La diocesi di Fiesole () è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Firenze appartenente alla regione ecclesiastica Toscana. Nel 2023 contava 144.128 battezzati su 155.341 abitanti. È retta dal vescovo Stefano Manetti.

Territorio La diocesi comprende la parte sud-orientale della città metropolitana di Firenze, quella nord-occidentale della provincia di Arezzo e quella nord-orientale della provincia di Siena.

Sede vescovile è la città di Fiesole, dove si trova la cattedrale di San Romolo.

Organizzativamente la diocesi è divisa in 7 vicariati (Isola di Fiesole, Valdarno Fiorentino, Valdarno Aretino, Altipiano Valdarnese, Val di Sieve, Chianti, Casentino), da cui dipendono 215 parrocchie. Caratteristica peculiare della diocesi è che la sede vescovile di Fiesole si trova distaccata dal corpo principale del territorio diocesano costituendo unexclave, o isola, all'interno dell'arcidiocesi di Firenze.

La giurisdizione pastorale fiesolana si snoda su tre direttrici principali: il Valdarno, sia aretino sia fiorentino, fino a Montevarchi; la Val di Sieve fino a Dicomano e dunque il Casentino fino a Poppi; il Chianti fiorentino fino a Tavarnelle in Val di Pesa e poi continuando nel Chianti senese fino a Castelnuovo Berardenga.

In particolare l'Isola di Fiesole comprende il comune di Fiesole (che in parte ricade nell'arcidiocesi di Firenze), tre parrocchie nel comune di Firenze (San Martino a Mensola, Santa Croce al Pino e Santa Maria del Fiore a Lapo), più la chiesa di Santa Maria in Campo in via del Proconsolo a Firenze che però non è più parrocchiale dal 1684.

Il Valdarno fiesolano abbraccia invece, in provincia di Firenze, i comuni di Pontassieve (condiviso con la diocesi fiorentina), Rignano sull'Arno, Figline e Incisa Valdarno e Reggello mentre, in provincia di Arezzo, include i comuni di Pian di Scò, Castelfranco di Sopra, Cavriglia e infine San Giovanni Valdarno (con l'Arno che fa da confine con la diocesi di Arezzo, che dunque ha giurisdizione sulla chiesa di Santa Teresa d'Avila) e Montevarchi, estremo limite valdarnese della diocesi fino al torrente Dogana, che lascia quindi ad Arezzo: Santa Croce alla Ginestra, Santa Maria a Moncioni, San Martino a Levane, Santa Reparata a Mercatale-Torre, Santi Andrea e Lucia a Levanella.

Attraverso la Val di Sieve la diocesi si snoda verso i comuni di Rufina, Pelago, Londa, Dicomano e tocca le alture della valle con Vaglia, riscendendo fino al Pian di Mugnone, entrambi condivisi con Firenze. Continuando verso est, il territorio della diocesi arriva a San Godenzo e si addentra nel Casentino passando da Stia, Pratovecchio, Poppi e salendo sui colli fino a Castel San Niccolò e Montemignaio.

L'ala del Chianti fiorentino include i comuni di Greve in Chianti (condiviso con Firenze) e arriva fino a Tavarnelle Val di Pesa, entrando poi nella provincia di Siena nei comuni di Castellina in Chianti, Radda in Chianti, dove tocca l'arcidiocesi di Siena che in Radda soprassiede a San Fedele a Paterno, Gaiole in Chianti (condivisa con Arezzo) ed infine, all'estremo sud della diocesi, Castelnuovo Berardenga, dove però Fiesole ha una sola parrocchia: San Lorenzo a Tregole; le altre parrocchie di Castelnuovo sono parte in diocesi di Arezzo e parte nell'arcidiocesi di Siena.

Storia Origini e primi secoli della diocesi La tradizione vuole che il primo vescovo di Fiesole sia stato san Romolo che vi sarebbe stato inviato a predicare il cristianesimo da san Pietro in persona di cui era discepolo. La leggenda fu rilanciata, tra gli altri, da Giovanni Villani, da sant'Antonino e dal Martirologio Romano: san Romolo sarebbe morto martire in Fiesole nel 67, dopo essere stato inviato da San Pietro a convertire i fiesolani e dunque è considerato il primo vescovo della diocesi.

Dal XIX secolo si è invece più propensi datare l'origine della sede vescovile di Fiesole al III o al V secolo, tanto più perché non si rinvengono tracce documentarie dei suoi pastori almeno fino al IV secolo. Infatti, il primo nome che compare come vescovo è san Romolo, fiesolano, che cominciò come chierichetto in un locale tempio cristiano e che poi, dopo aver salito tutta la gerarchia ecclesiastica, fu eletto vescovo, come risulta da due lettere inviategli da sant'Ambrogio.

Successivamente si trova nominato da papa Gelasio I, in una lettera a Elpidio vescovo di Volterra, un altro vescovo di Fiesole rimasto anonimo che il pontefice definisce "longevo" e biasima per essere andato a Ravenna alla corte di Teodorico, che era un eretico, perché seguace dell'Arianesimo, ed aver personalmente trattato, senza il consenso papale, il destino della diocesi all'epoca occupata dagli Ostrogoti. Poi, nell'anno 536, un Rustico vescovo di Fiesole fu legato del pontefice Agapito I al concilio di Costantinopoli indetto dal patriarca Mena.

Papa Pelagio I, il 15 febbraio 556, scrisse ai sette vescovi della Tuscia Annonaria, tra cui quello di Fiesole ma senza chiamarlo per nome e quindi rimasto anche lui anonimo, perché riconfermassero la loro fedeltà a Roma, mentre si avvicinava l'ora della calata in Italia dei Longobardi, che si prevedeva non sarebbe stata, per la Chiesa romana, un dono del cielo. E infatti a Fiesole, dopo la conquista longobarda, molte chiese furono distrutte o vennero spogliate dei loro beni e i sacerdoti fiesolani furono perseguitati o ridotti in povertà e costretti a riparare a Luni o nelle diocesi vicine. In questo frangente la sede di Fiesole rimase vacante per alcuni decenni e solo nel 599 papa Gregorio I incaricò Venanzio, vescovo di Luni, di occuparsi della ricostruzione della devastata diocesi. Poi il buio documentaristico.

Soltanto 150 anni dopo, in un'epigrafe, ricompare il nome di un vescovo di Fiesole ossia Teodaldo, di natali aretini, che, il 5 luglio 715 congiuntamente ai vescovi di Firenze, Pisa e Lucca, nella chiesa di San Genesio sita nell'antico borgo di Vicus Uualari nei pressi di San Miniato, pronunciò un discorso in favore della Chiesa aretina.

Dall'Archivio capitolare di ArezzoU. Pasqui, Documenti per la Storia di Arezzo, vol. I, pp. 17-21, sappiamo che il 5 luglio 715 un collegio episcopale presieduto da Gunteram, missus del re Liutprando, si riunì a San Genesio in Vallari per giudicare sulla controversia tra il vescovo di Arezzo e quello di Siena in merito ad alcune chiese contese. Il collegio episcopale emise un giudicato favorevole alla diocesi aretina.

I vescovi-santi Con la fine del Regno Longobardo e la riorganizzazione franca dei territori italiani, anche a Fiesole il potere temporale e quello spirituale vennero fusi nella figura unica del vescovo-conte. Il primo e documentato presule fiesolano ad essere investito come feudatario dell'Impero è un Leto del IX secolo, successivamente venerato come santo. Leto si trovò a gestire, da un punto di vista squisitamente politico, una situazione piuttosto spinosa in quanto la società feudale, o quantomeno quella di Fiesole, era caratterizzata da un'estrema fragilità politica causata dalla virulenza e dall'anarchia dei potentati locali i quali potevano essere tenuti a bada solo con donazioni e concessioni territoriali spesso esose.

D'altra parte il territorio giurisdizionale della diocesi si estendeva essenzialmente su aree montagnose e collinari, che dunque favorivano il frazionamento geografico e l'isolazionismo politico delle varie realtà locali. Ogni picco, collina, poggio o altura della diocesi era presidiato da un castello o da un fortilizio i cui signori, forti della loro inespugnabilità, si ritenevano in qualche modo intoccabili. Senza contare che tre delle più potenti famiglie feudali del fiorentino, i Guidi, i Ricasoli e gli Ubertini, avevano possedimenti proprio nel territorio di Fiesole e dunque non contribuivano certo al processo di riconoscimento della superiorità temporale del vescovo.

Di una simile attitudine ne fece le spese il vescovo Alessandro, discepolo e successore di Leto. Nel tentativo di riguadagnare il controllo sui vassalli ribelli e sui territori da loro estorti alla diocesi, Alessandro nell'823 si recò a Pavia per essere ricevuto in udienza dall'imperatore Lotario I e ottenere da lui un mandato imperiale, ma, prima che il sovrano si pronunciasse, sulla via del ritorno a Fiesole il vescovo venne assalito nei pressi di Bologna da un gruppo di sicari e affogato nel Reno. Fu riconosciuto martire e fatto santo e le sue spoglie per secoli hanno riposato, e sono state venerate, nella basilica fiesolana a lui dedicata ossia la Basilica di Sant'Alessandro.

Dopo di lui un altro futuro santo si insediò sulla cattedra di Fiesole: Romano. Si oppose con durezza ai profanatori delle chiese che si introducevano nelle tombe per spogliarne i cadaveri, ma soprattutto gestì l'emergenza dell'invasione normanna tentando di resistere agli assalitori che comunque ebbero la meglio. Per rappresaglia i Normanni distrussero l'episcopio, diedero alle fiamme l'archivio vescovile e rasero al suolo la cattedrale che all'epoca si trovava fuori città, sul luogo dove poi venne edificata la Badia Fiesolana.

Ma al di là dei singoli meriti e demeriti dei tre vescovi-santi, quello che Leto, Alessandro e Romano fecero maggiormente per la diocesi fu creare un precedente importante e cioè dare alla figura del vescovo la connotazione di arbitro dei potenti e patrono della povera gente. All'epoca le continue guerre e rappresaglie tra castelli, per non parlare di invasioni e calate dall'esterno, pesavano quasi sempre sulle popolazioni inermi e il vescovo in Fiesole rimaneva l'unico che avesse l'autorità e soprattutto i mezzi per prevenire saccheggi e distruzioni. Anche a costo di disfarsi di rendite e privilegi diocesani purché facessero tacere le armi. Uno sforzo riconosciuto e premiato dalle popolazioni locali che, ancor prima della canonizzazione ufficiale, presero subito a venerare come santi i tre prelati.

L'eredità politica e spirituale dei vescovi-santi si trasmise, con alterne vicende, anche ai loro successori e non solo per il restante medioevo ma anche durante i due successivi secoli di "pax medicea" e si esaurì solo alla fine del XVIII secolo quando, con la riorganizzazione e la modernizzazione lorenese della Toscana, la funzione di controllo sul rispetto delle regole passò, per legge e competenza, allo Stato.

Conti di Turicchi Nel novero dei vescovi-santi andrebbe considerato anche Donato di Scozia che succedette, nell'829, a Grusulfo o Grasulfo, noto solo perché il suo nome compare nell'elenco dei vescovi che parteciparono nell'826 a un concilio a Roma indetto da papa Eugenio II. Donato detto di Scozia, ma in realtà era di origine irlandese, arrivò in città subito dopo la devastazione normanna e ben presto divenne colui che ne guidò la ricostruzione tanto che, alcuni anni dopo il suo arrivo, fu acclamato vescovo a furor di popolo. O almeno questo è quello che vuole la tradizione popolare che a maggior ragione, unitamente alla sua canonizzazione, dimostra quanto Donato avesse fatto di buono per la gente della diocesi.

Nonostante ciò, il lungo episcopato di Donato rimane importante soprattutto perché segnò una svolta nella storia della città e della diocesi di Fiesole. Infatti nell'854 la contea fiesolana venne inglobata in quella fiorentina e dunque il vescovato perse qualsiasi giurisdizione civile fuori dalle mura cittadine. Donato comunque riuscì, secondo lItalia Sacra di Ferdinando Ughelli, a mantenere per i vescovi di Fiesole il titolo di conte ottenendo per l'episcopato la titolarità della contea di Turicchi, oggi parte del comune di Rufina.

Altri storici la pensano diversamente. Emanuele Repetti in proposito scrive: