Con l'alimentazione durante la prima guerra mondiale in Italia ci si riferisce agli alimenti consumati, agli strumenti di cottura e di trasporto utilizzati durante la guerra dai soldati italiani.

Il rifornimento alimentare fu inizialmente sottovalutato, in quanto si pensava che il conflitto fosse a breve durata. Con il passare del tempo si rivelò un problema a tal punto da incidere sulle stesse sorti della guerra.

Il sistema di produzione A causa della guerra l'Italia si ritrovò impegnata nello sfamare milioni di persone occupate al fronte ma anche facenti parte della popolazione civile. Per molti soldati poveri e provenienti dalla campagna il pasto fornito era di quantità superiore a quella che erano abituati a consumare in casa, dove la carne per loro era un alimento raro, anche se quantità non equivaleva a qualità.

I pasti venivano preparati nelle retrovie e venivano trasportati durante la notte nelle linee avanzate tramite casse di cottura, cucine mobili da campo in legno, su cui si riponevano marmitta e fornello bollenti, capaci di mantenere la temperatura interna fino a 60° per un'intera giornata. La cottura proseguiva durante il trasporto e tali cucine permettevano la confezione e il trasporto del rancio. Esse funzionavano a legna ed erano scomponibili. Il trasporto avveniva spesso a dorso di due muli o tramite addetti alla sussistenza mediante il trasporto in spalla. Portatrici furono spesso anche le donne, le cosiddette portatrici carniche, sul fronte italo-austriaco, nell’area definita Zona Carnia. Il cibo, pertanto, arrivava a destinazione spesso in ritardo o in pessime condizioni.

Il sistema produttivo militare era costituito da 28 panifici, 12 mulini, 3 gallettifici, 2 stabilimenti per la produzione della carne e 27 magazzini per la distribuzione dei viveri. Il 1917 fu l’anno più difficile per l’Italia a causa di varie sconfitte della Marina mercantile nel Mediterraneo. Ciò portò infatti a scarsità di materie prime e a una crisi agricola, che comportarono la riduzione della razione viveri con conseguenti effetti negativi sui soldati. Consumi alimentari totali 1915-1918carnepanepatatepasta e risolegumi secchi lardosalezuccheroscatolette di carne bovina n. scatolette di carne suina n. scatolette di carne mistan. boccette di brodo concentrato n. estratto di carne bovina n. linguan. L‘alimentazione militare, detta vettovagliamento, ebbe una funzione logistica molto importante per il successo delle operazioni militari.

Esistevano due tipi di vettovagliamento: in guarnigione, con servizio svolto dai soldati in condizioni normali con disponibilità di strutture e servizi. in campagna, con servizio svolto in condizioni particolari di impiego (esercitazioni, operazioni militari). Il servizio in campagna richiese un particolare sistema di trasporto che consentì di poter superare ostacoli condizionanti come asperità del terreno, scarsità di risorse locali e minacce nemiche.

La razione era l’unità di base del vettovagliamento.

La razione di viveri ordinaria La razione di viveri ordinaria era composta da tutti quegli alimenti necessari al soldato in condizioni normali di impiego. I generi di conforto erano fondamentalmente caffè tostato, zucchero semolato e cioccolato fondente, dati in speciali condizioni o in situazioni di maggior utilizzo di energie. Nei primi mesi di guerra gli italiani avevano un pasto abbondante e qualitativamente soddisfacente rispetto agli austro-ungarici. La razione di viveri era di circa 4082 calorie.Guerra e alimentazione nell'Italia dei conflitti mondiali, p. 59

La razione giornaliera di un soldato prevedeva: 750 g di pane 375 g di carne fresca o conservata 100 g di pasta o riso 350 g di patate 15 g di caffè tostato 20 g di zucchero un quarto di vino vari condimenti cioccolata

Nel 1916 si registrò un calo di razioni, soprattutto di carne, sostituita in parte con formaggio e legumi e inoltre il cibo fresco fu sostituito da quello conservato. Vennero ridotte anche le razioni di pane, caffè e zucchero. Le linee di comunicazione scadenti furono la causa di tale diminuzione di razioni. Pasta e riso, trasportati tramite marmitte termiche, arrivavano a destinazione in blocchi collosi mentre in montagna in blocchi congelati. Per risolvere tale problema si iniziarono ad usare i fornelli Weiss, fornelli rotabili a produzione continua a traino animale che cucinavano 1200 razioni al giorno, e lo “Scaldarancio”, una camera di combustione alimentata da carta, cera, alcol solidificato o grasso di bue che scaldava una vaschetta dove si versava il cibo. La razione fu diminuita a 3850 calorie.

Nel 1917 a seguito della disfatta di Caporetto si arrivò a 3067 calorie. Nel 1918 l’arrivo delle provviste alleate e statunitensi fece rialzare le calorie a 3560 calorie rispetto alle 3400 dei francesi, e alle 4400 degli inglesi, mentre gli austriaci soffrivano una vera e propria carestia. Nelle provviste iniziarono ad esserci anche alcolici, proibiti inizialmente ma successivamente riabilitati in quanto vennero ritenuti ottimi strumenti per infondere coraggio prima di una battaglia. Molti alimenti ancora scarseggiavano e vennero sostituiti da altri come fondi di caffè e bevande calde ottenute da fichi, carrube, legumi, ghiande, orzo e cicoria.

Razioni di viveri speciali La razione di viveri speciali prevedeva un menù giornaliero costituito da tre pasti. Essa veniva fornita ai soldati che dovevano affrontare particolari situazioni in cui non era possibile usufruire del normale pasto. La più nota razione era la razione viveri a secco di riserva, composta da scatoletta e galletta, generi di lunga conservazione.

Inoltre le truppe di montagna avevano diritto anche ad una razione supplementare di latte condensato, pancetta e frutta secca.

La razione di viveri di riserva era molto importante: custodita nel tascapane, poteva essere consumata solo su ordine dei comandanti quando le circostanze non consentivano di consumare il pasto caldo. Una volta consumata doveva essere reintegrata. Esistevano degli stabilimenti che si occupavano della produzione di questi generi.

La galletta Il pane spesso arrivava a destinazione duro e quasi immangiabile. Così si ricorreva alla galletta, uno speciale biscotto non lievitato a lunga conservazione, adottato dalle Forze Armate in campagna in sostituzione di pane fresco. Tale biscotto doveva contenere i nutrienti del pane nel minore volume possibile; doveva inoltre poter essere conservato a lungo e trasportato per grandi distanze senza rompersi.

Formata da grano di buona qualità, fabbricata a macchina o a mano, di forma quadrata o tonda, da 200 o 100 g, la galletta veniva conservata in casse speciali, avvolte in carta di cellulosa che la proteggevano dall’umidità e dalla polvere, oltre che a facilitarne la distribuzione.

La scatoletta La scatoletta era tenuta insieme alla galletta, prodotta con carne bovina o di tonno, confezionata in contenitori di forma cilindrica del peso di 220 g. Durante la guerra furono prodotte negli stabilimenti militari di Casaralta e Scanzano circa 173 milioni di scatolette mentre 62 milioni di scatolette furono confezionate dall’industria privata.

Inoltre fu utilizzata anche carne suina, utilizzata da sola o insieme alla carne bovina in modo da produrre scatolette più grasse e sostanziose.

A distanza di un secolo, non è raro trovare scatolette lungo i luoghi di combattimento. In alcune sono ancora visibili marche e colori. Alcuni famosi marchi sono CIRIO, BERTOLLI, ma anche prodotti con nomi patriottici.

Alla fine del conflitto erano rimaste molte scatolette di carne in scatola nei magazzini militari e perciò venne proibita la produzione fino ad esaurimento scorte. I prodotti in scatola furono distribuiti e acquistati dalle famiglie italiane entrando nelle loro abitudini alimentari.

Il trasporto degli alimenti Il trasporto si realizzava attraverso complessi mobili campali come cucine, forni, e frigoriferi rotabili, trainati meccanicamente. Successivamente ci fu una progressiva evoluzione nel campo della mobilità campali, passando da mobili carreggiati al concetto di rotabilità. I soldati erano soliti subire condizioni climatiche estreme, carichi pesanti e terreni rocciosi.

Il sostegno logistico fu molto oneroso a causa di tutti questi fattori. Un’importante organizzazione venne messa in atto per il rifornimento, confezionamento e distribuzione delle varie razioni giornaliere.

Il rifornimento idrico Il rifornimento idrico ebbe un ruolo essenziale. Il problema più grosso fu quello di assicurare acqua in quantità sufficiente entro zone di guerra spesso povere di risorse idriche. Il problema dell’acqua si manifestò sin da subito e venne risolto con l’acquisto di un gran numero di recipienti da parte dell’Intendenza trasportate a dorso di mulo fino alle prime linee. Questo metodo ebbe delle problematiche dal punto di vista igienico. Un’epidemia di colera nel 1915 colpì le truppe operanti sul Sabotino e l’acqua venne ritenuta la causa di tale epidemia. Fu così studiato e progettato un vero e proprio Ufficio idrico. Si provvedette alla meccanizzazione di impianti di captazione azionati da motori in grado di trasportare l’acqua fino alle prime

La panificazione Anche la panificazione ebbe un ruolo molto importante nell’alimentazione del soldato. Il pane veniva prodotto in forni fissi militari insieme a “mulini militari”. In caso di esercitazioni o operazioni militari si provvedeva all’utilizzo di strutture mobili come forni carreggiabili e forni rotabili. All’inizio della guerra c’era una buona rete di panifici fissi, la cui dislocazione geografica impediva tuttavia un’adeguata distribuzione nelle zone di operazione. Per questo i panifici si procurarono dei forni mobili e rotabili posti ad una giusta distanza dai reparti di prima linea. Massima attenzione fu data al personale, che doveva essere specializzato e istruito.

La macellazione La carne fu un alimento di massima importanza. Con la prima guerra mondiale nacquero i parchi buoi, cioè mandrie bovine presenti al seguito delle truppe per essere macellate in campagna da persone addette. I parchi buoi risultarono ben presto inadatti per le grandi armate e per il movimento in montagna. Essi inoltre erano costosi e di difficile gestione e rifornimento. Si ricorse quindi al consumo di carne congelata proveniente dalle Americhe e questo richiese che si provvedesse a frigoriferi, carri ferroviari e autocarri frigoriferi. Si stima che nel corso del conflitto furono macellati 2 709 765 bovini e 89 269 suini.

La distribuzione del vitto La distribuzione del rancio era un’operazione difficile e pericolosa. Di essa si occupavano piccoli nuclei di militari, detti corvé, tramite casse di cottura a dorso di mulo, slitte, piccoli carri trainati da cani o grazie alle portatrici, cioè le donne locali che con le loro gerle facevano arrivare i pasti ai soldati. I tiratori scelti nemici erano soliti fare fuoco contro gli addetti alla distribuzione del rancio nel loro cammino verso la trincea. Un esempio è proprio la portatrice Maria Plozner Mentil che fu colpita a morte da un cecchino nell'anno 1916.

Il ruolo degli animali Anche gli animali ebbero un ruolo importante durante la prima guerra mondiale, soprattutto cavalli, muli, asini e cani. I cavalli impiegati furono circa 10 milioni, utilizzati per il traino di carri e cannoni. I muli furono utilizzati per il trasporto di provviste e alimenti fino a 150 chili. Anche gli asini furono usati come bestie da soma o da tiro. I cani soprattutto di razza Molossa, venivano usati per fare la guardia al cibo, per piccoli trasporti e anche per il loro ottimo olfatto. Molto importante fu il numero di animali utilizzati per il trasporto del rancio, garantendo la regolarità dei rifornimenti delle truppe. Si può anche dire che la guerra fu vinta da chi aveva più animali da tiro, da soma e da macello.

Gli strumenti del soldato La borraccia