Biografia Origini e formazione Pietro Amato Perretta, nome che sarebbe stato poi semplificato in famiglia in Pier Amato Perretta, nacque a Laurenzana, in provincia di Potenza, il 24 febbraio 1885, da una famiglia attiva nella lotta risorgimentale. Il padre, Fortunato Perretta, prese, infatti, parte all'insurrezione lucana nell'agosto 1860 e, come componente la Legione Lucana, partecipò alla battaglia del Volturno e alla presa di Capua. La madre, Vincenzina Romano, apparteneva, poi, ad una famiglia attiva nella Carboneria: infatti i suoi fratelli, entrambi avvocati, erano stati imprigionati per le loro idee politiche e, nel 1848, furono sottoposti a sorveglianza di polizia e carcere coattoIstituto di storia contemporanea "Pier Amato Perretta" di Como, Fondo Perretta (d'ora in poi ISC, Fondo Perretta), doc. 277, "Annotazioni di carattere genealogico relative al ramo Perretta/Romano) in Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005..

Perretta si laureò in giurisprudenza il 7 dicembre 1906, all'età di 21 anni, con lode. La tesi di laurea, dal titolo Teoria generale dell'indebito arricchimento civile, ricevette dalla Facoltà proposta di pubblicazione; andò tuttavia parzialmente perduta in seguito ai bombardamenti di Napoli. Ciò nonostante una piccola parte ne fu pubblicata nel 1907, nella "Rivista di diritto e giurisprudenza", con lo stesso titolo della tesiISC, Fondo Perretta doc. 19 in Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005.. Nel giugno del 1909 giunse secondo al concorso in magistratura e svolse prima l'attività di uditore presso la Corte d'appello di Napoli, poi, nell'aprile, del 1910 ebbe l'incarico di giudice aggiunto nella Procura di Napoli.

Vita privata Nel 1910, il Perretta sposò Gemma De Feo, appartenente a una famiglia avellinese di avvocati e magistrati attivi nella vita politica, tra i quali il senatore Giuseppe Vacca, poi Ministro di Grazia e Giustizia, il senatore Alfonso Rubilli, eletto nel periodo prefascista e successivamente alla Costituente per il Partito Democratico del Lavoro e Nino De Robertis, Consigliere di Cassazione. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Lucio Vero (Napoli, 1912), Fortunato Renato Libero Austero (Locorotondo, 1914), Vittoria Elena Antonietta (Conselve, 1916), Giusto Ultimo (Napoli, 1919).

La carriera in magistratura Secondo al concorso da magistrato, nell'aprile del 1909 ottenne l'incarico prima di uditore giudiziario presso la Corte di appello di Napoli e poi di giudice aggiunto presso la Procura di PadovaISC, Fondo Perretta, doc. 243, in Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005..

Nel luglio del 1912, un articolo apparso su "Il Corriere dei Tribunali""Corriere dei tribunali", n. 24 (1912)., in cui prendeva posizione contro una legge in discussione in Parlamento e in difesa dell'indipendenza della magistratura, aprì la lunga serie di contrasti con il potere politico: l'articolo, infatti, suscitò la reazione del procuratore del re presso la Corte di Napoli, Mercuro ed alle accuse Perretta rispose con una lettera di spiegazioni. Mercuro, a quel punto, propose l'archiviazione del caso e dispose che nel suo fascicolo personale fossero conservate le carte inerenti alla questione "a futura memoria dell'uomo e del carattere di lui", spendendo parole molte dure sulla sua personalità, sul suo comportamento e operato.

Al 2º Congresso nazionale della magistratura, fece un lungo intervento sull'autonomia e l'indipendenza del potere giudiziario da quello politico,ISC, Fondo Perretta, doc. 224, in Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005, p. 14. che gli procurò la stima di Vincenzo Torraca, direttore della rivista "Magistratura", che lo fece entrare nella direzione della rivista.

Nel dicembre dello stesso anno fu eletto nel Consiglio centrale dell'Associazione generale dei magistrati con il massimo dei voti dello scrutinio e, nell'agosto del 1914, nominato pretore presso il Tribunale di Locorotondo, anche in quella sede, nel maggio del 1914, ebbe contrasti notevoli, tanto che fu aperta un'inchiesta dal procuratore del re di Bari Fantoni con l'accusa di fare politica a favore dei partiti dell'opposizione antigiolittiana, anche se il tutto si concluse con l'archiviazione e con la richiesta di trasferimento senza deroga per il magistrato che, secondo la relazione, aveva turbato "l'ordine e la tranquillità"ISC, Fondo Perretta, doc. 24, in Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005. p.000. della Pretura. Su sua richiesta, comunque, Perretta fu trasferito a Conselve.

La Grande Guerra Il 15 marzo 1915, fu chiamato alle armi nell'VIII reggimento bersaglieri di Verona e fino al 22 ottobre del 1917 rimase in reparti combattenti sul fronte del Cadore, che lasciò, per malattia, dal 17 maggio al 13 giugno 1917. Dall'ottobre 1917, promosso a tenente dei bersaglieri, venne comandato per avvicendamento al tribunale di guerra del 16º Corpo d'armata, un reparto operante in Albania con sede a Valona; dal giugno 1918 come sostituto avvocato militare, inoltre, divenne capitano e, da maggio a ottobre del 1919, operò nel tribunale militare marittimo di NapoliISC, Fondo Perretta, doc. 241, "Memorie di Pier Amato Perretta dal 17-5-1917 al 26-08-1918", pagine dattiloscritte senza numerazione.. Gli anni passati al fronte gli valsero diversi riconoscimenti, il grado di capitano e l'accumulo di anzianità ai fini della carriera in magistratura.

Giudice a Como Nel febbraio 1921, Perretta venne promosso a giudice e assegnato al tribunale di Como, dove prese servizio il 25 febbraio dopo aver prestato giuramento al re e allo Statuto. In questo periodo cominciò a collaborare con riviste di area antifascista, quali "La Separazione", settimanale romano di area hellesista e "Volontà", rivista di ex-combattenti antifascisti: in quest'ambito, nel giugno del 1923, su "La Separazione", comparve un articolo dal titolo Il viandante smarritoIn "La Separazione", 17-23 giugno 1923, n. 9., che conteneva un chiaro riferimento sarcastico a Mussolini, al Partito fascista, al ministro Rocco e alla Confederazione degli industriali: l'articolo, pubblicato anche sul giornale socialista "Il Lavoratore Comasco" all'insaputa dell'autoreGiuseppe Calzati, Pier Amato Perretta. Una vita per la libertà, Questione giustizia, 14 settembre 2018., fu segnalato direttamente a Mussolini dal prefetto di Como, Maggiotti. Alle accuse Perretta rispose con una lettera, appellandosi ai diritti costituzionalmente garantiti di libertà di espressione e di indipendenza della magistratura.

La vicenda divenne la motivazione ufficiale del ministro Alfredo Rocco, il 22 maggio 1925, per ordinare il trasferimento punitivo di Perretta al tribunale di Lanciano, dove non prese servizio perché in attesa di un chiarimento, alla cui richiesta il ministero competente rispose con un secondo decreto del 20 settembre 1925, con cui veniva dichiarata estinta la nomina per rinuncia: tuttavia Perretta non accolse il decreto, inoltrò al ministro Rocco una richiesta per la sospensione del trasferimento che venne rigettata, fece ricorso direttamente al re Vittorio Emanuele e diffidò il ministro RoccoSu questa vicenda cfr. ISC, Fondo Perretta, docc. 176, 27, 70, 60, 61, 58, 94, 314, 49, 59 in Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005, p. 22.. Nella lettera a Vittorio Emanuele, infatti, Perretta si appellava all'art. 172 del Testo unico sull'ordinamento giudiziario che disciplinava l'inamovibilità dei giudici e diede una sua spiegazione del trasferimento punitivo chiarendo che si trattava di una rappresaglia politica perché egli si dichiarava apertamente ostile al fascismoPier Amato Perretta, Per la tutela della guarantigie giudiziarie, ricorso straordinario al Re contro il R.D. 25 giugno 1925, in Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005, p. 25.. Il 21 settembre Perretta presentò una diffida al ministro Rocco per le ingerenze evidenti nell'iter del ricorso, sostenendo che Rocco, essendo parte in causa non poteva ergersi a giudice, perché in tal modo avrebbe prevaricato il ruolo del re; in effetti, il Consiglio di Stato il 28 dicembre 1925 rigettò il ricorso, ricorrendo nelle motivazioni al fascicolo di Perretta nel quale erano riportate indicazioni sul temperamento del giudice, che sin dai fatti di Locorotondo, si era presentato come "perturbatore degli equilibri all'interno dei corridoi del potere"Raffaella Bianchi Riva-Elisabetta D'Amico-Matteo Dominioni, Pier Amato Perretta, un uomo in difesa della libertà, Como, Nodolibri, 2005, p. 22..

Nel 1926, comunque, Perretta lasciava la Magistratura e si iscriveva all'Albo degli avvocati del tribunale di Como, esercitando nello studio dell'ex sindaco socialista della città, Angelo Noseda; nello steso mese, però, venne sospeso dall'Albo per una causa pendente nei suoi confronti.

Il confino politico Nei primi mesi del 1926 divenne oggetto delle aggressioni verbali e fisiche delle squadracce fasciste: in effetti, sul giornale dei Fasci di combattimento di Como, "Il Gagliardetto", comparvero diversi articoli non firmati contro di lui.

Il 1º novembre i fascisti, in seguito ad un fallito attentato a Bologna contro Mussolini, organizzarono retate in molte città: a Como, tra le altre cose, misero a soqquadro lo studio Perretta-Noseda e lo stesso giorno Perretta, insieme ad altri 15 antifascisti, fu arrestato e tradotto nelle carceri di San Donnino, restandovi cinque giorni prima di essere rilasciato con misure restrittive. Il 25 novembre, fu arrestato ancora, insieme a don Primo Moiana, e condotto nelle carceri giudiziarie di Potenza: la commissione per il confino di Como gli assegnò due anni di confino di polizia, proponendo Laurenzana come località di destinazioneSul confino di Laurenzana, cfr. ISC, Fondo Perretta, doc. 347, "Documenti inerenti al confino a Laurenzana 1926" - fotocopie di carte custodite nell'Archivio centrale dello Stato di Roma.. Anche contro questo provvedimento Perretta fece ricorso, ma ricevette risposta negativa.

Il confino durò pochi mesi, perché Perretta, per una serie di motivazioni familiari, come i quattro figli a carico e un forte disagio economico, presentò ricorso contro il provvedimento di confino, infine tradotto in domicilio coatto per tre anni a Como. Tuttavia, il provvedimento suscitò forti lamentale da parte dei fascisti comaschi, per cui fu necessario predisporre misure di vigilanza per proteggere Perretta e la sua famiglia da eventuali violenze.

Nel 1927 fu aperta un'inchiesta disciplinare contro di lui dall'istituzione militare con l'accusa di avere svolto attività antifascista: l'inchiesta si concluse nel giugno 1928, con una sospensione temporanea di dodici mesi, anche se nel febbraio 1929 venne riabilitato nel ruolo degli ufficiali di complemento nel grado di capitano.

L'adesione all'Unione Hallesista italiana