Il Partito Liberale Italiano (PLI) è stato un partito politico italiano, fondato sull'impostazione liberale, liberista e laica dello Stato, che rappresentava idealmente la tradizione moderata del Risorgimento, erede dell'Unione Liberale, o anche Partito Liberale Costituzionale (o Destra storica), che aveva avuto in Camillo Benso di Cavour il massimo rappresentante.
Il partito nacque come aggregazione di esponenti liberali in risposta alla crisi del sistema parlamentare, assunse un atteggiamento di collaborazione con il governo fascista fino al delitto Matteotti del 1924. Sciolto dal regime fascista con le altre organizzazioni politiche nel 1926, fu ricostituito nell'estate del 1943 per iniziativa di Benedetto Croce e Luigi EinaudiPartito Liberale Italiano «nato nel 1924, sciolto durante il fascismo e ricostituito nel 1943.» In Enciclopedia Treccani alla voce "Partito Liberale Italiano". Una componente giovanile e riformatrice intorno a Nicolò Carandini e Leone Cattani fuoriuscì nel 1948 e si organizzò nel Movimento Liberale Indipendente, che si sciolse nel 1951 e divenne il nucleo del nuovo PLI di Roma. Il PLI svolse un ruolo modesto nel panorama politico italiano, a causa di un limitato consenso elettorale, riuscendo ugualmente ad esprimere i primi due presidenti della Repubblica Italiana: Enrico De Nicola e Luigi Einaudi.
Al suo interno vi fu a lungo un contrasto alquanto acceso tra le varie correnti, in particolare nel primo decennio del dopoguerra. Caratterizzato dal liberalismo riformatore di Croce, sotto la segreteria di Roberto Lucifero (1947-48) si spostò su posizioni conservatrici. Riportato sulla linea di centro laico dal suo successore Bruno Villabruna, ebbe una nuova modifica del suo indirizzo politico verso posizioni liberiste sotto la segreteria di Giovanni Malagodi dal 1954.
La componente minoritaria di sinistra legata agli spunti culturali del giornale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, già uscita una prima volta nel 1948 (costituendo il MLI), salvo tornare al Convegno per l'unificazione delle forze liberali di Torino nel 1951, assunse un'opposizione intransigente a Malagodi e si distaccò definitivamente dal PLI nel 1955 per fondare il Partito Radicale, che non ebbe successo elettorale.
Sotto la leadership di Malagodi il PLI si distinse per la sua opposizione vigorosa ai governi di centro-sinistra, rifiutando nello stesso tempo ogni compromesso con la destra estrema del MSI e con la destra dei monarchici. Solo nel 1972 ritornò ad un governo centrista guidato da Giulio Andreotti, con Malagodi ministro del Tesoro. Dopo il declino di questa politica, nel 1976 il partito subì una nuova correzione dell'indirizzo politico verso sinistra, guidata dal nuovo segretario Valerio Zanone. Partecipò negli anni ‘80 a numerosi governi pentapartitici, fino al suo scioglimento nel 1994 e alla diaspora liberale nel panorama politico italiano. A livello internazionale è stato tra i fondatori dell'Internazionale Liberale nel 1947 ed è sempre stato membro dei Gruppi Liberali e Democratici Europei.
Storia Il movimento liberale dopo l'Unità d'Italia
Le forze politiche liberali furono le protagoniste del processo che si compì nel 1861 e che condusse all'Unità d'Italia in alleanza con la Monarchia di Casa Savoia. La natura estremamente elitaria del nuovo Stato italiano comportò che l'intero Parlamento divenisse praticamente espressione di tale ideologia politica, sebbene suddivisa fra una fazione rigidamente conservatrice, e un'altra progressista e innovatrice. Quest'assoluto predominio, unito ai fenomeni di trasformismo che ben presto caratterizzarono la politica nazionale, impedirono la costituzione di un partito vero e proprio. I liberali diedero vita a numerosi governi, tra i quali quello di Cavour, di Giuseppe Zanardelli e di Giovanni Giolitti.
La breccia di Porta Pia nel 1870, e il conseguente insorgere della Questione romana, scavarono un solco profondissimo fra i "cavouriani" liberali intransigenti, i quali convinti del concetto di "Libera Chiesa in libero Stato", e il mondo cattolico, spingendo quest'ultimo all'opposizione del regime sabaudo e dell'ordine politico vigente.
Giovanni Giolitti, erede della tradizione liberale e monarchica, promosse per primo un accordo con i cattolici tradizionalisti (Patto Gentiloni), in seguito all'approvazione, nel 1912, della riforma elettorale che introduceva il suffragio universale, anche se solo maschile. . Fino ad allora nel Regno d'Italia il suffragio era stato ristretto a una base elettorale esigua.
Dopo la riforma, il suffragio elettorale allargato, che concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto i 21 anni, indipendentemente dal censo, portò l'azione istituzionale giolittiana ad occupare lo spazio tra il centro dello schieramento politico italiano e le posizioni liberali di sinistra.
Su tali basi la lista giolittiana, che comprendeva anche candidati cattolici, ottenne nelle Elezioni politiche italiane del 1913, le prime a suffragio universale maschile, una schiacciante vittoria elettorale ai danni dei socialisti, dei repubblicani e dei radicali con il 51 % dei voti espressi e, su 508 seggi, 260 eletti.
La fase costituente del PLI
L'introduzione del sistema proporzionale nel 1919 e il conseguente trionfo dei partiti di massa socialista e popolare costrinse anche i liberali a cominciare a porsi il problema di forme organizzative stabili.
Il Partito Liberale si costituì in vero e proprio partito strutturato nel 1922, lo slogan era: "Organizzarsi o morire".Alberto Mazzuca, Luciano Foglietta, Mussolini e Nenni amici nemici, Bologna, Minerva Editore, 2015, p. 193. Nonostante la riorganizzazione, con Giovanni Giolitti, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando, continuò tuttavia ad essere più un punto di riferimento aperto che un partito monolitico in grado di proporsi al paese come la sola espressione della rappresentanza politica liberale. Di fronte all'ascesa del fascismo, i liberali chiesero un ritorno alle norme statutarie ossia al governo del re,Alberto Mazzuca, Luciano Foglietta, op. cit., p. 219. e in vari casi collaborarono all'instaurazione del nuovo regime totalitario, sia a livello centrale dove suoi esponenti entrarono nel Governo Mussolini all'indomani della Marcia su Roma, sia a livello locale.
Il movimento mussoliniano era inizialmente considerato un argine all’ascesa del movimento operaio e delle forze della sinistra e in occasione delle elezioni del 1924 sue personalità accettarono di entrare nel Listone Mussolini, con l’importante eccezione di Giovanni Giolitti. Le liste, che però ottennero magri risultati: l'1,09% e quattro seggi alla Camera dei deputati. In seguito al delitto Matteotti e ai decreti che eliminavano la libertà di stampa, il partito prese le distanze dal fascismo durante il II Congresso di Livorno. L'avvento della dittatura comportò lo scioglimento di tutti i partiti all'infuori del PNF, con un numero limitato di liberali trovò un modus vivendi con il regime.
D'altra parte, il filosofo e storico Benedetto Croce, che nel 1922 aveva giustificato il fascismo come esigenza temporanea per ridare ordine, divenne un convinto antifascista dal 1924: per tutto il ventennio, in Italia e all'estero, egli diede vita all'opposizione morale e intellettuale alla dittatura, in nome della "religione della libertà" e del richiamo al Risorgimento nazionale: un'opposizione che, per l'enorme prestigio internazionale del filosofo e il suo seggio da senatore a vita fu tollerata, almeno fino a un certo segno, lasciandogli continuare liberamente i suoi studi, senza attuare propaganda politica attiva dopo il 1925. Fu in quell'anno che Croce redasse il Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato su vari quotidiani in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, uno degli ultimi atti di opposizione al regime, prima che anche la stampa cadesse sotto il controllo del fascismo nel 1926.
La ricostituzione del PLI
Dopo il 25 luglio 1943, alcuni esponenti politici liberali ripresero a partecipare all'attività politica in nome del Partito Liberale, sulla base del proprio prestigio personale prima ancora che il partito fosse formalmente ricostituito. Sorse in tal modo il desiderio e l'esigenza di rifondare il Partito Liberale sciolto dal fascismo.
Alcuni, come ad esempio Leone Cattani, Nicolò Carandini e Mario Pannunzio, iniziarono, dopo l'8 settembre 1943, a pubblicare in clandestinità un periodico, il Risorgimento Liberale. Dopo la liberazione della capitale, Risorgimento Liberale diventò l'organo ufficiale dell'embrione di partito che andava ricostituendosi. Per analogia con gli altri partiti a base ideologica, venne coniato il termine Partito Liberale Italiano. Rimase sempre forte il senso di continuità storica con il partito precursore e la fase costituente del PLI fu vista e vissuta essenzialmente come la riorganizzazione del Partito Liberale.
L'attività politica in questa fase iniziò a prendere forme consistenti con l'adesione al progetto della ricostituzione liberale da parte di alcuni esponenti storici del liberalismo italiano come Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Vittorio Emanuele Orlando, Alessandro Casati, Marcello Soleri e Manlio Brosio.
Grazie soprattutto a Leone Cattani, Alessandro Casati e Marcello Soleri, il Partito Liberale partecipò alla formazione e all'attività del CLN. Al sud nel 1944 Benedetto Croce, criticato però da Nicolò Carandini e Mario Pannunzio, fu ministro senza portafoglio nel secondo governo Badoglio in rappresentanza dei Liberali. Il Partito Liberale Italiano avviò la sua fase di ricostituzione politica grazie al prestigio di Benedetto Croce e di Vittorio Emanuele Orlando partecipando, in maniera numericamente ridotta, ma efficace per le iniziative di combattimento sostenute, sia alla Resistenza partigiana che ai governi di unità nazionale guidati da Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri. Sempre a nome del ricostituito Partito Liberale fecero parte del Governo Bonomi II: Benedetto Croce, Nicolò Carandini e Alessandro Casati.
Al nord Edgardo Sogno, medaglia d'oro della resistenza e capo dell'Organizzazione Franchi, partecipò al CLNAI in rappresentanza del Partito Liberale. Durante la Resistenza i Liberali parteciparono attivamente alle azioni militari partigiane ed ebbero molti caduti tra le loro file. Molti di essi militarono nelle Formazioni Autonome, i cosiddetti Badogliani.
Sebbene nell'atto costitutivo approvato nel Congresso di Roma (dal 9 aprile al 3 maggio 1946) vi fosse un esplicito riferimento all'epoca giolittiana, il Partito Liberale Italiano (PLI) ebbe una rilevante componente di destra.
Essa mantenne senza equivoci la qualifica di forza antifascista e si attestò su posizioni conservatrici, monarchiche e nazionaliste.
Nel referendum istituzionale per la scelta tra repubblica e monarchia, il PLI si schierò per la monarchiaPartito Liberale Italiano - La storia - RaiNet - News. La stragrande maggioranza dei liberali votò a favore della Monarchia, anche se Croce, successivamente, invitò il PLI a integrarsi e servire fedelmente la Repubblica.
Alle elezioni del 1946 per l'Assemblea Costituente il PLI si alleò col Partito Democratico del Lavoro formando l'Unione Democratica Nazionale, che ottenne il 6,8% dei suffragi e 1.560.638 voti, ottenendo 41 seggi, quarto gruppo dopo democristiani, socialisti e comunisti. Nella stesura della Costituzione l'ideologia liberale fu una delle dominanti insieme a quella cattolica ed a quella marxista. Il liberale Enrico De Nicola fu eletto capo provvisorio dello Stato dall'Assemblea Costituente e in seguito primo Presidente della Repubblica Italiana. Gli succedette un altro liberale, Luigi Einaudi, eletto nel 1948.
Alle elezioni politiche del 1948, il PLI, insieme al Fronte dell'Uomo Qualunque, formò una lista unica: il Blocco Nazionale, che ottenne 1.003.727 voti, pari al 3,82%, conseguendo 19 seggi alla Camera e 10 al Senato.
Il centrismo