Il femminismo in Italia, come in altri Paesi, ha seguito un percorso complesso, che ha preceduto l'affermazione del termine "femminismo" e la nascita di un movimento politico strutturato, generalmente collocata nell'ultimo decennio del XIX secolo.

L'opposizione alla gerarchia tra i sessi e la critica della cultura patriarcale affondano le radici già nel Rinascimento, nell’ambito della querelle des femmes, attraverso gli scritti di diverse autrici che misero in discussione la visione misogina dominante, rivendicando la dignità e le capacità intellettuali delle donne.

L'Illuminismo, con la diffusione degli ideali di ragione, uguaglianza e diritti naturali, offrì nuove basi teoriche al dibattito sulla condizione femminile. La partecipazione femminile alla vita culturale attraverso salotti e accademie contribuì a creare spazi di confronto e socialità, che consolidarono le premesse per una critica alla disuguaglianza.

Nel XIX secolo il legame tra le aspirazioni risorgimentali e le rivendicazioni femminili si consolidò nel ruolo simbolico della donna "madre-cittadina" ed educatrice della nazione. L'impegno delle donne nel processo di unificazione nazionale favori la nascita delle prime associazioni e movimenti organizzati, che chiedevano accesso all'istruzione, riconoscimento dei diritti civili e partecipazione politica. A partire dagli ultimi decenni del secolo, queste istanze si intrecciarono con le rivendicazioni delle donne lavoratrici e con il nascente socialismo.

L'inizio del XX secolo vide la battaglia per il suffragio femminile intensificarsi, ma anche acuirsi le divisioni interne, dovute alle diverse posizioni politiche e agli obbiettivi sostenuti all'interno del variegato movimento, in merito a questioni come il voto e i diritti civili, l'importanza da attribuirsi alla religione e alla lotta di classe, l’atteggiamento da tenere nei confronti delle guerre coloniali e dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale.

Il fascismo rappresentò una cesura, imponendo un modello femminile incentrato sul ruolo materno e domestico che annullò le libertà e interruppe il percorso delle rivendicazioni precedenti. La partecipazione femminile alla Resistenza antifascista costituì un'esperienza di protagonismo politico e sociale che si tradusse nel dopoguerra nella richiesta di piena cittadinanza.

A partire dagli anni settanta del Novecento, la seconda ondata del femminismo italiano introdusse nuove prospettive teoriche e politiche, spostando l’attenzione dalle sole rivendicazioni giuridiche ed economiche ad una più ampia critica culturale. Al centro del dibattito vi furono l’autodeterminazione, la valorizzazione della differenza femminile, la sessualità e il controllo del corpo, dando vita a mobilitazioni di massa su temi come il divorzio e l'aborto.

Il movimento si è evoluto negli anni successivi in forme molteplici, continuando a interrogare la società sui rapporti di genere, sull'autonomia, sulle disuguaglianze e sulla violenza contro le donne.

Rinascimento e Querelle des femmes

Nel contesto del Rinascimento, anche in Italia si sviluppò un ampio dibattito intellettuale sulla condizione femminile noto come Querelle des femmes (trad.: disputa sulle donne), che prese forma in Europa a partire dal tardo Medioevo. Il confronto verteva sulla natura, le capacità e il ruolo sociale delle donne, dando origine a una vasta produzione di testi che, pur in forme diverse, anticiparono alcuni temi poi ripresi dal pensiero femminista moderno.

Tra le figure più emblematiche vi furono Christine de Pizan, di origini italiane ma attiva in Francia, che con La città delle dame (1404-1405 ca.) descrisse una società allegorica abitata da donne illustri del passato, confutando i pregiudizi maschili e ricostruendo una genealogia femminile.

Moderata Fonte, nel Merito delle donne (pubblicato postumo nel 1600) e Lucrezia Marinella, con La nobiltà et eccellenza delle donne (1600), difesero le qualità morali e intellettuali femminili confutando la visione misogina dominante e denunciando pratiche come i matrimoni di convenienza. Arcangela Tarabotti, religiosa veneziana, nel trattato Che le donne siano della spetie degli huomini (1651) affermò la pari natura umana e intellettuale di uomini e donne e denunciò apertamente l'oppressione femminile e la pratica delle monacazioni forzate, intesa come ingiusta violenza e negazione della libertà femminile.

Accanto a queste autrici, la cultura italiana del Quattrocento e del primo Cinquecento aveva già conosciuto autrici di notevole rilievo intellettuale, come Isotta Nogarola, Cassandra Fedele e Laura Cereta, che pur operando in epoche e contesti differenti, contribuirono a elevare il profilo culturale delle donne. Le loro opere, soprattutto quelle di Cereta (Epistolae familiares, scritte tra il 1488 e il 1492 e pubblicate nel 1640), mostrano una chiara consapevolezza della condizione femminile e della necessità di riconoscerne il valore intellettuale.

Secondo Sarah Gwyneth Ross, autrice di uno studio comparativo su decine di donne italiane e inglesi, il "femminismo rinascimentale" sarebbe nato all’interno degli ambienti familiari, grazie all’influenza educativa di padri e fratelli e alla protezione delle reti parentali, che avrebbero consentito a queste donne - tra cui Christine de Pizan, Isotta Nogarola, Laura Cereta e Cassandra Fedele - di formarsi e affermarsi come intellettuali legittimate e riconosciute.

A partire dal saggio di Joan Kelly Did Women Have a Renaissance? (1976), si è aperto un dibattito storiografico sul reale impatto del Rinascimento nella condizione femminile. Alcune studiose, come Margaret L. King, hanno sottolineato come gli esempi di "donne intellettuali" rappresentassero eccezioni in un contesto in cui l’accesso femminile al sapere rimaneva fortemente limitato e la loro influenza complessiva circoscritta.

L'Illuminismo e i limiti dell'universalismo Nel Settecento l’Illuminismo contribuì a mettere in discussione la subordinazione femminile attraverso i suoi ideali di ragione, uguaglianza e diritti naturali. Tuttavia, l’effettiva applicazione di tali principi fu segnata da profonde contraddizioni: molti filosofi continuarono a sostenere l'inferiorità delle donne, fondata su una presunta "natura" biologica. Il soggetto dei diritti, definito in termini astratti e apparentemente neutri, di fatto venne identificato con un individuo di sesso maschile, bianco, colto e proprietario.

Nel contesto europeo, accanto a testi come Émile di Jean-Jacques Rousseau (1762) che relegarono le donne alla sfera domestica e al ruolo di mogli e madri, si affermarono voci femminili che rivendicarono l’uguaglianza tra i sessi. Tra le più note vi sono Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) e Mary Wollstonecraft che nel 1792 pubblicò Vindication of the Rights of Woman.

Il dibattito sull’istruzione femminile in Italia Nell'Italia del XVIII secolo una componente significativa del dibattito illuminista fu la riflessione sull'istruzione femminile e sull'ammissione delle donne nelle Accademie, luoghi cruciali della vita intellettuale. Nel 1723 Giovanni Antonio Volpi si oppose pubblicamente a tale accesso con il discorso Che non debbono ammettersi le Donne allo studio delle scienze e delle Belle arti, tenuto all’Accademia dei Ricovrati, mentre Giovanni Niccolò Bandiera nel suo Trattato degli studi delle donne (1740) ne difese il diritto all'educazione.

Alcune accademie letterarie, come l’Arcadia, ammisero studiose tra i propri membri offrendo loro una visibilità pubblica all’interno del dibattito culturale.

Tra le accademiche si distinsero figure come Giuseppa Eleonora Barbapiccola, filosofa e traduttrice delle Meditationes di Cartesio, frequentatrice del circolo intellettuale di Giovambattista Vico; la poetessa Diamante Medaglia Faini, autrice del Discorso intorno agli studi convenienti alle donne (1763), tenuto davanti al pubblico interamente maschile dell’Accademia degli Unanimi di Salò, in cui difese l’insegnamento della fisica e della matematica, materia, quest'ultima, ritenuta non idonea alle menti femminili da Francesco Algarotti nel suo Newtonismo per le dame (1737); la letterata Aretafila Savini, autrice di un' Apologia in favore degli studi delle donne (1729) in risposta alle posizioni misogine dell'accademico Giovanni Antonio Volpi; la pittrice Rosalba Carriera, ammessa nel 1705 all'Accademia di San Luca a Roma con la sua opera Fanciulla con colomba.

A Venezia si ha notizia di accademie composte di sole donne, come, a metà del secolo, l' "Accademia donnesca" che riuniva "nobili dame" intorno al comune interesse della poesia e della musica.

L’immagine della donna intellettuale italiana suscitò l’ammirazione europea: Germaine de Staël, nel suo Corinne ou l’Italie (1807), celebrò la poetessa arcadica Corilla Olimpica, elevandola a emblema di un’Italia colta femminile.

Accesso agli studi superiori e carriere scientifiche

Il mondo accademico conobbe alcune figure d’eccezione che testimoniarono la possibilità di una presenza femminile negli studi superiori: Elena Cornaro Piscopia, conosciuta come la prima donna laureata al mondo, conseguì nel 1678 una laurea in filosofia presso l’Università di Padova; nel 1732 Laura Bassi ottenne una cattedra in fisica presso l’Università di Bologna, diventando una delle prime donne scienziate in Europa e la prima ad essere ammessa all'Accademia delle Scienze di Bologna.

Salotti letterari, stampa femminile e attivismo politico Accanto alle accademie, i salotti letterari offrirono un altro spazio significativo per l’espressione intellettuale delle donne. A Milano, Maria Gaetana Agnesi, matematica e filosofa, divenne un punto di riferimento per l’élite culturale; a Venezia Giustina Renier Michiel trasformò la propria casa in un centro nevralgico della vita culturale della Serenissima, punto di incontro degli artisti e scrittori più famosi del tempo, come Ugo Foscolo, Antonio Canova, Lord Byron, promuovendo la diffusione del pensiero illuminista.

Negli ultimi decenni del secolo, anche l’editoria cominciò a rivolgersi a un pubblico femminile con pubblicazioni come Il Giornale delle dame e delle mode di Francia (Milano, 1786–1794) e La donna galante ed erudita (Venezia, 1786–1788). Elisabetta Caminer Turra, giornalista e imprenditrice, inizialmente collaboratrice del padre nella conduzione del giornale L’Europa Letteraria (1768), dal 1773 fu tra le prime donne italiane a dirigere un periodico, il Giornale Enciclopedico; svolse un ruolo di primo piano nell'editoria veneziana e nella circolazione del pensiero illuminista tra lettrici e lettori italiani.

Nel 1797, a Venezia, un’anonima “cittadina” pubblicò La causa delle donne, testo ispirato alla Déclaration di Olympe de Gouges, in cui denunciò l’esclusione femminile dallo spazio pubblico, nonostante la professione, da parte dei "fratelli cittadini", dei principi rivoluzionari di uguaglianza e libertà.

Due anni dopo, nel contesto delle repubbliche giacobine, Carolina Lattanzi, autrice dell'opuscolo Della servitù delle donne (1797), nei circoli democratici della Repubblica Cisalpina rivendicò una piena uguaglianza di diritti e una partecipazione attiva delle donne al processo rivoluzionario e alla vita pubblica. Durante l'esperienza della Repubblica Napoletana, Eleonora de Fonseca Pimentel, direttrice del Monitore Napoletano e sostenitrice degli ideali repubblicani, fu figura di rilievo nel processo rivoluzionario. La sua esecuzione pubblica, nel 1799, segnò simbolicamente il fallimento del progetto rivoluzionario e la repressione del protagonismo femminile nello spazio politico.

XIX secolo Nel corso dell’Ottocento le aspirazioni femminili all’emancipazione si intrecciarono con i processi politici e sociali che portarono all’unificazione nazionale, generando una tensione profonda tra il protagonismo civile delle donne e la loro esclusione dalla cittadinanza giuridica.