Labbazia di Fossanova, situata nel comune di Priverno in provincia di Latina, sorge ai piedi dei Monti Lepini, all'interno di un quadro geografico storicamente definito dalla valle del fiume Amaseno. Questa valle ha rappresentato fin dall’antichità uno spartiacque naturale e una cerniera di collegamento tra la pianura pontina e la Valle del Sacco, favorendo il transito di pellegrini e merci lungo direttrici strategiche come la via Francigena. L'insediamento monastico sorge sopra le preesistenze archeologiche di una villa romana risalente a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C.: di questa struttura originaria sono ancora visibili, antistanti la facciata della chiesa abbaziale, i resti murari in tufo e laterizio di un nucleo termale e di domus romane.

Il toponimo Fossanova riporta direttamente all'intervento di bonifica idraulica operato dai monaci cistercensi. L'area, originariamente paludosa e insalubre, venne risanata attraverso lo scavo di un imponente canale di scolo artificiale definito appunto Fossa Nova, che ricalcava e ampliava una preesistente cloaca di epoca romana. Quest'opera di ingegneria idraulica riflette la straordinaria perizia tecnica dell'Ordine cistercense, per il quale il controllo razionale delle acque costituiva la premessa materiale indispensabile all'organizzazione della vita comunitaria e allo sfruttamento agricolo del territorio.

Storia L'abbazia, filiazione dell'abbazia di Altacomba fu edificata tra il 1163 e il 1208. L'edificio rappresenta un significativo esempio del primo stile gotico italiano,Emma Bernini, Carla Campanini, Cristina Casoli (con la collaborazione di Elisa Bellesia), Nuovo Eikon- Guida alla Storia dell'Arte, Roma-Bari, Editori Laterza, 2012. anzi più precisamente di una visibile forma di transizione dal romanico al gotico; l'interno è spoglio o quasi di affreschi (ne rimangono alcune tracce sulle pareti) secondo l'austero memento mori dei monaci cistercensi.

Alcune fonti documentarie attestano la fondazione di un primo cenobio benedettino dedicato a Santo Stefano protomartire già nel 529 d.C., edificato proprio sulle rovine della villa romana. La presenza benedettina a Fossanova trova formale riscontro in un documento diplomatico risalente al 1089. Il complesso nacque alla fine del XII secolo dalla trasformazione di un preesistente monastero benedettino, forse risalente al VI secolo, di cui rimane una flebile traccia al disopra del rosone della chiesa. Intorno al 1134-1135, Papa Innocenzo II decise di sottrarre il monastero ai benedettini per affidarlo ai monaci cistercensi borgognoni seguaci di San Bernardo di Chiaravalle, i quali seguivano la rigida regola scaturita dalla riforma di Citeaux (1098) improntata sull'originaria ortodossia benedettina, improntata alla povertà assoluta, alla preghiera e al lavoro manuale (ora et labora).

Il passaggio di consegne e la direzione del nuovo cantiere edilizio si svolsero in diverse fasi cronologiche. Nel 1135 il beato Gerardo, discepolo di San Bernardo di Chiaravalle, assunse la carica di primo abate, occupandosi della presa di possesso dell'area e della predisposizione delle maestranze. I lavori di costruzione della nuova struttura monastica iniziarono concretamente sotto la guida dell'abate Pietro, attivo durante il pontificato di Innocenzo II. Dal 1170 il cantiere poté avvalersi dell’apporto di altri monaci costruttori francesi, i quali integrarono le proprie competenze tecniche con l'esperienza delle maestranze lapicide locali, accelerando così la realizzazione del complesso.

La consacrazione della chiesa abbaziale di Santa Maria avvenne il 18 0 19 giugno 208 da parte di Papa Innocenzo III accompagnato dal nobile Giovanni da Ceccano e dalla sua scorta per presiedere la solenne cerimonia, evento documentato dagli Annales Ceccanenses:.

Fino al XV secolo l'abbazia amministrò il vasto latifondo della Tenuta di Fossanova. Nel 1400 la gestione passò allAbate commendatario e, nel corso del XIX secolo, la proprietà fu acquistata dalla famiglia Borghese, che riscattò gli usi civici ponendo fine ai contenziosi territoriali tra l'amministrazione abbaziale e la comunità di Priverno.

Intorno al 1911, la stessa famiglia Borghese promosse la ristrutturazione del borgo circostante, riconvertendo le vecchie strutture di servizio e le officine dei conversi in un insediamento di stile neomedievale.

A partire dal marzo del 1900, la famiglia Di Stefano (e in particolare l'ingegnere Pasquale Di Stefano) iniziò un sistematico processo di acquisizione privata e di restauro filologico delle proprietà del borgo, con l'obiettivo di preservare l'integrità storica del complesso e integrarlo armoniosamente con la vita della comunità locale. Nel 1932, la proprietà del solo monastero passò formalmente allo Stato Italiano, garantendo la tutela pubblica di uno dei massimi monumenti nazionali.

Le soppressioni moderne e la rinascita istituzionale La storia dell'abbazia in età moderna è segnata da alcune interruzioni della vita monastica dovute alle alterazioni politiche europee:

Nel 1798 si verificò la prima soppressione. Durante la campagna napoleonica, l'abbazia fu occupata dalle truppe francesi e la comunità monastica venne dispersa. In questa circostanza si riuscirono a salvare solo la reliquia del cranio di San Tommaso, trasferita segretamente nella cattedrale di Priverno. I monaci rientrarono successivamente grazie all'intervento del visitatore apostolico dell'abbazia di Casamari Bonaventura Trulli, che ottenne la restituzione dei beni d'intesa con le autorità napoletane.

La seconda soppressione avvenne nel 1806. Con la nuova occupazione francese, il monastero e la commenda furono nuovamente soppressi e i beni venduti. In questa circostanza si disperse l'archivio storico dell'abbazia e gli ambienti della chiesa vennero temporaneamente adibiti a stalla.

Nel 1826 papa Leone XII acquisì il complesso e lo affidò ai Padri Certosini di Trisulti con rescritto del 14 ottobre 1826, provvedimento confermato nel 1844 da papa Gregorio XVI dopo una visita personale all'abbazia. I Certosini curarono significativi restauri strutturali, pur dovendo abbandonare temporaneamente il sito a causa delle leggi di soppressione degli ordini religiosi emanate dallo Stato unitario nel 1830, 1848, 1867 e 1873, prima del loro definitivo rientro nel 1874. I Certosini rimasero a Fossanova fino al 1926, anno in cui abbandonarono l'abbazia a causa del clima insalubre e di insormontabili difficoltà logistiche.

Nel 1936 il complesso fu assegnato ai Frati Minori Conventuali, che avviarono i lavori di restauro e vi insediarono un collegio vocazionale. Dal 2017 la cura dell'abbazia e della parrocchia è affidata ai padri dell'Istituto del Verbo Incarnato, con l'aiuto delle suore Serve del Signore e la Vergine di Matará, dalla stessa Famiglia Religiosa.

Complesso abbaziale

Dichiarata "monumento nazionale" nel 1874, l'Abbazia di Fossanova è tra i primi esempi di architettura cistercense in Italia. Il complesso abbaziale è articolato attorno al chiostro, attorno al quale si distribuiscono la chiesa di Santa Maria, la Sala Capitolare con i sovrastanti dormitori dei monaci, il refettorio, la cucina e le strutture destinate ai conversi. Fanno parte del complesso anche la casa dei pellegrini, l'infermeria e l'area cimiteriale.

Consacrata nel 1208, conserva la nuda architettura, il magnifico rosone e tiburio e i capitelli finemente scolpiti, a testimonianza del ruolo preminente esercitato nella zona. Gli edifici del complesso monumentale sono recintati così da apparire come un borgo, per altro arricchito dai resti di una villa romana del I secolo a.C., visibili proprio di fronte alla chiesa.

Nel '700 l'abbazia fu indicata anche con la denominazione di Badia del For Appio.

In uno dei locali dell'abbazia si vendono i prodotti dei monaci, dagli alimentari ai vini ed ai liquori.

La chiesa abbaziale

L'esterno La chiesa si presenta di una spettacolare e severa grandiosità; la facciata (che doveva essere preceduta da un portico) è semplice ma maestosa, con portale fortemente strombato. Il portale è poi costituito da un arco a sesto acuto nella cui lunetta è ripreso il motivo del rosone, mentre nella parte inferiore, un mosaico cosmatesco andò a coprire una storica iscrizione incisa sul portale nel 1179, ampiamente documentata dalle fonti d'archivio, che ricordava il contributo finanziario dell'imperatore Federico Barbarossa alla fabbrica della chiesa («Fridericus imperator semper augustus hoc opus fieri fecit»).

Al di sopra del portale riccamente decorato, la facciata è adornata da un grande rosone. Originariamente, esso era più piccolo: di questa precedente versione resta una traccia che sembra coronare l'attuale. Ventiquattro colonnine binate, sui cui capitelli si impostano archetti a sesto acuto, funzionano da armatura della vetrata intermessa. Loculus ottagonale al centro del frontone è un rifacimento di uno originario che doveva essere simile a quello dell'abside. La possanza della facciata è accentuata dall'esposizione dei poderosi contrafforti.

L'interno La struttura della chiesa, costruita interamente in travertino, è basilicale. Ha pianta cruciforme; il braccio longitudinale, che si sviluppa secondo un asse mediano ed è diviso in tre navate, è attraversato perpendicolarmente dal transetto. La lunghezza della navata centrale è scandita nella prima parte da sette campate rettangolari, termina nel presbiterio e nell'abside che formano un unico corpo rettangolare. Il sistema dei sostegni è formato da massicci pilastri rettangolari. Le arcate che conducono dalla navata mediana a quelle laterali sono rette da semicolonne. Altre semicolonne pensili (cioè poste su una mensola a distanza dal suolo) salgono a portare gli archi trasversi della navata centrale.

Dal centro del transetto si erge il tiburio a pianta ottagonale, elevato di due piani e sormontato dalla lanterna, che sostituiva il campanile. Le campane si suonavano nel sito del coro con funi che pendevano davanti all'altare maggiore. Nei due bracci, invece, sono ricavate quattro cappelline: dalle due alla sinistra dell'altare scende la scala con la quale i monaci dal dormitorio passavano direttamente in chiesa. Una cornice di semplice fattura, tipicamente borgognona, corre lungo i due lati della navata centrale a spezzare il verticalismo dell'ambiente. È all'inizio del XXI secolo che viene ultimato il restauro del pavimento della basilica.

Conformemente all'austera teologia bernardina, l'interno si presenta privo di affreschi monumentali o apparati scultorei figurativi, celebrando il silenzio e la luce come uniche manifestazioni visive del divino. Le uniche eccezioni pittoriche tardive, risalenti al XIV secolo, includono frammenti di affreschi votivi e la raffigurazione di un monaco scrivano all'interno di una cappella del transetto. La luce solare, simbolo della grazia divina, penetra all'interno attraverso monofore slanciate e grandi finestre originariamente provviste di vetrate monocrome e non figurative, le quali garantiscono un'illuminazione razionale ma spoglia, ideale per il raccoglimento spirituale.

Gli altri edifici Il chiostro

Il complesso cistercense segue nell'impianto spaziale le regole tradizionali dell'architettura monastica: al centro, dal chiostro si accede a tutti gli altri locali ed intorno alle dipendenze abbaziali necessarie al sostentamento dei monaci: laboratori, magazzini, stalle, ecc. L'intero centro era, poi, delimitato da alte mura delle quali rimane la porta d'ingresso.