Figlio di Sigismondo della Torre e della nobile veneziana Cecilia Mocenigo, fu signore di Noale, Villalta, Ciconicco, San Vito di Fagagna e Cargnacco e un famoso brigante e assassino che imperversò per i territori della Serenissima a capo di una banda di bravi e briganti, compiendo ogni sorta di crimini che vanno dal furto allo stupro e all'assassinio. Condannato in contumacia dal Consiglio dei Dieci nel 1717 per una lunga serie di delitti (tra i quali cospirazione contro lo Stato e brigantaggio), si rifugia a Gorizia, all'epoca in territorio imperiale, e nei cinque anni successivi conduce la grama vita dell'esule.
Nel 1722 tuttavia, con la complicità della sua amante Marianna Strassoldo e il figlio di lei Niccolò, ordisce un complotto per assassinare la moglie Eleonora di Madrisio, così da poter contrarre un matrimonio riparatore con Lodovica Strassoldo, rimasta incinta a seguito di una relazione col giovane conte. L'indignazione suscitata dall'efferatezza del delitto attirò su di lui sia la polizia veneziana che quella austriaca; quest'ultima lo arrestò a Farra d'Isonzo, dove il Torriano si era rifugiato assieme ai suoi complici.
A seguito di un processo durato un anno, viene condannato a morte e giustiziato per decapitazione il 3 luglio 1723 all'età di 28 anni.
Biografia
Le dinamiche familiari e l'infanzia Lucio nacque nel 1695 probabilmente nel castello di Villalta a Fagagna, di cui la sua famiglia era feudataria, dal conte Sigismondo della Torre, Ciambellano e Consigliere Intimo dell'Imperatore Leopoldo I, e dalla nobildonna veneziana Cecilia Mocenigo. Fin da piccolo respirò un clima familiare piuttosto violento: i Della Torre infatti si erano costruiti una fama di nobili privi di scrupoli e capaci di qualsiasi delitto a partire da suo nonno Carlo, il quale durante il proprio mandato di capitano di Gorizia e Trieste aveva abusato della sua carica per far eliminare diversi rivali, compreso un certo Conte Petazzi, e si era fatto notare per la sua smaccata parzialità nei procedimenti che vedevano coinvolti nobili suoi amici. Questi viene poi arrestato nel 1671 e rinchiuso a Graz nella fortezza di Schlossberg con le accuse di aver sedotto e rapito la moglie di un alto dignitario della corte imperiale e di aver preso parte ad una congiura contro lo Stato; quivi morirà prigioniero nel 1689 lasciando un cospicuo patrimonio indiviso. Peggio di Carlo furono i suoi tre figli Sigismondo, Lucio e Girolamo, tutti e tre dediti a braverie e sopraffazioni.
Il padre di Lucio, che oltre alla carica di ciambellano e consigliere intimo dell'Imperatore era anche Maresciallo ereditario della contea di Gorizia e di Gradisca, Maggiordomo della provincia del Cragno, Credenziere ereditario del ducato di Carinzia, a seguito dei suoi misfatti, viene bandito dai territori dell'Impero nel 1697 e costretto a rifugiarsi nel suo castello di Villalta, allora in terra della Repubblica di San Marco.
Nel 1699, a causa di una questione ereditaria mal risolta, l'ultimogenito Girolamo s'introduce con alcuni complici nel castello di Villalta e spara un'archibugiata al fratello Sigismondo lasciandogli una ferita che lo condurrà alla morte dopo otto giorni di agonia; alcuni affermano che il medico di Cargnacco incaricato di curare il ferito sia stato corrotto da Girolamo onde accelerarne il trapasso. L'episodio accade davanti agli occhi del piccolo Lucio, all'epoca di quattro anni, lasciandolo indubbiamente traumatizzato e segnato nella psiche. Esecutore testamentario di Sigismondo è il Conte Francesco Tacelli, il quale viene anche nominato tutore dei due bambini Lucio e Carlo prendendo l'incarico di gestire il loro patrimonio fino alla raggiunta maggiore età. Nella speranza di sottrarre i fratelli alla nefasta influenza della famiglia e dai ricordi che potevano suscitargli i luoghi, la madre Cecilia e il Tacelli prendono di comune accordo la decisione di inviare i due bambini a Venezia presso un collegio di Gesuiti, ordine rinomato per la propria tradizione di educatori. Inizialmente recalcitrante all'idea di abbandonare le terre di famiglia, dove poteva dare sfogo alla propria passione per l'equitazione, il giovane Lucio viene alla fine convinto dal Conte Tacelli ad accettare di entrare in collegio dietro la promessa di poter frequentare il grande maneggio della città ogni qualvolta avesse voluto.
Nonostante i due fratelli si rivelino studenti svogliati e di scarso profitto, inizialmente Lucio sembra assorbire le dottrine dei Gesuiti e le virtù del buon cristiano, eseguendo compitamente tutte le pratiche di divozione e gli esercizi spirituali ai quali viene sottoposto dai severi maestri; tuttavia intorno ai quindici anni il sangue violento della famiglia sembra risvegliarsi in lui e comincia a godere di tutti i vizi che Venezia ha da offrirgli, spendendo grandi somme, indebitandosi pure con diversi usurai e arrivando a minacciare lo stesso Tacelli qualora si fosse rifiutato di dargli i danari necessari ai propri bagordi.
Il ritorno a Villalta e il matrimonio Venezia non si rivela dunque adatta a soffocare la sua innata propensione alla violenza e il suo carattere epicureo. Nel tentativo di sottrarlo all'influenza delle cattive compagnie veneziane, il suo tutore e la madre Cecilia lo richiamano a Noale. Ritornato nel suo feudo avito di Villalta il giovane Conte, anche dietro consiglio del Tacelli, raccoglie una banda di bravi per difendersi dai cugini, figli di suo zio Girolamo, i quali in fatto di braverie e sopraffazioni non erano da meno rispetto alla fama dei Della Torre. Tuttavia Lucio non accenna a mettere giudizio, dunque la madre e il Tacelli, preoccupati, pensano che il matrimonio possa giovare al carattere collerico e violento del figlio, così nel 1712 gli organizzano un matrimonio con la giovane Eleonora, figlia del conte Enrico di Madrisio, che era caratterialmente l'opposto del marito. Il matrimonio viene celebrato a San Martino del Friuli il 29 Marzo 1712, con Lucio diciassettenne e la sposa di un anno più giovane che festeggiano nella casa del padre di Eleonora Giovanni Enrico di Madrisio; al ricevimento interviene anche il pro zio di Eleonora, il Conte Girolamo di Colloredo ciambellano dell'Imperatore Carlo VI e Ambasciatore Imperiale presso la Repubblica di Venezia.
A differenza di ciò che pensava Cecilia, il matrimonio non serve a calmare quel figlio irrequieto il quale, anzi, trova assai irritante una sposa così mite e remissiva, tradendola di continuo e non risparmiandole neppure le bastonate; da questa unione nascono tre figli Cecilia, Sigismondo e Carlo, cosa che tuttavia non addolcisce il carattere feroce di Lucio, anche se contribuisce ad attenuare la disperazione della povera Eleonora che nella cura dei figli cerca scampo alla villania del marito. Un giorno questi origlia per caso la confessione che la sventurata rivolgeva al prete lamentandosi dei soprusi e, in preda alla furia, le tirò una bastonata colpendo tuttavia il loro figlioletto neonato Carlo che ella aveva in braccio e uccidendolo. Pare che il Conte non avesse alcun rimorso per l'assassinio; anzi, sembra che fosse più infastidito dal pianto disperato della moglie che dalla morte del suo ultimogenito.
La carriera criminale Il giovane Conte arriva a farsi conoscere come uno dei personaggi più famigerati delle terre della ormai ex Patria del Friuli: la sua banda assume le dimensioni di un piccolo esercito, alcune stime parlano di quasi quattrocento uomini, dotati pure di una divisa propria composta di un cappello a larghe falde con coccarda verde, una tracolla anch’essa verde e dei distintivi neri che li qualificavano come soldati del conte Lucio. Tale milizia privata viene soprannominata dal popolo "cordoni verdi" e il Lucio li utilizza per seminare il terrore nelle terre del Friuli, imponendo la propria legge e taglieggiandone i commercianti e contadini i quali vengono costretti a pagare pedaggi e tasse imposte dagli uomini del Conte o a cedere gratuitamente beni e servizi. Prende anche ad esercitare il contrabbando e, in sfregio all'autorità della Repubblica, comincia ad emettere delle "lettere di requisizione" dal valore legalmente nullo ma delle quali si serve per dare una parvenza di legittimità alle sue ruberie: con questi fogli infatti, dotati del sigillo e della firma del Conte, obbliga osti e commercianti a fornire alla sua masnada tutto ciò di cui avessero avuto bisogno dietro la promessa di un pagamento futuro che tuttavia raramente arriva; se poi qualche disgraziato vuole sollecitare il pagamento l'unico risultato che spesso ottiene è quello di una robusta dose di legnate da parte degli scherani del Torriano.
La notizia di questa sua condotta pervicace e predatoria giunge alle orecchie del Governo della Repubblica il quale, a seguito delle numerose denunce di commercianti e ufficiali danneggiati o maltrattati dal Conte e dai suoi scherani, emette nel 1716 un primo bando di condanna contro il giovane nobile; tuttavia, impegnata in quel momento contro i Turchi, Venezia non ha né la forza né la voglia di occuparsi delle prepotenze di un nobile di campagna per quanto odioso e non dà seguito alla condanna. Ciò porta il giovane Lucio a ritenersi intoccabile, tanto che durante il Carnevale di Venezia dello stesso anno si reca in città, nonostante il bando pendente sul suo capo, accompagnato da una nutrita schiera di "cordoni verdi". In città nel giorno del Giovedì Grasso dà sfoggio della sua proverbiale arroganza fendendo la folla, riunita in Piazza S. Marco per una processione solenne, con una carrozza trainata da sei cavalli croati. Dà inoltre sfogo alla sua lussuria passando da una relazione adulterina all'altra, comprese monache e mogli di Senatori, ma il culmine di questo suo libertinaggio è la sottrazione di una sposa alla casa coniugale: era questa una tal Rosalba, moglie di un Cancelliere degli Esecutori contro la Bestemmia, la quale per amore del giovane abbandona il marito portandosi via gli ori e gli argenti di casa per seguirlo nelle sue terre feudali.
Nonostante lo scandalo suscitato e le feroci denunce contro il Conte giunte al Consiglio dei Dieci, la Repubblica si astiene dall'agire e il giovane Lucio continua a spadroneggiare in Friuli. A Udine soprattutto le incursioni del Torriani e dei suoi "cordoni verdi" suscitano il terrore nei commercianti e nei tenutari delle osterie: stabilitosi con l'amante Rosalba nel suo palazzo di città, sito dove attualmente si trova Piazza XX Settembre, il Conte e i suoi non perdono occasione per sfidare la pubblica autorità, taglieggiando i commercianti e ostentando apertamente le proprie armi nonostante le severe leggi veneziane che vietino tassativamente di portare e ostentare strumenti atti ad offendere nei confini delle mura cittadine.