con copertura in calcare bituminoso. Della terza tomba, di cui si non si conosce nulla sulla natura del defunto, si sa solo che lastra per la deposizione del corpo era di calcite cristallizzata. Dall'area circostante sono emerse lucerne, frammenti di grandi anfore puntute ed un condotto in laterizio di 58 cm con iscrizione SABINIANI N, con prime due N scritte retrograde.

Epoca altomedievale La prima prova documentale dell'esistenza di un insediamento di Fabro risale al giugno del 1118 quando i suoi boni homines (i notabili dell'abitato) furono chiamati come testimoni alla vendita dei diritti feudali che il Conte Rinaldo Aldobrandini aveva sul Monastero di San Pietro Acquaeortus. Questo documento colloca l'origine del villaggio di Fabro nel Primo Incastellamento, quella fase storico-archeologica che vede la nascita dei primi castelli tra il X e la metà del XII secolo.

Il nome Castrum Fabri, con cui il paese era noto nei documenti medievali, è attestato con certezza a partire dal XIII secolo. Il termine castrum non deve trarre in inganno sull'origine di questo paese, poiché sebbene in età latina questa parola identificasse un accampamento militare, dall'Alto Medioevo in poi andò a designare tutti gli insediamenti dotati di una fortificazione più o meno duratura.

L'origine del nome Per assonanza il nome di Fabro rimanda all'idea del fabbro ferraio, come molti dei luoghi che si chiamano in modo simile, uno su tutti Fabriano. Questa idea è stata suffragata anche dal simbolo civico su cui è raffigurata un'incudine con un martello posti su un ceppo. Lo stemma civico ha indotto a ritenere che il nome del paese derivasse dalla grande diffusione dell'arte della lavorazione del ferro nel territorio comunale, ma questo simbolo è rappresentato nei documenti dell'archivio storico comunale solo a partire dal XVI secolo.

Il toponimo più antico di Fabro risale al 1118 ed è uguale a quello contemporaneo, ossia Fabro, mentre nel medioevo il tiponimo era Castrum Fabri, ossia il castello di Fabro. Un'ipotesi verosimile è che Fabri (di Fabro), possa essere stato il genitivo del nome dell'antico possidente, di cui si ignora il casato, che diede la spinta iniziale alla nascita del nucleo originario del paese, che veniva identificato come il "castello del signor Fabro". Il nome Fabro, infatti, era un nome italico assai diffuso. Nel Codice Diplomatico Longobardo, ad esempio, vi è un Fabrulo citato in un contratto di vendita del 750 d.C. nella città di Chiusi, in cui faceva da testimone. Fabrulo è costituito da nome Fabr + olo suffisso diminutivo.

Epoca medievale Dal Medioevo in poi, il castello di Fabro fu sottoposto alla giurisdizione di Orvieto a cui pagava tributi e della quale seguì le alterne vicende storiche, le vittorie come le sconfitte.

Durante le battaglie tra Guelfi e Ghibellini, Fabro fu una roccaforte ghibellina, feudo della potente famiglia orvietana dei Filippeschi. Nel 1272, a seguito dell'omicidio di un esponente della famiglia Pandolfini alleata dei guelfi Monaldeschi, fu fatto un processo e furono convocati come testimoni 22 uomini dal castello di Fabro. Questi, però, preferirono non presentarsi in tribunale e pagare la multa piuttosto che subire ritorsioni dai Filippeschi.

Nel 1295, Orvieto inviò messer Orlandino del Veglio da Lucca, capitano del popolo, al castello di Fabro per distruggere i beni dei ghibellini. La lotta contro i ribelli comportava per Orvieto una grande spesa, tanto che chiedeva sussidi in tutti i suoi territori.

Nel 1300, Fabro ebbe come visconte Spinuccio Monaldeschi.

In questo stesso anno, Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della storia. Per questa occasione il Comune di Orvieto inviò a Roma la Cavalleria del Comune per guardia e sicurezza della città e del papa. Dal nostro territorio partirono 20 fanti da Camporsevoli, 12 da Monte Orvietano, 20 da Fabro, 100 da Ficulle, 20 da Monteleone, 20 da Montegabbione, 6 da Carnaiole e 6 da Montegiove, ecc..

Dopo la disfatta della famiglia Filippeschi nel 1313, Fabro entrò a far parte dei possedimenti della famiglia guelfa vincitrice, i Monaldeschi.

Dopo la morte del tiranno di Orvieto Manno Monaldeschi, avvenuta nel 1337, sorse nuovamente una sanguinosa lotta interna alla città che coinvolgeva le fazioni di Muffati e Malcorini. Questa volta non si combatteva tra filo-imperiali e filo-papali, ma all'interno della stessa fazione filo-papale e della stessa famiglia dei Monaldeschi. Questa dapprima si divise in 4 rami, i Monaldeschi della Cervara, della Vipera, del Cane e dell'Aquila, e furono in lotta tra loro per la supremazia in Orvieto. In seguito si schierarono a due a due per il sostegno a Papa Urbano VI tornato da Avignone o il sostegno a Clemente VII antipapa. Fabro rientrò tra i possedimenti della fazione Malcorina, essendo di proprietà di Bonconte Monaldeschi della Vipera.

Nel 1345, Fabro rientrò negli accordi di pace tra i Conti di Montemarte e il Comune di Orvieto, poiché i conti lo avevano conquistato e inserito nei loro possedimenti, insieme a Cetona, Ficulle, Camporsevoli e Torre. In base al trattato i castelli tornarono in mano ad Orvieto, e Fabro fu amministrato dalla città per mano del Capitano del Popolo di Orvieto messer Angelino Salimbeni.

Nel 1355, Ugolino Montemarte Conte di Corbara, nell'ottica di ampliare i suoi possedimenti e la potenza territoriale, acquista i diritti sui castelli di Fabro, San Casciano dei BagniBenano, Castrorvietano, Salci, Montegabbione e Cetona. Nel 1385, Fabro, essendo possesso dei Montemarte, rientrava ancora nei possedimenti della fazione dei Malcorini, insieme a Monteleone, Montegabbione, Salci, Cetona, Benano, Montarso, Ficulle, Montegiove, Aqualta, Camporsevoli e molti altri luoghi attorno ad Orvieto.

Ancora durante la guerra tra Malcorini e Muffati, Fabro insieme a Salci e Castel Peccio (San Michele in Teverina), fu devastato dal capitano di ventura Corrado di Altimberg nel maggio del 1389 e Francesco di Montemarte dovette pagare 165 fiorini.