I boschi xerofili montani del Tibesti e del Jebel Uweinat sono un'ecoregione terrestre dell'ecozona paleartica appartenente al bioma dei deserti e arbusteti xerici. Identificata dal WWF con il codice PA1331, comprende due nuclei montuosi fortemente isolati nel Sahara centrale e orientale: il massiccio del Tibesti, situato prevalentemente nel Ciad settentrionale e marginalmente nella Libia meridionale, e il Jebel Uweinat, posto circa 650 km più a est presso la convergenza dei confini di Libia, Egitto e Sudan. L'ecoregione occupa complessivamente circa 82.000 km².
Territorio
Il massiccio del Tibesti costituisce di gran lunga il nucleo maggiore dell'ecoregione e sorge come un'enorme isola montuosa al centro del Sahara. È formato da un complesso di altopiani, profonde vallate e grandi edifici vulcanici sviluppatisi sopra un basamento costituito in parte da arenarie paleozoiche e cretaciche. La cima culminante è l'Emi Koussi, uno stratovulcano a scudo alto 3.415 m, che rappresenta la montagna più elevata dell'intero Sahara. Il complesso conserva vaste caldere, coni vulcanici, colate laviche, fumarole, sorgenti termali e altre testimonianze di attività vulcanica relativamente recente.
Il Jebel Uweinat, molto più piccolo e isolato, raggiunge circa 1.934 m e presenta una struttura geologica differente. La parte occidentale è dominata da un grande complesso di rocce granitiche intrusive disposto grossomodo ad anello, mentre quella orientale comprende altopiani di arenarie e rocce sedimentarie poggianti su un antichissimo basamento cristallino. Alcune rocce del sistema Uweinat-Kamil hanno restituito età archeane superiori a tre miliardi di anni e appartengono fra i più antichi terreni conosciuti dell'Africa nord-orientale.
Il clima è iperarido o arido subtropicale, ma l'altitudine rende i massicci sensibilmente più freschi e relativamente più umidi del deserto circostante. Nelle pianure sahariane le precipitazioni annue sono generalmente inferiori a 100 mm e possono mancare completamente per anni; sulle montagne diventano leggermente più frequenti, pur rimanendo estremamente irregolari e generalmente inferiori a 600 mm annui anche alle quote maggiori.
Le temperature medie massime passano approssimativamente dai 30 °C delle basse quote ai 20 °C delle zone elevate, mentre durante l'inverno sono possibili gelate nelle aree sommitali.
Una caratteristica fondamentale del Tibesti è la presenza di enneri, il termine locale per i wadi, e di guelta, pozze permanenti o semipermanenti incassate nelle gole rocciose. Le piogge occasionali producono violente piene che convogliano acqua dalle montagne verso i fondovalle; nelle gole più profonde l'acqua può persistere grazie all'ombra, all'alimentazione sorgiva e alla presenza di depressioni impermeabili nella roccia. Questi minuscoli ambienti acquatici costituiscono rifugi biologici di straordinaria importanza nel cuore del Sahara.
Flora
La vegetazione è estremamente discontinua e varia secondo altitudine, esposizione, substrato e disponibilità d'acqua. Nel Tibesti, soprattutto lungo i grandi enneri delle pendici meridionali e occidentali, possono svilupparsi comunità arboree relativamente ricche, nelle quali figurano la palma dum (Hyphaene thebaica), Salvadora persica, Tamarix aphylla, Vachellia nilotica e Faidherbia albida. Le palme da dattero (Phoenix dactylifera), in parte coltivate e naturalizzate, sono concentrate soprattutto presso le oasi e le gole alimentate da acque permanenti.
Salendo di quota assumono particolare importanza alcune specie relitte saharo-montane. Tra queste spicca il mirto del Sahara (Myrtus nivellei), la cui sottospecie M. n. tibesticus è endemica dei monti Tibesti. Il mirto è accompagnato localmente dall'oleandro (Nerium oleander) e da fichi rupicoli, soprattutto Ficus salicifolia. Quest'ultima appartiene a un gruppo di piante afrotropicali che presenta popolazioni isolate sui grandi massicci sahariani.
Le pendici e le gole più umide del settore settentrionale ospitano inoltre Tamarix nilotica e vere comunità palustri associate alle guelta, comprendenti Typha domingensis, Phragmites australis, Scirpoides holoschoenus, diverse specie di Juncus ed Equisetum ramosissimum.
La vegetazione del Jebel Uweinat è molto più povera e comprende poco meno di un centinaio di specie, concentrate soprattutto nei wadi e sulle pendici di arenaria. Alle quote superiori crescono radi arbusti di Lavandula e Salvia, mentre più in basso compaiono Vachellia tortilis, Fagonia indica, Aerva javanica e altre specie xerofile. Le acacie e le graminacee dei wadi formano comunità saharo-saheliane aperte.
L'insieme della flora dell'ecoregione costituisce una testimonianza delle grandi oscillazioni climatiche quaternarie. Durante il Periodo umido africano, protrattosi fino a circa 5.000 anni fa, il Sahara riceveva precipitazioni molto maggiori e savane, praterie e zone umide penetravano profondamente nelle regioni oggi desertiche. Con la successiva aridificazione, alcune specie di origine mediterranea o afrotropicale sopravvissero soltanto nei microclimi relativamente freschi e umidi dei massicci montuosi, trasformatisi in vere isole biogeografiche.
Anche l'arte rupestre del Tibesti e del Jebel Uweinat documenta paesaggi un tempo capaci di sostenere bovini, giraffe, grandi antilopi e altri animali oggi incompatibili con il clima iperarido della regione.
Fauna La fauna attuale è notevolmente impoverita rispetto a quella documentata nel passato. Fra i grandi erbivori ancora caratteristici figurano soprattutto l'ammotrago (Ammotragus lervia) e la gazzella dorcade (Gazella dorcas), entrambi capaci di sopravvivere sfruttando le gole rocciose, la vegetazione rada e le rare sorgenti. L'ammotrago rimane particolarmente associato alle montagne, dove l'asprezza del terreno offre rifugio dalla caccia.
L'addax (Addax nasomaculatus), la gazzella dama (Nanger dama) e l'orice dalle corna a scimitarra (Oryx dammah) appartengono alla fauna storica della regione, ma non risultano attualmente presenti con popolazioni residenti nell'ecoregione. Anche il ghepardo (Acinonyx jubatus) e lo struzzo sono scomparsi dai massicci.
L'orice dalle corna a scimitarra, scomparso allo stato selvatico alla fine del XX secolo, è stato reintrodotto nella riserva di Ouadi Rimé-Ouadi Achim, nel Ciad centrale. Il successo del programma ha consentito la formazione di una nuova popolazione libera e nel 2023 la specie è stata riclassificata dalla IUCN come in pericolo. Rimane tuttavia assente dal Tibesti.
Tra i carnivori sopravvivono la iena striata (Hyaena hyaena), la volpe di Rüppell (Vulpes rueppellii), la volpe pallida (Vulpes pallida), il fennec (Vulpes zerda), il lupo africano (Canis lupaster) e il gatto selvatico africano (Felis lybica).
Il licaone (Lycaon pictus) appartiene alla fauna storica del Sahara centrale e nord-orientale. Segnalazioni della prima metà del XX secolo documentano branchi che raggiungevano queste regioni, ma la specie è stata successivamente estirpata da quasi tutta questa parte del continente e non sono note popolazioni residue nel Tibesti-Jebel Uweinat.
Tra i piccoli mammiferi figurano la procavia del Capo (Procavia capensis), la lepre del Capo (Lepus capensis), topi spinosi del genere Acomys e diversi gerbilli e altri roditori deserticoli. La conoscenza della mammalofauna rimane tuttavia incompleta, poiché vaste parti del Tibesti non sono state sottoposte a ricognizioni zoologiche sistematiche per lunghi periodi.
L'avifauna comprende specie tipiche dei deserti rocciosi, tra cui la grandule coronata (Pterocles coronatus), la grandule di Lichtenstein (Pterocles lichtensteinii), l'allodola codafasciata (Ammomanes cinctura), l'allodola beccocurvo (Alaemon alaudipes), il passero del deserto (Passer simplex), la monachella codabianca (Oenanthe leucopyga) e il capovaccaio (Neophron percnopterus). I rilievi fungono inoltre da punti di sosta per numerosi migratori paleartici che attraversano il Sahara.
Gli ambienti acquatici permanenti del Tibesti costituiscono un caso biogeografico particolarmente singolare. Otto taxa di pesci d'acqua dolce sono stati documentati storicamente nel massiccio, appartenenti a gruppi oggi diffusi soprattutto nelle regioni tropicali africane. Queste popolazioni rappresentano relitti sopravvissuti nelle guelta dopo l'aridificazione del Sahara e comprendono ciprinidi, labeoni, pesci gatto e ciclidi.
Nella guelta montana di Horchi, situata a 1.505 m di quota, sono stati documentati Labeobarbus bynni occidentalis, Labeo cf. ogunensis e Clarias cf. gariepinus, testimonianza della straordinaria capacità di persistenza della fauna acquatica relitta del Tibesti.
Anche gli invertebrati acquatici conservano linee isolate. Nelle acque sotterranee associate alle guelta sono state descritte specie di copepodi interpretate come sopravvivenze di faune anticamente molto più diffuse.
Rettili e anfibi sono relativamente poco diversificati. Tra i rettili documentati figurano il leptotiflope dal rostro (Myriopholis macrorhyncha), Platyceps rhodorachis e il geco dalle macchie bianche (Tarentola annularis). La scarsità di acqua superficiale limita fortemente gli anfibi, confinati alle sorgenti, alle guelta e ai corsi d'acqua temporanei.
Dopo le piogge, i wadi possono inoltre sviluppare effimere comunità vegetali dominate da Schouwia purpurea e Tribulus, importanti per la riproduzione della locusta del deserto (Schistocerca gregaria). Quando umidità, vegetazione e densità della popolazione raggiungono determinate soglie, le locuste possono passare dalla fase solitaria a quella gregaria e originare sciami su scala continentale. Le comunità a Schouwia e Tribulus possono favorire in particolare la concentrazione e l'aggregazione delle ninfe.
Popolazione
La popolazione umana è estremamente rada e in gran parte concentrata nel massiccio del Tibesti. Le comunità autoctone appartengono soprattutto ai Teda, uno dei principali gruppi toubou, tradizionalmente dediti alla pastorizia, alla coltivazione delle oasi e agli scambi transahariani. La densità media rimane inferiore a un abitante per chilometro quadrato in gran parte dell'ecoregione, mentre il Jebel Uweinat è sostanzialmente privo di popolazione permanente.
La scarsità di insediamenti moderni contrasta con la ricchissima documentazione archeologica. Migliaia di pitture e incisioni rupestri testimoniano una presenza umana antichissima e l'evoluzione dei rapporti tra popolazioni pastorali, fauna e ambiente durante la progressiva desertificazione del Sahara. Il Jebel Uweinat conserva in particolare centinaia di siti rupestri, molti dei quali raffigurano bovini domestici e scene di vita pastorale.
Conservazione
La bassissima densità umana, l'isolamento e l'inaccessibilità dei rilievi hanno consentito la conservazione di vaste superfici relativamente poco trasformate nella loro struttura fisica. La fauna ha tuttavia subito perdite considerevoli, con la scomparsa di diversi grandi mammiferi e la riduzione delle popolazioni residue di ungulati.
La protezione formale rimane estremamente ridotta. Un'analisi basata sulla cartografia del 2017 indicava appena 245 km² protetti su oltre 82.000 km², cioè ben meno dell'1% dell'ecoregione. Soltanto una piccola porzione del Jebel Uweinat ricade nel parco nazionale di Gilf Kebir, in Egitto, mentre il Tibesti non dispone di un sistema di aree protette proporzionato alla sua importanza biologica.