Il palazzo degli Studi è un palazzo di Napoli, sito in piazza Museo, nei pressi di piazza Cavour: è sede del Museo archeologico nazionale di Napoli.

Storia XVI secolo La costruzione dell'edificio fu iniziata nel 1586 come caserma di cavalleria; questa era situata subito al di fuori della cinta muraria di Napoli (che correva dove oggi si trovano i porticati antistanti la galleria Principe di Napoli). La Cavallerizza era molto più piccola dell'attuale palazzo museale ed il suo ingresso principale si apriva sul lato occidentale, sull'attuale via Santa Teresa degli Scalzi, dove tuttora è visibile, seppure murato, caratterizzato da due tozze colonne in basalto a rocchi distanziati sovrapposti. I lavori tuttavia proseguirono a rilento anche per la mancanza di acqua in zona.

XVII secolo Nel 1612 il viceré don Pedro Fernández de Castro, conte di Lemos decise di trasferire nell'edificio incompiuto l'università di Napoli ("palazzo dei Regi Studi"), già a San Domenico Maggiore.

I lavori di ristrutturazione furono affidati a Giulio Cesare Fontana e prevedevano nella pianta: un ampio atrio centrale che si apriva a sud (l'attuale ingresso principale), chiuso sul fondo da una grande aula absidata destinata alle solenni adunanze (la "sala dei Concorsi")Come mostra un'incisione dell'epoca, la "sala dei Concorsi" presentava cinque ordini di sedili lignei interrotti al centro dalla cattedra (tipo pulpito); nella parete si aprivano quattro nicchie (tuttora esistenti dietro lo scalone principale) in ciascuna delle quali vi era una statua allegorica ("la Teologia" oggi all'Archivio di Stato; "il Diritto" e "l'Astronomia o Filosofia" oggi all'ingresso del chiostro della chiesa di Santa Maria la Nova, sede della provincia di Napoli; "la Medicina", dispersa); più in alto si aprivano due ordini di finestre preceduti da altrettanti ballatoi con balaustre, destinate ad accogliere personalità di governo ed altre di riguardo che volessero assistere alle adunanze. illuminata da alcuni finestroni e, al di sopra dell'atrio, un ampio salone per la biblioteca; ai lati invece, simmetricamente, due cortili quadrangolari circondati da porticati sui quali si aprivano le diverse aule.

L'aspetto esterno prevedeva l'ingresso principale fiancheggiato da due colonne in marmo e due finestroni, stemmi al di sotto dei balconi, finestroni per la biblioteca, ed in cima un frontone. La facciata delle ali laterali, distinte dal solo piano terra, veniva caratterizzata da grandi finestre con timpani decorati agli apici da vasi e medaglioni contenenti dei busti, alternate a nicchie contenenti delle statue (come attestano diverse antiche stampe ed un famoso quadro di Viviano Codazzi).

Benché non fosse ancora completo, l'edificio fu inaugurato nel 1615 ma già l'anno dopo i lavori vennero interrotti per la partenza del Fontana da Napoli. Tra il 1670 e il 1688, a seguito di cedimenti e soprattutto dei gravi terremoti che colpirono la città, vennero chiuse le arcate dei porticati che davano sui cortili per sostenere maggiormente il corpo centrale e murate anche le finestre dell'aula absidata.

XVIII secolo

Con l'avvento dei Borbone, re Carlo di Borbone, (dal 1759 Carlo III di Spagna), incaricò già nel 1735 Giovanni Antonio Medrano di riparare i danni subiti dal palazzo; al Medrano si deve infatti la geniale soluzione della copertura del "Gran Salone" al primo piano, col sistema del doppio tetto: uno interno di travi e tiranti lignei al quale è sospesa la volta successivamente affrescata ed un secondo ordine di capriate più alto che copre il tutto e costituisce il tetto vero e proprio.

Nel 1742 l'architetto Ferdinando Sanfelice cominciava a costruire l'ala orientale del palazzo ma i lavori vennero interrotti 17 anni dopo per la partenza del re Carlo per il trono di Spagna.

Nel 1777 Ferdinando IV decise di spostare nel palazzo, orfano dell'università, trasferità nell'ex convento del Salvatore, sia il "museo Hercolanese" dalla reggia di Portici che il "museo Farnesiano" dalla reggia di Capodimonte. I lavori di ristrutturazione vennero così affidati a Ferdinando Fuga. Costui ridusse l'atrio di ingresso da tre ad una sola navata, quella centrale, murando tutte le arcate. Lo stesso venne fatto a tutto il porticato occidentale, mentre l'aula absidata "dei Concorsi" fu abolita ed in essa realizzato l'attuale scalone monumentale, ma in piperno.

Crescenti critiche all'operato del Fuga (oscurità del corridoio di accesso, cattiva esposizione dell'accademia, costi eccessivi) fecero sì che nel 1780 la prosecuzione dei lavori fosse affidata a Pompeo Schiantarelli che non tardò a ripristinare il vecchio atrio a tre navate riaprendo le sue arcate, a realizzare davanti al palazzo il terrapieno con i relativi scaloni in basalto e poi, progettando di soprelevare l'edificio, ad abbattere i tetti a spiovente sopra le ali laterali per sostituirli con delle terrazze.

Mentre Pietro Bardellino nel 1781 realizzava l'affresco sulla volta del "Gran Salone", i lavori venivano di lì a poco interrotti un po' per la morte del Fuga, un po' per la mancanza di fondi ed infine per il terremoto nelle Calabrie del 1783 che stornò le rimanenti risorse.

Con l'arrivo a Napoli della collezione Farnese fu necessario un ampliamento dell'edificio. Il primo progetto dello Schiantarelli prevedeva di ampliare il palazzo verso nord, acquistando il giardino del convento di Santa Teresa e realizzando un'ampia galleria ad emiciclo; questo progetto fu cambiato in uno simile dove l'ampio emiciclo veniva sostituito con un altrettanto ampio corpo rettangolare con un unico cortile centrale, ovvero con due cortili simmetrici, in sostanza prevedendo un raddoppiamento dell'edificio verso nord. Tuttavia i costi eccessivi di questi progetti obbligarono lo Schiantarelli a ridimensionare il tutto in un terzo progetto. I lavori vennero ripresi nel 1790 ma l'anno dopo l'astronomo Giuseppe Casella propose di inserire nell'edificio un osservatorio astronomico che obbligò a rielaborare nuovamente l'ultimo progetto: esso prevedeva la realizzazione di un'alta torre nell'angolo nord-est dell'edificio (dove oggi è esposto il plastico di Pompei). Benché re Ferdinando IV lo avesse approvato, i lavori iniziati vennero ben presto abbandonati poiché la zona non si prestava ad un osservatorio, essendo troppo infossata. L'unico "strumento" dell'osservatorio che si riuscì a realizzare nel palazzo fu l'imponente meridiana sul pavimento del "Gran Salone", poi chiamato "Salone della Meridiana").

Durante i lavori di completamento dell'edificio, il re diede finalmente il nulla osta per l'acquisto del giardino dei padri teresiani, ma questi, ottenendo che gliene venisse lasciata una parte, obbligarono di fatto lo Schiantarelli a modificare per la quinta volta il progetto. Nel 1793, con il completamento del primo piano, raggiungendo oramai le due ali laterali la base del frontone del Gran Salone (cui facevano anche da contrafforte, rivelandosi in ciò provvidenziali per la sua tenuta e stabilità durante il terremoto del 1805), si impose di ridefinire organicamente l'aspetto esterno del palazzo. Così vennero tolte tutte le decorazioni barocche del Fontana (i pinnacoli, i vasi, i tondi con i busti e persino le nicchie con le statue) aggiungendosi soltanto delle doppie lesene agli angoli dell'edificio. Con la perdita dei suoi elementi barocchi, l'edificio acquisiva in pieno il suo aspetto tipico dell'epoca, ovvero quello di un palazzo in stile classico. Tra il 1793 ed il 1798, mentre si rivelava inconcludente ogni tentativo di realizzare i progetti di allargamento del palazzo, le soprelevazioni appena realizzate causavano i primi dissesti statici. Schiantarelli cercò di correre ai ripari ma le sue soluzioni furono criticate ancor di più. Ridotto in miseria, egli semplicemente scomparve.

XIX secolo Nel 1799 la realizzazione di un nuovo progetto di ampliamento del palazzo fu affidata all'architetto Francesco Maresca. Il progetto, il più grandioso di tutti, prevedeva l'occupazione di tutta la proprietà dei padri teresiani, la distruzione di due chiostri e persino l'intaccamento della chiesa. Pur essendo stato approvato dal consiglio dei ministri nel 1802, per la strenua opposizione dei conventuali esso non fu mai realizzato e neppure cominciato. Ciò non impedì che proseguissero comunque i lavori di completamento dell'edificio esistente. Dal 1808 e fino al 1813 vennero posati, nelle sale occidentali del primo piano, come pavimenti i mosaici rinvenuti negli scavi archeoligici vesuviani.. Inoltre altri piccoli lavori a nord del palazzo portarono nel 1810 alla scoperta di una delle importanti necropoli della greca Neapolis: la necropoli di Santa TeresaLo scavo è raffigurato in un paio di incisioni in: A. De Jorio Metodo per rinvenire e frugare i sepolcri degli antichi, Napoli 1824.. L'aspirazione a voler ingrandire il palazzo venne tuttavia drasticamente ridimensionata e scoraggiata dopo l'apertura fra il 1807 e il 1809 del corso Napoleone, la nuova strada di collegamento fra il palazzo degli Studi e la reggia di Capodimonte (oggi via Santa Teresa degli Scalzi e corso Amedeo di Savoia), in quanto con essa vennero ben presto ceduti ed occupati da privati cittadini i terreni contigui in modo da edificarvi palazzi ed abitazioni.

Nel 1852, con l'abbattimento dei granai di Napoli (le cosiddette "Fosse del Grano"), via Toledo veniva prolungata fino al palazzo degli Studi, aprendosi così l'attuale via Pessina. Con il successivo abbattimento delle mura cinquecentesche della città e della porta di Costantinopoli, l'edificio entrava a pieno titolo a far parte del tessuto urbano della città.

Nel 1866 l'architetto Giovanni Riegler proponeva al comune un progetto che prevedeva un parco pubblico tra l'attuale piazza Dante ed il palazzo, quest'ultimo facente da quinta scenografica in fondo al parco. Il progetto non venne realizzato per interessi speculativi edilizi che destinarono quei suoli alla costruzione di nuove abitazioni (quelle che tuttora sussistono nell'area) prima che il progetto di Riegler potesse essere approvato. A questo punto si cercò di riparare realizzando, fra il 1870 ed il 1883, un nuovo "raccordo" fra il palazzo e la città: la galleria Principe di Napoli.

XX e XXI secolo Nel 1920, dopo 335 anni, venne terminata la costruzione dell'edificio museale, completando gli ultimi ambienti del secondo piano nella parte rimasta incompleta, quella orientale (oggi occupata dal medagliere).

Nel 1929 si realizzò finalmente un ingrandimento del palazzo, il cosiddetto "braccio nuovo". Il nuovo spazio era ben misera cosa se si considerano i grandiosi progetti di Schiantarelli e Maresca; difatti esso consiste in una galleria costruita a ridosso del muro di contenimento del giardino dei padri teresiani (nella quale verranno esposte iscrizioni ed epigrafi), soprelevata poi nel 1932 di un piano destinato ad accogliere la nuovissima "sezione di tecnologia e di meccanica antica".

L'edificio e le sue collezioni venne gravemente danneggiato dal terremoto del 23 luglio 1930: l'occasione fu colta per rimetterlo a nuovo. Superò quasi indenne i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

A partire dagli anni sessanta l'edificio mostrò aggravarsi quei segni di dissesto che già lo avevano afflitto in passato, dissesti dovuti proprio al fatto che esso era privo di quelle sottofondazioni adeguate a sostenere un piano superiore che non era stato previsto nei progetti originari. Le gravi lesioni che interessarono soprattutto l'ala occidentale, rendendola inagibile, obbligarono a sgomberarla completamente da tutte le collezioni che l'occupavanoInfatti nella Guida d'Italia del TCI Napoli e dintorni del 1976 le sale risultano completamente vuote.. A partire dal 1967 furono intrapresi radicali lavori di consolidamento e di restauro architettonico dell'edificio, a cominciare dalla copertura del salone della Meridiana, per poi passare nel 1970 all'ala occidentale dove gli interventi impiegarono dieci anni.